Gli oligarchi russi, i governi occidentali e i loro media, riuscirono nel 1996 a far rieleggere Boris Eltsin, malato, alcolizzato e ormai detestato, Presidente della Federazione Russa.
Due anni dopo il Paese era nel caos: le politiche liberiste avevano portato al default mentre la supremazia mondiale degli Stati Uniti era totale.
Nel 1998 visitai l’Ermitage a San Pietroburgo. Fuori dal museo, sui gradini della metropolitana, anziane donne cercavano di vendere le loro medaglie per sfamarsi. In città si respiravano dissoluzione, violenza e umiliazione.
Eppure, vidi anche altro: un legame quasi sacro tra il popolo russo e l’Ermitage. Si percepiva che quelle opere appartenevano ancora alla memoria profonda della nazione – come quarant’anni prima, durante l’assedio di Leningrado, quando uomini e donne avevano sacrificato la vita per proteggere i tesori del museo mentre le orchestre continuavano a suonare sotto le bombe e Šostakovič componeva la Settima Sinfonia.
Quel rapporto tra arte, memoria e musica non era un semplice fatto culturale: era una forma di resistenza spirituale, una continuità sotterranea che attraversava la storia russa.

Tra le collezioni più straordinarie dell’Ermitage vi è quella degli ori sciti, custodita nella celebre Sala d’Oro. Vi si conservano migliaia di reperti provenienti dai kurgan, i tumuli funerari disseminati nelle steppe ucraine, caucasiche e siberiane: pettini, diademi, coppe rituali, goryt per archi e frecce, placche per briglie e torques. Oggetti che non raccontano soltanto la ricchezza di un popolo nomade, ma una vera cosmologia.
L’origine della raccolta risale a Pietro il Grande, che agli inizi del Settecento cominciò a collezionare i reperti rinvenuti nei tumuli sciti. Non era solo curiosità antiquaria: la Russia cercava una profondità storica capace di unire Europa e Asia in un’unica identità imperiale. Da quella prima collezione siberiana nacque il nucleo di uno dei più grandi musei del mondo.

Le campagne di scavo ottocentesche e novecentesche portarono all’Ermitage capolavori straordinari: il celebre pettine d’oro del kurgan di Solokha, con la sua scena di battaglia tra cavalieri; il gorytos di Kul-Oba decorato con episodi della vita di Achille; il vaso di Čertomlik con i cavalieri che domano i cavalli; e soprattutto i grandi ornamenti zoomorfi dello stile animalistico scitico, dove cervi, aquile, pantere e grifoni sembrano animati da una tensione vitale quasi inquieta.
Questo stile non era semplice decorazione. Gli animali rappresentavano mediatori tra il mondo terreno e quello spirituale: il cervo con le corna rivolte verso il cielo, il grifone custode del tesoro, l’aquila che ghermisce la preda. Ogni figura possedeva un valore rituale. L’oro stesso era associato al sole, al potere regale e all’immortalità.

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La presenza degli ori sciti all’Ermitage è anche il risultato di un preciso orientamento culturale. La Russia degli Zar e poi quella sovietica investirono grandi risorse negli scavi archeologici perché quei tumuli erano un archivio della memoria eurasiatica del Paese.
La sezione scitica dell’Ermitage non parla di una civiltà urbana e sedentaria, ma della steppa, del vento, della guerra e del nomadismo: di un’origine più arcaica e profonda.
Ed è proprio qui che emerge il legame con Igor Stravinskij e Le Sacre du Printemps. Gli ori sciti dell’Ermitage non appartenevano soltanto all’archeologia: erano già diventati immaginario culturale, ritmo interiore, memoria collettiva.

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In Russia la musica aveva spesso il compito di custodire ciò che la storia rischiava di distruggere. Il tramite decisivo fu Nicholas Roerich, pittore, archeologo e collaboratore di Stravinskij per Le Sacre du Printemps. Roerich aveva partecipato agli scavi del kurgan di Maiko nel Caucaso e sviluppò una visione quasi mistica della Russia antica, delle steppe e dei tumuli funerari.
Fu lui a trasmettere al compositore quell’immaginario arcaico che avrebbe trovato espressione nel balletto rappresentato a Parigi nel 1913. Scenografie e costumi evocavano il mondo pagano delle steppe, ma il legame con gli Sciti è presente soprattutto nella musica stessa.
In Stravinskij il suono diventa materia arcaica: ritmo, percussione e tensione rituale assumono la stessa funzione simbolica dell’oro nelle tombe scitiche.

https://www.researchgate.net/figure/The-sacrificial-dance-of-the-Chosen-One-Joanna-Wozniak-Le-Sacre-du-printemps-photo_fig2_373262288
In Le Sacre du Printemps vi è qualcosa di profondamente scitico: la violenza ritmica delle percussioni, gli ostinati ossessivi, le tensioni armoniche che evocano un sacrificio tribale. Il sottotitolo – “Quadri della Russia pagana” – rende esplicito il richiamo a un universo pre-cristiano dominato da riti collettivi e forze primordiali.
Esiste, dunque, un filo invisibile che collega i tumuli delle steppe, la Sala d’Oro dell’Ermitage e Le Sacre du Printemps. È il filo di una civiltà che non ha lasciato città monumentali o grandi testi scritti, ma ha inciso la propria memoria nell’oro, negli animali sacri e nel ritmo.





