Home Opinioni Referendum, dove sono i magistrati senza correnti?

Referendum, dove sono i magistrati senza correnti?

0
magistrati

Dati diffusi da Parodi mostrano che su circa 9.200 magistrati iscritti all’ANM solo 2.100 sono iscritti all’ANM e a una corrente

C’è una paradossale anomalia nel battagliero dibattito in corso in vista del prossimo referendum costituzionale sulla giustizia. Ed è l’assenza, tra i vari “comitati” mobilitatisi  per il “SI”, di un “comitato” (o almeno di un “manifesto”) che rappresenti apertamente e chiaramente le posizioni di tantissimi magistrati favorevoli alla riforma. Tra questi vi sono, in particolare, molti magistrati che, non aderendo ad alcuna corrente, sono le principali vittime del sistema correntizio attualmente vigente nella magistratura organizzata. Sono i soggetti che più sarebbero avvantaggiati dalla riforma stessa. E sono la maggioranza dei magistrati italiani.

È come se in una battaglia fossero assenti, con i loro colori e i loro vessilli, proprio quei soggetti, per la cui difesa, oltre che per interessi generali, molti hanno deciso di scendere in campo sostenendo la riforma. Certo qualcuno di loro, i più coraggiosi, stanno testimoniando, ma solo a titolo individuale, le ragioni del loro sì alla riforma con sapidi e dotti articoli sui giornali (in particolare sul quotidiano “La Verità”) e nelle poche interviste concesse loro dalle maggiori reti radio-televisive.

Ma manca e pesa nel dibattito pubblico l’assenza di un “comitato” (o, almeno, di un “manifesto”) di “magistrati per il SI”. Una presenza che certificherebbe pubblicamente, agli occhi ed alle orecchie dell’opinione pubblica poco o male informata, che la magistratura è profondamente spaccata al suo interno per ragioni sia culturali, sia di interesse. Così non appare pubblicamente il fatto che il conflitto in corso sul prossimo referendum di marzo e sulla riforma è anche, se non soprattutto, un conflitto interno alla magistratura. Si tratta di un conflitto anche ideale e culturale, ma soprattutto di potere tra una minoranza dominante di magistrati iper-attivi e dominanti in quanto “signori delle correnti” e, quindi interessati alla conservazione del proprio potere ed una maggioranza silenziosa (e probabilmente intimorita) di magistrati dominati, le cui carriere dipendono dal benestare delle correnti. Molti di loro non aderiscono ad alcuna corrente ed essendo esclusi dai giochi carrieristico-correntizi più rilevanti (oltre che non tutelati in caso di procedimento disciplinare) avrebbero tutto l’interesse alla riduzione, se non alla scomparsa totale, del potere correntizio, che è il vero obbiettivo della riforma.

Molti di questi ultimi tacciono. Lo fanno o perché restii a prendere posizioni pubbliche e sospettabili di inclinazioni politiche, o per prudenza. Attendono nelle retrovie l’esito incerto della battaglia referendaria. Sanno che avrebbero ogni interesse a scendere in campo collettivamente e pubblicamente in difesa delle loro carriere e della loro indipendenza. Ma sanno anche che se vincessero i NO coloro che si fossero esposti sarebbero certamente presi di mira, ostracizzati e penalizzati dai loro colleghi vincitori signori delle correnti e delle loro carriere.

Non scendono in campo anche perché sanno che in passato sono falliti tutti i tentativi di costituire un sindacato alternativo all’ANM. E constatano che non vi è stato finora alcun gruppo organizzato, interno o esterno alla magistratura, che li abbia incoraggiati e sostenuti e che fosse abbastanza forte per assicurare loro una credibile protezione anche in futuro dalle rappresaglie del sistema correntizio che domina l’ANM (il sindacato unico dei magistrati) e, attraverso l’ANM, lo stesso CSM. Essi sanno anche che nell’ANM, nonostante il pluralismo delle correnti, domina una quasi unanimità corporativa, ostile alla riforma e alla riduzione del potere delle correnti.

