Negoziare, deterrere, sopravvivere
Mentre nello Stretto di Hormuz si moltiplicano le esercitazioni navali iraniane e a Ginevra riprendono i colloqui indiretti sul nucleare, l’Iran mostra il suo metodo: diplomazia e deterrenza non sono alternative, ma strumenti complementari.
È questa la mia chiave di lettura, Teheran agisce su tre binari: pressione militare, negoziato internazionale e gestione del consenso interno. La simultaneità non è contraddizione ma strategia.
Sul tavolo dei colloqui mediati dall’Oman restano i nodi ben conosciuti: limiti al programma nucleare, ispezioni, scorte di uranio e alleggerimento delle sanzioni.
Ma la questione centrale è la credibilità degli impegni dopo l’uscita unilaterale degli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action nel 2018, che ha riaperto la stagione delle sanzioni secondarie.
Le sanzioni non sono solo uno strumento geopolitico ma una leva che incide sulla stabilità sociale: inflazione, svalutazione del rial, perdita di potere d’acquisto e proliferazione di mercati paralleli.
La compressione economica indebolisce la capacità di mobilitazione interna e rafforza le reti informali legate ai centri di potere. Lo Stretto di Hormuz resta la principale carta strategica: non occorre chiuderlo per influenzare mercati energetici, assicurazioni e catene logistiche globali.
Attraverso quel passaggio transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale. La sola minaccia di interruzione produce instabilità. I Paesi del Golfo da Doha ad Abu Dhabi temono soprattutto attacchi alle infrastrutture civili critiche.
In un’area dove l’acqua potabile dipende dalla desalinizzazione e la vivibilità urbana dall’energia elettrica, colpire centrali e reti significherebbe destabilizzare intere società.
Per questo Qatar, Emirati e Oman spingono per canali discreti di de-escalation. Sul piano interno, l’architettura del potere resta fondata sul “doppio Stato”: esercito regolare e pasdaran.
Questi ultimi, oltre alla funzione militare, controllano snodi economici e confini, beneficiando dei circuiti paralleli generati dalle sanzioni. Ogni ipotesi di transizione lineare si scontra con questo ecosistema di interessi consolidati.
Nel frattempo, la società iraniana mostra una vitalità contraddittoria. Le donne sono oggi la maggioranza tra matricole e laureati nelle discipline scientifiche, ma persistono profonde asimmetrie giuridiche.
Figure come Shirin Ebadi, Narges Mohammadi e Maryam Mirzakhani incarnano il capitale umano di un Paese attraversato da tensioni irrisolte. Dopo il movimento “Donna, Vita, Libertà”, il regime ha adottato un pragmatismo difensivo: la norma sull’obbligo del velo resta, ma l’applicazione è stata allentata per preservare stabilità e legittimità.
Una flessibilità tattica che conferma la logica di fondo, perché la Repubblica islamica non si muove per impulsi ideologici isolati, ma per calcolo strategico. L’Iran non è un enigma: è un sistema che negozia, dissuade e si adatta per sopravvivere.





