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L’eroico Pedro, con il suo socialismo a libro paga dell’Iran

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Spagna - Iran

La fine di Maduro scoperchia i rapporti del Venezuela, hub di Hezbollah e dell’Iran, con il socialismo iberico, che tifa per Hamas

Pedro Sánchez, con la sua resistenza a concedere a Donald Trump le basi per la guerra in Iran, è diventato l’eroe delle sinistre progressiste, ossia dei sinistrati radical chic che parteggiano con tutto quello che c’è di non occidentale e soprattutto si schierano con tutto quello che è contro gli USA a conduzione trumpiana.

L’Iran, Paese dalla grande storia (la Persia), governato oggi da una banda di terroristi, di delinquenti,  di massacratori del loro stesso popolo, è diventato nelle coscienze ottuse dei sinistrati la vittima della tracotanza di The Donald, mentre Pedro Sánchez, che al magnate newyorkese si oppone, è diventato l’eroe dei due mondi della sinistra sinistrata e soprattutto del popolo delle “scimmie di città” (Heidegger) che urlano dalle gabbie degli zoo Aztl.

Ebbene, la cattura di Maduro, il dittatore venezuelano, altro eroe delle sinistrate sinistre, ha scoperchiato il vaso di Pandora e tolto il velo all’omertà. E oggi si capisce bene per quale motivo è stato catturato.

Ed eccoci di fronte all’esempio eclatante di cosa siano ormai le sinistre in Europa che ci viene dalla Spagna, dove l’eroe dei sinistrati, Pedro Sánchez, governa senza maggioranza in base ad una norma che riguarda la sfiducia e lo fa mentre dal Paese sale a gran voce la richiesta di nuove elezioni.

Che la sinistra abbia ormai dimenticato casa sia la democrazia è evidente dal comportamento del suo campione europeo, riferimento anche della segretaria del PD, divenuto tale per essersi erto contro Donald Trump, l’orco nero dei sinistrati camerieri dei Dem Usa.

A chiedere nuove elezioni in Spagna non ci sono solo Vox e il Partito popolare, ma anche la Chiesa.

Già nei giorni scorsi, dopo l’arrivo della Guardia Civil nella sede del partito socialista, le richieste di elezioni anticipate sono arrivate anche dal Partito nazionalista basco (PNV) e da Coalicion Canaria (CC), che nel 2023 votarono a favore dell’investitura di Sánchez come premier.

In particolare, il leader del Partito nazionalista basco, Aitor Esteban, ha detto che sarebbe “irresponsabile” per il premier continuare a governare “oltre il 2026, senza una direzione, senza un bilancio, senza una maggioranza stabile”.

La portavoce parlamentare di Junts per Catalunya, Miriam Nogueras, intervistata dall’emittente pubblica TVE, ha detto che il governo spagnolo non ha più una maggioranza, ma continua a governare.

“Chiediamo a Sánchez – ha detto Miriam Nogueras – di convocare elezioni o che almeno dia una spiegazione democratica”.

Il problema è che la parola democrazia nel vocabolario del PSOE è stata cancellata, prova ne sia che la portavoce del governo spagnolo Elma Saiz ha confermato la volontà dell’esecutivo di andare avanti fino al 2027, ovvero fino a fine legislatura, “e oltre”.

“Rispetto le dichiarazioni dei partiti, ma non le condivido – ha detto Saiz -. Ogni giorno l’esecutivo lavora per migliorare la vita delle persone”.

Il fatto è che la questione che riguarda il PSOE e, più in generale, la sinistra spagnola, non è solo un problema di democrazia o di ladrocinio, ma di rete internazionale al servizio di logiche anti occidentali.

L’ex premier socialista Zapatero è indagato per traffico di influenze a altri reati.

L’indagine in corso riguardante Zapatero (presidente del governo spagnolo dal 2004 al 2011) mette a nudo la deriva socialista dopo che ha abbandonato i fondamentali per dedicarsi al camerierato della finanza globalista.

Zapatero è stato imputato (indagato formalmente) nell’ambito del “caso Plus Ultra”.

Il giudice dell’Audiencia Nacional José Luis Calama lo ha imputato per: organizzazione criminale (o appartenenza a una struttura stabile e gerarchizzata); tráfico de influencias (traffico di influenze); falsedad documental (falsità in documenti) e reati connessi, come blanqueo de capitales (riciclaggio di denaro)

Secondo l’accusa, come riferisce El Pais, Zapatero sarebbe il presunto leader di una rete che avrebbe usato la sua influenza per favorire il salvataggio pubblico della compagnia aerea Plus Ultra con 53 milioni di euro di fondi pubblici nel 2021 (durante la pandemia).

In cambio, lui e il suo entourage avrebbero ricevuto commissioni irregolari per circa 1,95-2 milioni di euro (tramite società strumentali, alcune legate alla sua famiglia). La compagnia aerea ha legami con capitali venezuelani e l’indagine riguarda presunto riciclaggio di denaro opaco dal Venezuela.

I legami venezuelani di Plus Ultra sono profondi, sia a livello azionario che operativo e finanziario, e rappresentano il cuore delle indagini sul “caso Plus Ultra”.

