Niente soldi al Security Action For Europe e più soldi in tasca agli italiani
Da una parte le spese per la difesa, che – per dirla con il presidente del Consiglio Giorgia Meloni – rappresentano “il prezzo che paghiamo per la nostra libertà”.
Domanda: quale?
Quella esterna o quella interna, perché ormai il vero pericolo è nel Paese, mentre il pericolo russo è pura propaganda funzionale al riarmo “für Deutschland”, per la Germania.
Dall’altra parte la necessità di dare risposte immediate a famiglie e imprese alle prese con gli effetti della crisi energetica innescata dalla guerra in Iran, che continua a pesare sull’economia reale.
È su questo doppio binario che si muove Palazzo Chigi, stretto tra gli impegni internazionali e la pressione interna per nuovi interventi economici.
Il dossier più urgente riguarda il formato E5 – Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Polonia – che dovrebbe riunirsi a Berlino il prossimo 2 giugno insieme al capo negoziatore ucraino Rustem Umerov. Al summit potrebbe partecipare anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte.
Un appuntamento sul quale il governo lavora da giorni e che sarebbe stato al centro anche di alcune riunioni svoltesi mercoledì a Palazzo Chigi alla presenza della stessa Meloni.
Il riarmo, in versione europea, a copertura dei guai della Germania, riguarda la sicurezza del fronte Nord-Est della Nato che dovrebbe assicurarci che la Russia non invaderà i Paesi europei.
Ovviamente questa idea, del tutto propagandistica, non tiene conto della realtà, ossia del fatto che Mosca è da quattro anni inchiodata in Ucraina e che non ha uomini e mezzi sufficienti per qualsiasi avventura che riguardi la NATO e l’Europa.
Ovviamente, incidenti come quello di giovedì notte, con un drone russo sconfinato in Romania, danno il destro per gridare all’escalation e sostenere la logica del riarmo e dell’entrata dell’Ucraina nell’Unione Europea.
Tuttavia, al fine di collocare nella sua giusta dimensione la questione del riarmo è necessario fare i conti con l’urgenza impellente della Germania e del suo strumento comunitario, ossia dell’Unione Europea della tedesca von der Leyen, di mettere le mani sulla parte più significativa della vicenda ucraina, ossia sulla tecnologia acquisita nel laboratorio di guerra.
Tecnologia che, però, è già stata acquisita dagli USA, i quali, in questo modo, sono gli effettivi proprietari dell’Ucraina, già sottomessa in superficie (agricoltura ai grandi gruppi) e nel sottosuolo -intesa con gli USA sulle materie prime).
Durante questo mese di maggio, Stati Uniti e Ucraina hanno redatto un documento quadro per un accordo di difesa che permette a Kyev di esportare tecnologie militari (soprattutto droni e guerra elettronica) verso gli USA e di realizzare produzioni congiunte con aziende americane.
L’obiettivo è combinare l’innovazione ucraina (testata sul campo contro droni iraniani/russi tipo Shahed) con i capitali e la scala produttiva USA, anche in risposta alle lezioni delle guerre in Ucraina e Medio Oriente.
Oltre al memorandum ci sono intese operative, come quella con General Cherry (grande produttore ucraino di FPV e intercettori), che ha firmato un accordo con Wilcox Industries (USA) per produrre droni negli stabilimenti del New Hampshire.
Un’altra intesa riguarda Swift Beat (azienda USA fondata da ex-dirigenti Google/Eric Schmidt), che ha siglato un memorandum per centinaia di migliaia di droni (inclusi intercettori) già nel 2025, con possibilità di scaling ulteriore. Zelensky ha annunciato l’accordo durante una visita in Danimarca.
Zelensky ha spinto per accordi pluriennali da decine di miliardi (fino a 35-50 miliardi in alcuni report) per forniture e coproduzione e l’Ucraina mira anche a esportare droni low-cost e know-how, mentre gli USA cercano di colmare gap produttivi.
Questi accordi rientrano in una strategia più ampia. L’Ucraina produce droni a basso costo e in grande volume grazie all’esperienza bellica, mentre gli USA forniscono finanziamenti e accesso al mercato.
