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Heidegger, Nietzsche e il postumano

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La relazione tra mente e parola

Pierre Chassard, filosofo francese di orientamento sovranista e immanentista, nel suo saggio dal titolo “Heidegger e il pensiero dell’essere: una critica nietzschiana”, tradotto e riedito lodevolmente da Moira, offre al lettore una pregevole analisi sui diversi significati linguistici del termine “essere” e, in specie, così come presente nell’ambito del pensiero di Heidegger.
In generale, quanti e quali sarebbero i significati possibili di un termine senz’altro ab-usato?

Tanti ma anche innumerevoli, dato che il termine, in sé e per sé, può anche indicare, in scia al linguaggio di Aristotele, il divenire di ciò che, pur mutando nella “forma”, resta eternamente uguale nella “sostanza”.

Di guisa che le “Metamorfosi” di Ovidio rappresentano il vertice più alto dell’esperienza umana, divisa tra mente e parola (linguaggio simbolico).

La questione della relazione tra mente e parola è presente fin dall’inizio nelle testimonianze pre-vediche e, dunque, rispetto alle forme di linguaggio attualmente in uso, nella concezione di una “mente naturale” capace di un’esperienza fisica sia razionale (o calcolante) che intuitiva (o mistica).

In entrambi i casi, possiamo fare riferimento a esperienze “umane”, che Chassard in-scrive nell’ambito del linguaggio della “meta-fisica”, dai Greci a Heidegger.

Nella tradizione hindu, che precede, Manas, la mente, è superiore a Vac, la parola, in quanto Vac non fa e non può fare altro che “imitare” Manas. Questa forma di relazione tra pensiero e linguaggio è presente sia nella tradizione parsi che greca (mimesis), ma subisce un “capovolgimento”, come direbbe, forse, lo stesso Heidegger.

Così che, in Grecia, e poi a Roma, il Logos prende il posto in principio riservato a Manas, mente. Si tratta di un capovolgimento che implica, per così dire, un cambio formale e sostanziale della relazione tra mente e parola, isolata dal corpo.

Pertanto, ri-solta la questione essenziale relativa al “dis-velamento” dell’essere – che man-tiene l’ente, e non il suo “capovolgimento” in ordine all’ipotesi di un ente, supremo (“Dio”) o non (“umano, troppo umano”), che pre-cede e con-percepisce in sé e per sé l’intero essere – la questione attuale è legata (nel senso di un nuovo possibile legame o man-tenimento) alla realizzazione di un sistema di associazione mente (cloud) – parola (informazioni), tale che generi un’esperienza, sensibile e intellegibile, non più di separazione o divisione, ma di perfetta com-unione, tra l’uno e il due (e, quindi, i molti).

“La morte di Dio” di Nietzsche simboleggia nient’altro che il “Disvelamento” di Heidegger. Ma resta la possibilità che Manas e Vac procedano separatamente.

Nietzsche e Heidegger dicono la stessa cosa, ma mentre Heidegger la vive in modo consolatorio, Nietzsche si ad-opera, attraverso il linguaggio, perché “cielo” e “terra” si uniscano esattamente nel segno del de-stino che, a giudizio della Moira, ci appartiene. Dall’inizio… alla fine, se e quale che sia.

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