Dal 2017 circa, la compagnia è passata sotto controllo effettivo di imprenditori venezuelani (boliburgueses, cioè imprenditori vicini al chavismo/madurismo).

Rodolfo José Reyes Rojas, principale azionista (attraverso Snip Aviation) controlla intorno al 45-57% del capitale (insieme a FlySpain) ed è considerato il vero “padrone” della compagnia.

La moglie María Aurora López risulta come titolare formale per rispettare le norme europee sul capitale (almeno 50% UE). Il giudice ha emesso un ordine di cattura internazionale contro di lui e la moglie per blanqueo, organizzazione criminale e traffico di influenze.

Roberto Roselli Mieles, CEO della compagnia, è stato arrestato nel dicembre 2025 ed è uno dei venezuelani che ha fornito prestiti e aumenti di capitale per tenere in piedi l’azienda in perdita.

Ci sono partecipazioni che passano attraverso società spagnole (Snip Aviation, FlySpain) e strutture panamensi (Panacorp, Panam Capital), considerate opache e usate come veicoli per capitali venezuelani.

Plus Ultra ha mantenuto voli regolari su Caracas anche quando altre compagnie europee e americane abbandonavano il Venezuela per la crisi economica e i rischi ed è diventata una delle poche connessioni aeree con il paese, con rotte anche verso Cuba.

Questo ha generato sospetti su aiuti o permessi facilitati dal regime di Maduro (indagini parlano di interventi della rete Zapatero presso l’INAC venezuelano per ottenere slot e autorizzazioni).

Le accuse più gravi a Zapatero riguardano l’uso dei 53 milioni di euro di aiuti pubblici spagnoli (2021, fondo COVID/SEPI). Secondo la Procura Anticorruzione e l’Audiencia Nacional, parte di questi fondi sarebbero stati usati per restituire prestiti a società legate alla rete venezuelana e per riciclare denaro proveniente da vendite di oro del Banco Central del Venezuela e da fondi del programma CLAP (distribuzione alimentare, già al centro di scandali di corruzione e sovrafatturazione, legati a figure come Alex Saab).

I soldi sarebbero transitati verso conti in Francia, Svizzera e altri paradisi, con Plus Ultra come “beneficiaria” di contratti di prestito con società della presunta organizzazione criminale. La rete Zapatero avrebbe inoltre gestito o intermediato operazioni su petrolio (PDVSA), oro, níquel e divise venezuelane.

Conversazioni intercettate parlano di trasporto di tonnellate di oro dal Venezuela a Dubai via compagnie aeree (inclusi contatti con Plus Ultra o figure collegate).

In sintesi, Plus Ultra è passata da piccola compagnia spagnola a strumento finanziario e logistico per capitali venezuelani opachi, con forti legami politici al regime di Maduro. Questo ha trasformato il salvataggio pubblico in un caso di presunto riciclaggio transnazionale, che ha portato all’imputazione di Zapatero come presunto “vertice” della rete di influenze.

Le indagini sono ancora in corso, sono molto complesse e, ovviamente, fino a ché Zapatero non sarà condannato, rimane innocente, ma quella che emerge è molto di più di una corruzione locale.

Esistono, peraltro, accuse storiche e recenti di finanziamenti (diretti o indiretti) dal Venezuela di Chávez/Maduro a partiti spagnoli di sinistra, in particolare a Podemos e, più di recente, al PSOE.

Si tratta per lo più di inchieste giornalistiche, dichiarazioni di pentiti e indagini giudiziarie, spesso smentite dalle parti coinvolte. Non tutte sono state provate in via definitiva in tribunale.

Il principale filone delle inchieste sui finanziamenti venezuelani riguarda il Centro de Estudios Políticos y Sociales (CEPS), think tank considerato il “germe” di Podemos. Dirigenti chiave come Pablo Iglesias, Juan Carlos Monedero, Íñigo Errejón e Jorge Verstrynge vi hanno avuto ruoli.

Un documento ufficiale venezuelano del 2008 (firmato dall’allora ministro delle Finanze Rafael Isea) autorizzava pagamenti per oltre 7 milioni di euro (o dollari, secondo le fonti) a CEPS tra 2008 e 2012, con l’obiettivo esplicito di “estendere il movimento bolivariano in Spagna”.

Altre stime parlano di 3,7-8,8 milioni di euro complessivi in vari anni (2002-2012 circa) tramite contratti di “consulenza” con enti venezuelani.

Podemos ha sempre negato finanziamenti illegali al partito (distinguendo tra attività della fondazione pre-2014 e il partito stesso).

Alcune testimonianze successive, come quella dell’ex capo dell’intelligence venezuelana Hugo “El Pollo” Carvajal, hanno ribadito che Maduro/Chávez finanziarono Podemos come parte di una strategia internazionale di sostegno a movimenti di sinistra.

Accuse recenti riguardano il PSOE (governo Pedro Sánchez). Dal 2025-2026 ci sono nuove accuse legate al cosiddetto “caso Koldo” (corruzione su appalti Covid) e intermediari come Víctor de Aldama. Secondo indagini della Guardia Civil e reportage di El Español, il regime Maduro avrebbe usato accordi petroliferi con PDVSA (compagnia statale venezuelana) per canalizzare fondi o tangenti verso esponenti PSOE (es. ex ministro José Luis Ábalos, Santos Cerdán, Koldo García).

