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“Bianca Croce”, senza fiori

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Emblema della Repubblica Italiana
Emblema della Repubblica Italiana - lunghissima. Il decreto legislativo presidenziale 19 giugno 1946, n. 1 autorizzò la nomina di una commissione per lo studio dell'emblema della Repubblica. Formata il 27 ottobre, essa indisse due concorsi. Il bozzetto infine scelto, già vincitore nel primo bando, conciliò la nuova forma dello Stato con la precedente: il Pentalfa era distintivo della Monarchia, delle Forze Armate e delle Logge. Divenne ufficiale con decreto legislativo 5 maggio 1948, firmato a Napoli dal presidente provvisorio della Repubblica, Enrico De Nicola, monarchico, e fu registrato dalla Corte dei Conti il 20 maggio seguente.

Quando gli USA si schierarono per la Corona…

«Bianca Croce di Savoia / Dio ti salvi! E salvi il Re…».

Con questi versi a metà ottobre 1859 il ventiquattrenne Giosué Alessandro Carducci (1835/1907) da Firenze beneuagurò Vittorio Emanuele II e chiamò l’attenzione del ministro della Pubblica istruzione del regno di Sardegna, Terenzio Mamiani, che l’anno dopo gli affidò la cattedra di eloquenza all’Università di Bologna, ove si affermò maestro e vate della Nuova Italia.

Chissà se quei versi erano noti agli artefici dell’operazione segreta “White Cross” allestita dagli USA per salvare la monarchia sabauda al referendum del 2 – 3 giugno 1946?

Ne scrive Marco Patricelli, scrittore, compositore, pluridecorato in Italia e all’estero, in “Se avesse vinto la monarchia. Una storia controfattuale” (ed. Solferino, giugno 2026).

L’operazione “Bianca Croce, made in USA” era geniale. Ai “Servizi” americani risultava che il divario tra monarchia e repubblica era modesto. Bastava poco per far vincere la Corona.

Mentre il Trattato di pace era ancora in gestazione a Parigi, gli Stati Uniti non potevano interferire alla luce del sole nella campagna referendaria. Però qualcosa andava fatto. La forma dello Stato non era un affare esclusivamente italiano.

Gli Alleati, come comunemente eran detti gli anglo-americani, non avevano una visione convergente. Churchill era favorevole alla monarchia, ma non era più premier. Gli americani erano più favorevoli alla repubblica.

Lo erano anche Mosca e il partito comunista italiano, capitanato da Palmiro Togliatti, ma per motivi ideologici più che per calcoli politici. Proprio Stalin aveva dettato a Togliatti la “svolta partecipazionistica”, che nell’aprile del 1944 aveva generato un nuovo governo presieduto dal Maresciallo Pietro Badoglio con rappresentanti di tutti i partiti antifascisti e basato sulla “tregua istituzionale”.

Non solo. Come ricorda Patricelli, il 13 marzo 1944 l’URSS di Stalin e l’Italia di Vittorio Emanuele III concordarono il riconoscimento reciproco dei governi dei due Stati. Fu il punto di arrivo di contatti segretissimi.

Il sovietico Vyschinsky confidò a Renato Prunas, testa pensante della politica estera del regno d’Italia, il punto di vista di Mosca: tutti i popoli «sono almeno in parte responsabili dei loro governi».

Lo era anche l’italiano, perciò tenuto a pagare «molto duramente gli errori e le colpe del regime che si era per vent’anni prescelto».

Per Mosca il regime mussoliniano non poteva essere addebitato solo al duce e ai gerarchi del partito nazionale fascista e meno ancora al sovrano. Il prezzo di quel passato andava saldato dall’insieme degli italiani.

Il suo punto di vista era opposto a quello del democristiano Alcide De Gasperi, fatto proprio dai rappresentanti dell’informale comitato dei partiti antifascisti (futuro Comitato di Liberazione Nazionale, CLN) il pomeriggio del 25 luglio 1943: scaricare sulla monarchia il passivo della guerra e quindi negare ogni collaborazione con il governo Badoglio per tenersi mani libere in vista della resa, sicuramente pesante.