Poi ci sono intese con Palantir Technologies (azienda USA specializzata in big data, AI e analytics), che collabora con l’Ucraina dal 2022 su più fronti, con accordi formali e partnership operative (non solo droni, ma fortemente connesse alla guerra e alla difesa).
Dopo gli accordi del 2022, del 2023 e del 2024, nel 2026 ci sono stati incontri tra CEO di Palantir Alex Karp, Zelensky e Fedorov, Ministro Digitale e Difesa.
In esame un approfondimento su AI militare, incluso il progetto Brave1 Dataroom (addestramento modelli AI su dati di combattimento reali per intercettazione droni, analisi strike aerei, intelligence e pianificazione operazioni deep strike). In esame anche l’integrazione di AI nella “kill chain” e gestione dati di battaglia.
Palantir fornisce software (come MetaConstellation) per integrare dati da droni, satelliti e sensori, supportando sia operazioni militari che civili (evidenza crimini di guerra, ricostruzione, anti-corruzione).
Questi accordi riflettono una partnership tecnologica asimmetrica: l’Ucraina porta esperienza di combattimento reale (soprattutto droni e guerra elettronica), gli USA (e aziende come Palantir) portano capitale, scala e AI avanzata.
È evidente che Germanie e Unione Europea sono fuori gioco e le intese fanno dell’Ucraina una dependance tecnologica e un laboratorio degli Usa.
Tutta la fuffa sul riarmo, pertanto, ha come retroscena la questione di entrare in gioco sulla partita delle armi del futuro, ma è del tutto improbabile che gli Usa di Trump intendano spartire con i tedeschi alcunché.
Il tema della sicurezza, pertanto, non riguarda la Russia e, se proprio vogliamo, dovrebbe riguardare, per quanto concerne l’Italia, l’interno del Paese, visto che il rapporto Eurispes mostra che gli italiani, pur condannando l’intervento russo in Ucraina, non temono che Mosca possa invadere l’Europa e hanno posto al primo posto del loro gradimento Carabinieri, Polizia e Guardia di finanza, ossia i custodi dell’ordine, a dimostrazione del fatto che il pericolo percepito è interno.
Il rapporto Eurispes mette in evidenza, e qui la sottolineatura di Giorgia Meloni è più che opportuna,
che la grande preoccupazione degli italiani riguarda affitti e bollette.
L’aumento delle bollette in Italia è un tema ricorrente, legato principalmente a luce e gas, con oscillazioni dovute a fattori geopolitici, prezzi all’ingrosso e costi di sistema.
Nel 2025 l’Italia ha scontato bollette più alte rispetto al 2024, a causa delle tensioni sui mercati energetici dovute alla guerra in Ucraina.
Nel 2026 ci sono stati ulteriori aumenti, soprattutto per il gas (fino a +10,5% per utenti vulnerabili a gennaio) e luce (+8,1% nel II trimestre per clienti in maggior tutela). Anche in questo caso i fattori che hanno determinato la crescita sono in gran parte imputabili alla geopolitica: Ucraina, Iran.
Secondo alcune analisi nel corso dell’anno per una famiglia tipo con contratto indicizzato potrebbe esserci un calo medio del 9% rispetto al 2025 (risparmio stimato intorno ai 200-212 euro annui tra luce e gas). Il gas scenderebbe di più (-12%), la luce meno (-2%). Tuttavia, i prezzi restano elevati rispetto ai livelli pre-2022 (gas +70%, elettricità +100% circa).
Solo una stabilizzazione internazionale potrebbe contribuire a un calo significativo.
La materia prima (gas e elettricità all’ingrosso) pesa per il 50-60% della bolletta ed è dipendente dalle importazioni, a loro volta condizionate dai conflitti. Ci sono poi gli
oneri di sistema, tasse e accise, che possono arrivare al 30 – 40% della bolletta (finanziamento rinnovabili, rete, ecc.).
E’ in questo scenario che si inserisce l’attuale azione del Governo, che si muove sul doppio binario della difesa e dell’energia.