Si parla di operazioni da centinaia di milioni di dollari in “cupi” (quote) di petrolio, con presunti intermediari e legami a José Luis Rodríguez Zapatero. Aldama ha dichiarato di aver ricevuto un “sobre” (busta) da Delcy Rodríguez con prove di questi flussi per finanziare il PSOE e la Internazionale Socialista.

Come si può ben capire, la fine di Maduro, catturato da Trump, ha probabilmente fatto finire la rete di omertà e di coperture e non è improbabile che ora emerga qualcosa che va ben oltre la corruzione, ossia un sistema internazionale antioccidentale e pro Iran con la testa in Venezuela.

Va ricordato che il Venezuela, di Hugo Chávez prima e di Nicolás Maduro poi, è diventato uno dei principali hub operativi di Hezbollah in America Latina, soprattutto per attività di finanziamento attraverso crimine organizzato (droga, riciclaggio, contrabbando), non tanto come “patria” ideologica (quella resta il Libano), ma come base logistica e rifugio protetto dal regime.

Il Venezuela ha una comunità libanese significativa (da oltre 150 anni). Hezbollah ha sfruttato reti familiari e clan per infiltrarsi nell’economia illecita e nella burocrazia statale.

Chávez e Maduro hanno stretto legami stretti con Teheran (petrolio, sanzioni evasione, anti-americanismo). Hezbollah, come proxy iraniano, ha beneficiato di passaporti venezuelani, documenti falsi, conti bancari, protezione dalle forze di sicurezza e accesso all’economia criminale (soprattutto il Cartel de los Soles, rete di ufficiali venezuelani accusati di narcotraffico).

Inoltre, Hezbollah ha usato il Venezuela per riciclaggio di denaro dal narcotraffico (coca), oro, contrabbando. Reti come quella legata a Tareck El Aissami (ex vice presidente, di origini libanesi) sono state indicate in vari rapporti come collegate a queste attività.

Funzionari venezuelani hanno fornito passaporti, addestramento (es. Isola Margarita), infrastrutture e protezione. Indagini USA (DEA, Tesoro) hanno identificato figure chiave e incriminato persone come Adel El Zebayar per narcoterrorismo con Hezbollah.

Il Venezuela di Maduro ha ospitato e protetto non solo cellule dormienti, ma strutture attive per intelligence, movimento di uomini, materiali e supporto all’“Axis of Resistance” iraniano. Maduro ha pubblicamente allineato il Venezuela a questa alleanza.

Fonti autorevoli (Atlantic Council, Soufan Center, RAND, rapporti DEA/Tesoro USA, testimonianze congressuali) convergono su questo quadro da anni. Non si tratta di propaganda isolata: è emerso in audizioni, sanzioni e indagini internazionali.

Dopo la cattura di Maduro da parte di forze USA, il Segretario di Stato Marco Rubio ha esplicitamente indicato l’eliminazione della presenza Hezbollah e dell’Iran dal Venezuela come obiettivo prioritario, con pressioni sul nuovo governo per espellere le reti residue.

In questo quadro si capisce per quale motivo l’eroe della sinistra sinistrata ha avuto le posizioni che ha avuto al riguardo della guerra all’Iran e alle vicende di Gaza. Tutte molto nobili.

Sánchez ha condannato gli attacchi militari di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, sostenendo che rischiano di destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente e di violare il diritto internazionale; ha riassunto la posizione del governo spagnolo con lo slogan: “No alla guerra”, chiedendo una de-escalation immediata e il ritorno ai negoziati diplomatici; ha rifiutato di autorizzare l’utilizzo delle basi militari spagnole di Rota e Morón per operazioni contro l’Iran, scelta che ha provocato tensioni con Washington.

Dal punto di vista politico europeo, Sánchez si è collocato tra i leader più critici verso l’intervento militare contro l’Iran, distinguendosi da governi che hanno assunto posizioni più vicine a quelle statunitensi o israeliane. Vista la rete di Zapatero era ovvio che i socialisti spagnoli stessero con l’Iran e non certamente per nobili afflati umanitari.

Sánchez è probabilmente il leader europeo che oggi contrasta Trump in modo più aperto e visibile sul piano retorico e diplomatico.

Definirlo il “leader europeo della resistenza a Trump”, l’eroe dei socialisti della sinistra progressista,  è una descrizione plausibile del suo ruolo attuale nel campo progressista europeo, ma resta il fatto che i socialisti spagnoli sono quelli che escono dalle indagini della magistratura, ossia personaggi al soldo di una rete internazionale che coinvolge l’Iran e Hezbollah, la qual cosa li colloca come servi di una politica anti occidentale.

L’impressione che esce da questa vicenda iberica è che la protezione è finita per tutti e che di fronte alla necessità di stabilizzazione espressa di Usa, Cina e Russia, i giochi dei camerieri siano giunti alla fine, con relativo licenziamento.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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