La stessa corrente definita di solito “di destra”, quella di Magistratura Indipendente, uscita maggioritaria alle ultime elezioni del gennaio 2025, pur mostrandosi disposta ad un dialogo con il governo, è ostile alla riforma quanto quelle di sinistra, come Area e Magistratura democratica. E con esse costituisce una maggioranza di fatto a cui si aggiunge anche la corrente “di centro” di Unicost (Unità per la Costituzione).

Tutte le grandi correnti dell’ANM sostengono che la riforma tenderebbe ad accrescere il peso della politica in rapporto alla magistratura e sono ostili al sistema del sorteggio per la scelta dei componenti dei due CSM previsti dalla riforma. Nonostante le differenze ideologiche, sono tutte “correnti” che, ovviamente, come tali, difendono il potere correntizio e sono unite dalla ovvia volontà di difenderlo e conservarlo.

Sorprende semmai il fatto che la corrente “Articolo101” non abbia nemmeno provato a costituire un comitato di magistrati o a formulare un manifesto di magistrati per il SI alla riforma. Anche i suoi esponenti sembrano doversi mostrare prudenti davanti al blocco dominante corporativo-correntizio. Nata nel 2019 come movimento “anti-corrente” in opposizione al “sistema” dominante rivelato da Luca Palamara, la corrente “Articolo 101” sembra essere stata scoraggiata anche dal magro risultato ottenuto alle elezioni interne all’ANM del 2025. In quelle elezioni ha dimezzato i voti ed i seggi ottenuti nel 2020 riuscendo ad ottenere solo 304 voti (su circa 8000) e 2 seggi (su 36) nel Comitato direttivo centrale dell’ANM. La palude dei magistrati senza corrente non ha votato per la corrente degli “anti-correnti”.

Eppure i magistrati senza corrente sono la grande maggioranza: per l’esattezza il 77% circa dei magistrati italiani iscritti all’ANM stando ai dati forniti di recente dal presidente del sindacato delle toghe, Cesare Parodi. Secondo questi dati, i magistrati iscritti all’Associazione nazionale magistrati sono circa 9.200, (oltre il 90% del totale dei magistrati italiani) ma quelli iscritti ad una corrente sono solo 2.100. Ciò significa che il 77% circa dei magistrati italiani rischiano di restare esclusi dalle carriere più attraenti oltre che di non essere tutelati nei processi disciplinari al pari di loro colleghi protetti dalle correnti. Ciò significa anche che una minoranza attiva del 23% circa dei magistrati italiani detiene le chiavi delle carriere dei loro colleghi (e degli eventuali processi disciplinari a loro carico), sminuendone l’indipendenza.

L’attuale “sistema” vigente tra ANM e CSM penalizza infatti soprattutto i magistrati che non appartengono ad alcuna corrente.

Quel sistema privilegia di gran lunga l’appartenenza alle correnti a scapito del merito. Lo dimostrano i nominativi di tanti magistrati nominati in incarichi direttivi o semidirettivi di prestigio. Si ha così una dimostrazione di come quegli stessi incarichi vengano assegnati a magistrati secondo logiche correntizie o a misura di loro precedenti cariche all’interno dell’ANM. Lo ha testimioniato, tra gli altri, l’ex magistrato ed ex presidente dell’Anm, Luca Palamara in diversi suoi interventi orali e scritti.

Secondo le sue rivelazioni, mai contestate da alcuna querela, il meccanismo, chiamato “della scacchiera” funziona così: se la corrente X ottiene una procura di peso, la corrente Y otterrà in cambio un Tribunale di pari importanza. In questo scenario, la frequentissima unanimità nel Plenum del CSM non è affatto sintomo di unanime riconoscimento del merito, o dei rispettivi curriculum, ma il sigillo di un accordo tra le correnti raggiunto nelle segrete stanze di una delle Commissioni a loro volta dominate dalle correnti e dai loro capi.

Un analogo meccanismo, secondo le stesse fonti, vige – mutatis mutandis- per i procedimenti disciplinari. Anche qui è di prammatica il sistema correntizio “io ti assolvo i tuoi e tu mi assolvi i miei”. Quesl sistema sancisce il privilegio dell’impunità ai magistrati iscritti alle correnti, incentivando irresponsabilità, negligenze ed errori giudiziari. Ad essere da quel sistema penalizzati sono, oltre ai cittadini vittime di malagiustizia e di ingiuste detenzioni, anche i magistrati senza corrente. Basti osservare’ che non solo il merito, ma anche il valore costituzionale  dell’indipendenza del magistrato viene, nel sistema vigente, posposta all’appartenenza. Anzi essa diventa persino un handicap professionale per chi sceglie di non appartenere ad una qualche corrente.