Il dossier più urgente riguarda il formato E5 – Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Polonia – che dovrebbe riunirsi a Berlino il prossimo 2 giugno insieme al capo negoziatore ucraino Rustem Umerov.
Al summit potrebbe partecipare anche il segretario generale della NATO, Mark Rutte. Un appuntamento sul quale il governo lavora da giorni e che sarebbe stato al centro anche di alcune riunioni svoltesi mercoledì a Palazzo Chigi alla presenza della stessa Meloni.
La scelta della data del possibile vertice berlinese avrebbe fatto alzare qualche sopracciglio, a Roma. Il 2 giugno, infatti, coincide con la Festa della Repubblica italiana.
Una coincidenza giudicata poco opportuna da esponenti di governo. Per questo non si esclude che Meloni possa partecipare al summit da remoto, anche se al momento non è stata presa alcuna decisione definitiva.
Resta, inoltre, ancora da formalizzare la presenza della premier a un altro appuntamento internazionale, il vertice tra Ue e Balcani occidentali in programma il 5 giugno in Montenegro.
Nel Governo continua il confronto sul fondo Safe, il programma europeo da 150 miliardi di euro destinato al riarmo e agli investimenti nell’industria della difesa attraverso debito comune.
Qui sarebbe ora di cantare chiaro alla tedesca von der Leyen che non siamo nati sotto i cavoli e che il suo riarmo è solo un favore fatto9 ai tedeschi.
A fronte di un favore tutto dedicato alla Germania non si comprende la rigidità nei confronti di quello che riguarda le tasche delle famiglie riguardo alle spese dell’energia.
Forse è anche giunta l’ora di mandare al diavolo la von der Leyen, il Patto di stabilità e il giogo tedesco.
Giorgia Meloni ha scritto alla tedesca che guida l’Unione Europea una lettera nella quale chiedeva la possibilità di derogare al Patto di stabilità anche per le spese legate all’energia.
“In assenza di questa necessaria coerenza politica – scriveva nella missiva – sarebbe molto difficile spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma SAFE”.
Sul possibile utilizzo dello strumento, però, il governo continua a prendere tempo, precisando che la scadenza del 30 maggio non sarebbe vincolante.
“Il regolamento dell’iniziativa Security Action For Europe – hanno spiegato spiegano fonti autorevoli all’Adnkronos – non contiene alcun riferimento temporale perentorio relativo alla sottoscrizione dell’accordo sul prestito necessario a dare piena esecuzione al piano di investimento presentato da ogni nazione”.
È ora di dire ai tedeschi che il riarmo se lo paghino loro e che se la tedesca von der Leyen non risponde positivamente alle richieste italiane di Safe non se ne parla né ora né mai.
La linea della presidente del Consiglio resta giustamente invariata: sì all’aumento delle spese per la difesa, ma senza trascurare l’impatto sociale della crisi energetica. Un equilibrio che Meloni ha rivendicato in più occasioni.
Sul fronte europeo si è mosso anche il vicepresidente della Commissione Ue Raffaele Fitto. In una lettera inviata ieri ai ministri dei Paesi membri responsabili della politica di coesione, Fitto chiede di utilizzare “con urgenza” tutti gli strumenti disponibili per affrontare la crisi energetica. ”
L’Unione europea ha le risorse per rispondere, e dobbiamo mobilitarle adesso”, scrive il vicepresidente della Commissione.
Fitto ricorda che Bruxelles mette a disposizione degli Stati membri tre strumenti principali: il Fondo europeo di sviluppo regionale, il Fondo di coesione e il Fondo per una transizione giusta.
“Per accelerare l’utilizzo di queste risorse – sottolinea – gli Stati membri e Regioni possono agire su più fronti: creare nuovi strumenti finanziari per anticipare i pagamenti e adottare tutti gli adeguamenti programmatici necessari”.
Con l’Unione Europea, ormai camera a gas di imprese e cittadini, è ora di fare i conti, mettendo finalmente in crisi logiche che ci stanno portando alla distruzione di apparati produttivi, di lavoro, di welfare.
Chiudere il manicomio deve diventare una priorità.