Nell’ottica del portavoce di Stalin, a cospetto della condotta degli anglo-americani, esercito di occupazione assai più che di liberazione, il governo Badoglio aveva validi motivi per accordarsi con l’URSS «con iniziativa segreta ed autonoma».

Il 7 marzo 1944, ormai vicini alla stretta finale, l’ambasciatore Alexander Bogomolov, nuovo rappresentante di Mosca nel Comitato alleato consultivo, propose al governo di ospitare una base aerea sovietica tra Brindisi e Bari, «di dimensioni modeste e di poche unità e uomini», per inviare aiuti al maresciallo jugoslavo Josip Tito.

Contrariamente alle speranze di Badoglio, il riconoscimento URSS – Italia venne accolto con irritazione dagli Alleati. Il generale inglese Noel Mason MacFarlane ammonì: l’Italia non era abilitata a istituire rapporti con altri governi. Su suggerimento di Prunas, Badoglio replicò ruvidamente che tutte le dichiarazioni di benevolenza degli Alleati verso l’Italia erano rimaste «semplici parole che non hanno avuto riscontro nei fatti successivi».

Fermo restando che il vincolo imposto dagli anglo-americani sarebbe valso per solo l’avvenire, Prunas osservò che «il tentato blocco della politica estera italiana» era «un puro e semplice arbitrio».

Le relazioni dirette italo-russe sarebbero quindi proseguite «qualunque cosa pensino e facciano gli Alleati».

La contromossa degli angloamericani fu drastica. Imposero a Vittorio Emanuele III di annunciare il trasferimento dei poteri al figlio, Umberto di Savoia: impegno estorto al re il 12 aprile 1944, due giorni dopo la Pasqua amarissima vissuta a Villa Episcopio, a Ravello.

L’annuncio della Luogotenenza è un cardine del volume di Patricelli. Essa non era prevista dallo Statuto, ma non era nuova nella storia della Casa. Vittorio Emanuele III, va precisato, nominò il Luogotenente il figlio Umberto, ma conservò la Corona (decreto 5 giugno 1944, n. 140).

Benedetto Croce si domandò che cosa sarebbe accaduto se il Luogotenente fosse morto o si fosse dimesso. Filosofo dalle alte aspirazioni, era tra quanti da tempo chiedevano l’abdicazione del re e la rinuncia del figlio alla Corona, a beneficio del nipote, di appena sette anni e quindi “tutelato” da un Reggente.

Non ebbe chiaro che nel caso più sventurato Vittorio Emanuele III avrebbe agito secondo lo Statuto, proprio perché non aveva affatto abdicato ma “solo” conferito le “prerogative regie”.

… e Umberto II gradì l’aiutino

Con un racconto scandito in paragrafi intitolati con una data, Patricelli conduce il lettore dalla resa senza condizioni del 3 – 29 settembre 1943, da lui esplorato in precedenti volumi, all’insediamento del governo esarchico presieduto da Ferruccio Parri che il 15 luglio 1945 dichiarò guerra al Giappone.

Da lì prosegue sino alla ideazione dell’operazione ‘White Cross’, che si sostanziò nel far votare i militari italiani prigionieri di guerra negli USA, debitamente orientati a favore della monarchia.

Per motivi di delicatezza il piano doveva avere l’avallo del Luogotenente Umberto, i cui travagli interiori costituiscono uno dei fili conduttori dell’opera. Pesava in lui il rovello sull’opportunità del suo trasferimento da Roma a Brindisi il 9 – 11 settembre 1943, anziché della sua permanenza alla testa di chi voleva difendere Roma contro i tedeschi.

Ma il principe aveva avuto alternative? Al netto delle ipotesi, che rimangono ai margini della storia, due considerazioni si impongono.

In “Tagliare la corda. 9 settembre 1943. Storia di una fuga” (Solferino, 2023) Patricelli espresse valutazioni severe: «Fu una fuga, un abbandono, non fu un allontanamento e neppure un trasferimento» (p. 21). «Tagliando la corda, venne reciso senza gloria e nel peggiore dei modi immaginabili il nodo di Savoia che aveva legato una dinastia e un intero sistema ai destini dell’Italia» (p. 211).

