Professori non denunciano studenti aggrediti che li hanno aggrediti ma vengono querelati dai ragazzi
Esiste una figura antica del folclore italiano: il cornuto e mazziato. È colui che subisce il danno e, non pago, si incarica personalmente di peggiorare la propria situazione.
Una maschera tragicomica che pensavo ormai confinata alle commedie dialettali della mia Napoli. Invece eccola risorgere, in cattedra. A Parma.
La vicenda è nota. Due professori vengono aggrediti da alcuni studenti. Non insultati. Non contestati. Non bersagliati da una petizione. Aggrediti. Una parola che nella lingua italiana conserva ancora un significato preciso, benché la pedagogia contemporanea faccia ogni giorno del suo meglio per svuotarlo.
Ma i due docenti decidono di non denunciare. Perché, spiegano, in fondo i ragazzi non hanno fatto loro poi così male.
Argomento curioso.
Se un ladro mi svaligia casa ma dimentica il televisore, dovrei forse ringraziarlo per la moderazione. Se un automobilista mi investe ma mi rompe soltanto una gamba, dovrei apprezzarne il senso della misura. Se un rapinatore mi punta il coltello senza affondarlo, meriterebbe forse una menzione per la sua sensibilità umanitaria.
L’Italia è un Paese meraviglioso. Da noi l’aggressore aggredisce e la prima preoccupazione dell’aggredito è rassicurare l’orbe sulla bontà dell’aggressore.
Ma il capolavoro doveva ancora arrivare.
Il ministro dell’Istruzione telefona a uno dei docenti per manifestargli solidarietà. Si può discutere delle idee del ministro, delle sue riforme, dei suoi provvedimenti, della sua linea politica. È il sale della democrazia. Ma una telefonata di solidarietà, normalmente, si riceve con un “grazie”.
Invece no.
Il professore coglie l’occasione per informare l’intero orbe terracqueo che considera il ministro un “incapace”. Una dimostrazione di opportunità che ricorda un conferenziere vegano che accetta di presiedere all’inaugurazione di una macelleria.
A quel punto, la vicenda sembrava avere raggiunto il suo limite fisiologico di assurdità.
Errore.
Uno dei giovani mazzieri querela il docente. Attraverso un legale che annuncia l’esistenza di un filmato destinato a gettare “una luce completamente diversa” sui fatti.
Attendiamo fiduciosi.
Ormai questa storia assomiglia a quelle case abbandonate dove, aprendo una porta, se ne trova un’altra ancora più marcia dietro la precedente.
Se il filmato dimostrerà quanto sostiene la difesa, lo vedremo. Se non lo dimostrerà, lo vedremo ugualmente. I tribunali servono esattamente a questo.
Resta, però, una considerazione.
Per anni la scuola italiana – prima fra tutte nella sua illustre e rossastra incarnazione emiliano-romagnola – ha predicato che l’autorità fosse una forma di prepotenza, che la disciplina fosse un residuo ottocentesco e che ogni sanzione rappresentasse un trauma da evitare accuratamente. Ha allevato generazioni convinte che ogni regola fosse negoziabile e ogni responsabilità reversibile.
Poi, quando qualcuno passa dalla teoria alla pratica, scopriamo docenti che rinunciano a denunciare i propri aggressori e che riescono persino a trasformare la solidarietà ricevuta in un’occasione polemica.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Aggrediti dagli studenti, contestati dall’opinione pubblica, querelati dagli aggressori.
Cornuti e mazziati.
Se la vicenda continuerà su questa traiettoria, prometto che andrò personalmente a Modena a recapitare una guantiera di sfogliatelle al docente sinistrato. Sul biglietto non serviranno molte parole.
Basterà una dedica che tutta la storia ha già scritto da sola:
“Un collega a un fulgido esempio del modello didattico emiliano-romagnolo”.