Però ha anche sempre escluso che il governo abbia patteggiato con i tedeschi l’allontanamento da Roma. Quella partenza fu conseguenza dello “stato di necessità” creato dall’annuncio della resa effettuato dagli alleati con largo anticipo rispetto a quanto essi avevano fatto credere agli italiani.

A differenza di quanto si legge in “Roma tradita”di Elena Aga Rossi (il Mulino, 2026), com’ella stessa scrisse nel 1982, furono giorni di «reciproco inganno».

Ma la verità è un’altra.

“White Cross” fa riflettere su altri aspetti della tenaglia nella quale l’Italia si trovò tra fine agosto e inizio settembre 1943. Dalla catastrofe dell’Asse sul fronte russo a fine 1942 anche per Mussolini fu chiara la necessità di uscire dal conflitto con un armistizio separato, escluso dal Patto di Acciaio con la Germania sottoscritto per suo calcolo il 23 maggio 1939.

A rimanere inchiodato alle conseguenze dell’intervento in guerra del 10 giugno 1940 fu anzitutto il duce, che nei ripetuti incontri con Hitler, sino a quello di Feltre (19 luglio 1943), non fece alcun passo concludente per scongiurare il collasso dell’Italia sotto l’assalto della Sicilia da parte degli anglo-americani, superiori nel mare e nel cielo.

Di lì l’attuazione del piano approntato dal re con la collaborazione del duca Pietro d’Acquarone, ministro della real casa, e di militari fidati: revoca di Mussolini da capo del governo e nomina di Badoglio (gradito agli inglesi), che decretò lo scioglimento del PNF, del Gran consiglio del fascismo e della Camera dei fasci e delle corporazioni.

Un errore fatale, quest’ultimo, perché paralizzò il Parlamento, bicamerale per Statuto.

La defascistizzazione era la “conditio sine qua non” per cercare il contatto con il comando anglo-americano nell’illusione di “trattare” l’armistizio. A Roma nessuno era preparato alla realtà. Quando finalmente riuscì a esserne ricevuto a Lisbona (19 agosto), il generale Giuseppe Castellano, emissario del governo Badoglio, fu salutato con un cenno del capo.

Però la buona volontà dell’Italia, ma in risposta si vide mettere in mano la “resa senza condizioni”, da accettare entro il 30 agosto per scongiurare la devastazione del Paese. Roma non era affatto “città aperta”. I bombardamenti sarebbero proseguiti secondo le necessità belliche.

Dichiaratamente controfattuale sin dal titolo, il suggestivo e documentato libro di Patricelli susciterà molte “letture” degli eventi che si verificarono dall’abdicazione di Vittorio Emanuele (9 maggio 1946) alla partenza di Umberto II alla volta del Portogallo (13 giugno: “per l’estero”, nella pienezza dei suoi diritti di ex capo dello Stato, non “in esilio”, a differenza di quanto si legge in libretti d’occasione) e sino alla seconda adunanza della Corte suprema di cassazione per la comunicazione dei risultati del referendum istituzionale (18 giugno).

In breve, per non togliere al lettore il piacere di scoprire da sé la sequenza straordinaria di colpi di scena, l’appassionamento alla scelta della forma dello Stato e la compostezza complessiva nei giorni del voto e nei primi giorni dello spoglio delle schede, avanziamo alcune considerazioni.

Incalzato da Togliatti, Nenni e altri (specie dal partito d’azione), De Gasperi ammise in Consiglio dei ministri di essere stato informato dell’abdicazione e della partenza del re per l’Egitto e quindi dell’ascesa al trono del Luogotenente Generale del regno, al quale, malgrado polemiche irrituali, il Consiglio stesso convenne che si firmasse, qual era, “Umberto II, Re d’Italia”.

Il Paese visse una campagna elettorale incandescente. Privo del sostegno di quotidiani di rilievo nazionale e mentre gli spazi radiofonici erano aperti a repubblicani molto più che a monarchici, dopo iniziali esitazioni Umberto II compì un periplo per le maggiori città.

Andò dalla ormai poco sabauda Torino (22 maggio) a Firenze, Napoli, in Sicilia, percorsa da un capo all’alto, Genova (31 maggio), Milano (1° giugno: fu accolto in Duomo dal cardinale Ildefonso Schuster ma dovette uscirne alla chetichella per evitare l’ostilità della piazza) e, infine, lo stesso giorno, Venezia. Rientrò nella Capitale prima delle votazioni.

A Milano spiegò con un proclama perché durante l’occupazione nazi-fascista non avesse raggiunto le formazioni partigiane. Non ricordò che alla firma della resa gli anglo-americani assicurarono che entro pochi giorni sarebbero giunti Roma.

Lo ripeterono allo sbarco ad Anzio – Nettuno, ove invece rimasero fermi per altri mesi. Prim’ancora dell’attacco alla Sicilia, il loro obiettivo strategico era l’offensiva sulla costa francese settentrionale ove sbarcarono il 6 giugno 1944. Due giorni prima Marc Clark entrò in Roma, un successo buono per la propaganda, ma strategicamente irrilevante.

Da quel momento il Luogotenente aveva dovuto farsi carico delle prerogative di capo dello Stato. Non poteva né doveva esporsi a pericoli soverchi, mentre suo figlio, Vittorio Emanuele, principe di Napoli, era al riparo in Svizzera con la Regina Maria José e le sorelle.

“Vivere” era vincolo della legge salica, ribadita dall’articolo 2 dello Statuto.
L’impegno, datato da Genova, di sottoporre a referendum la nuova Carta costituzionale tagliata su misura della monarchia costituzionale in caso di vittoria, risultò invero assai labile.

A suo conforto mancava la previsione della composizione dell’Assemblea. Su questo terreno anche l’operazione “Bianca Croce”, fosse mai stata davvero congegnata, era un “colpicino di mano”, senza orizzonte strategico.

L’eventuale vittoria della monarchia al referendum risultava inutile se non suffragata da una consistente presenza monarchica alla Costituente, i cui componenti repubblicani si sarebbero rifiutati di scrivere la costituzione: in un clima non di collaborazione o, se si vuole, di “compromesso costituente” (come ha scritto Aldo G. Ricci) ma di scontro netto su tutto.

Lo aveva dichiarato Togliatti in consiglio dei ministri il 10 maggio, subito dopo l’insediamento di Umberto II. In caso di vittoria della monarchia, egli disse, i comunisti non avrebbero collaborato. Era la linea di Nenni: “la Repubblica o il caos”.

Una minaccia da non sottovalutare nel clima incipiente di guerra fredda. Aveva dunque ragione De Gasperi quando in consiglio di ministri propose che lo scrutinio per la Costituente precedesse quello del referendum: il responso sull’orientamento politico del “popolo”, ovvero lo Stato, aveva la precedenza sulla sua forma.

Il plebiscito definitivo fu il 18 aprile 1948

Il denso e originale libro di Marco Patricelli sollecita un interrogativo per ora eluso anche in questo 80° del referendum. Gli USA e la Gran Bretagna avevano visioni divergenti sull’Italia postbellica: Churchill era favorevole alla continuità della monarchia sabauda, Roosevelt e sua moglie Eleanor (un curioso coniugio) simpatizzavano per gli italo-americani antifascisti e repubblicani.

Gli angloamericani non dimenticavano le perdite subite. Le rinfacciarono al generale Giuseppe Castellano a margine della resa di Cassibile e lo ripeterono a Vittorio Emanuele III quando irruppero a Villa Episcopio per estorcergli l’annuncio immediato della Luogotenenza.

La domanda però è: agli Alleati conveniva di più salvaguardare la coesione dell’Italia o, come invece avvenne, gettarla nel caos e farla colare a picco?

Perduta in pochi mesi dall’intervento in guerra l’intera Africa Orientale, poi la Libia e quindi ormai cancellata dal ruolo di media potenza coloniale, qual era stata dal 1885 a fine Anni Trenta (anche prima della sconsiderata conquista dell’Etiopia), per motivi geo-storici l’Italia conservava un ruolo equilibratore al centro del Mediterraneo.

Nel molto disinibito “incontro a quattr’occhi” con Churchill per delineare le zone d’influenza postbelliche, Stalin non avanzò alcun pretesa sull’Italia. Per l’Occidente essa costituiva dunque una risorsa quanto più fosse stata risparmiata dalla prosecuzione della guerra sul suo territorio, con tanto di guerra civile destinata a protrarsi come divisione ideologica anche a pace raggiunta e protratta nel tempo con la stucchevole polemica sul “fascismo eterno”.

Paradossalmente, e malgrado la sua dichiarata disponibilità a battersi contro il nazionalsocialismo germanico, l’Italia post-fascista non ebbe sorte tanto migliore di quella riservata alla Spagna di Francisco Franco.

Nel disegno controfattuale attribuito da Patricelli agli statunitensi, tardivamente decisi a gettare a favore della monarchia il voto degli italiani ancora prigionieri di guerra, «una Croce Bianca era meglio di una Stella Rossa». Ma la storia richiedeva molto più di una manciata di voti per far prevalere la monarchia sulla repubblica.

Proprio Umberto II era consapevole che una repubblica può affermarsi e durare a stretta maggioranza (l’italiana nacque minoritaria: 12.700.000 voti su 28 milioni di elettori), mentre la monarchia, tanto più dopo l’introduzione del suffragio universale, ha bisogno di ampio seguito popolare.

Il regno era nato nato dai plebisciti del 1848/1870 e lentamente si era consolidato con una legge elettorale restrittiva e anche grazie alla diserzione dei cattolici dal voto politico su direttiva dei papi e del clero anti-risorgimentale, contrario a una unificazione bollata quale complotto massonico.

A differenza di quanto Umberto II si era impegnato a fare in caso di conferma della monarchia, il governo centrista in carica il 1° gennaio 1948 (Democrazia cristiana, partito socialista democratico, partito repubblicano e partito liberale) non sottopose la Costituzione a referendum confermativo.

Se lo avesse fatto, la Carta avrebbe ottenuto un’ampia conferma. Ma altro ormai premeva. Il vero plebiscito ebbe luogo con l’elezione del primo parlamento repubblicano il 18 aprile 1948. Per la camera dei deputati la democrazia cristiana ottenne il 48,48% dei voti e la maggioranza dei seggi (304 su 573).

Solo l’ingresso una tantum di 107 “senatori di diritto” le impedì di avere la maggioranza anche al Senato, ove conseguì il 48,09% dei voti e 151 “patres” (133 eletti, 18 nominati) su 344 (237 dei quali eletti). Il Partito nazionale monarchico ottenne 14 seggi contro i 16 avuti alla Costituente.

Il movimento sociale italiano, dichiaratamente erede del fascismo, racimolò 526.670 voti (2,01%) e 6 seggi. Al Senato ne spuntò appena uno. La maggior parte dei suffragi che al referendum del 1946 erano andati alla monarchia si rifugiarono sotto lo Scudo Crociato della Democrazia cristiana (croce rossa, su fondo bianco, in campo azzurro Savoia). Quello fu il punto di arrivo della lunga crisi iniziata nell’estate del 1943, percorsa tappa dopo tappa da Marco Patricelli.

In realtà, gli Stati Uniti d’America nulla fecero a vantaggio della monarchia sabauda. L’operazione “White Cross”, se davvero fosse stata allestita, andrebbe perciò messa nel non breve elenco delle loro imprese fallite. La ricostruzione dell’Italia e il conseguente “miracolo economico” sorsero dal lavoro dei suoi abitanti, sulle fondamenta materiali e morali gettate sin dall’unificazione del 1861, grazie a una dirigenza ancora dotata di alto senso dello Stato e infine, va riconosciuto, grazie al “Piano Marshall”, da annoverare tra i veri successi degli USA.

Bisogna ricordarsene mentre l’Europa rimane una chimera e gli eventi di quegli anni, compreso l’esito effettivo del referendum, richiedono uno studio “indipendente”, documenti alla mano, lasciata alle spalle la narrazione di comodo: propaganda, non Storia.

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