Questi magistrati tacciono e non escono allo scoperto per comprensibili timori, ma anche per sfiducia nella possibilità di cambiare il sistema stesso.

Sorprende quindi anche il fatto che nemmeno il fronte del SI, nel suo complesso di forze politiche e culturali, sembra avere fatto molto per incoraggiare i magistrati favorevoli alla riforma e quelli “senza corrente” ad uscire pubblicamente allo scoperto costituendo un comitato o almeno formulando un manifesto pubblico. Nel fronte del SI vi sono, oltre ai comitati costituiti dai partiti di governo, comitati di radicali, socialisti, liberali, avvocati e professori universitari. Ma manca un comitato di magistrati per il SI. E nessuno sembra aver pensato o essere riuscito a favorirne la nascita.

Si tratta di un grave errore politico che pesa sulla forza pubblica delle ragioni del SI perché occulta le divisioni ed i conflitti interni alla magistratura e tende a presentare il referendum come conflitto tra politica e magistratura nel suo insieme.

In mancanza di un “corpo”  visibile e pubblico di “magistrati per il SI”, la magistratura finisce con l’apparire all’opinione pubblica come un blocco compatto ostile alla riforma e rappresentato dalla maggioranza correntizia che domina l’ANM. Di conseguenza il referendum del 23 marzo rischia di apparire prevalentemente come un confronto tra potere politico e potere giudiziario, tra le forze politiche di governo da un lato (appoggiate da vari comitati e media fiancheggiatori) e magistratura dall’altro, appoggiata dai partiti di opposizione di sinistra. Questi ultimi appaiono quindi sulla scena pubblica come difensori dell’istituzione-magistratura, mentre quelli di governo rischiano di apparire come meri difensori di una parte politica che, per giunta “attacca la magistratura”. Il governo rischia così di intestarsi la riforma e di assumere su di sé l’intero peso della battaglia referendaria. Rischia anche di unire contro di sé tutte le forze di opposizione, fornendo loro una vernice istituzionale, oltre che di attirare l’ostilità del grande pubblico alla classe politica.

È questo il grande vantaggio propagandistico del fronte del NO generato dall’assenza di un “comitato” o di un “manifesto” di “magistrati per il SI”.

Lo si è constatato di recente quando la maldestra, enfatica ed inutile assimilazione del CSM ad un “sistema para-mafioso” da parte del ministro Carlo Nordio ha attratto il rimbrotto del presidente Mattarella in difesa dell’istituzione CSM ed ha consentito al fronte del NO di giocare il ruolo di difensore delle istituzioni.

Lo si constata ogni giorno quando le giuste rimostranze del presidente del Consiglio o di suoi ministri contro provvedimenti giudiziari davvero assurdi e incomprensibili vengono presentati da politici e giornalisti di sinistra come “attacchi” del governo alla magistratura nel suo complesso, legati al grande attacco costituito dal SI al referendum.

Se anziché dover essere il capo del governo o suoi ministri, a difendere le ragioni del SI ci fossero anche i magistrati favorevoli alla riforma, il gioco del Fronte del NO avrebbe meno successo.

In definitiva le forze politiche, professionali e culturali favorevoli alla riforma mancano perciò di una loro gamba essenziale: quella dei magistrati favorevoli alla riforma e dei “senza corrente”. Questi ultimi sono praticamente assenti dal diibattito quando invece dovrebbero essere in prima fila nel sostenere i propri interessi professionali e generali contro le correnti e i loro capi. Sono questi ultimi i veri avversari di una magistratura libera ed indipendente perché, con la loro logica correntizia, che la riforma vuole abolire o limitare, penalizzano le carriere, la libertà e l’indipendenza della maggioranza dei magistrati italiani.

Ci vogliono pensare i responsabili del fronte del SI, magistrati, o politici, o avvocati o professori che siano?

Autore

  • Lucio Leante

    Lucio Leante

    Lucio Leante, laureato in Scienze Politiche, giornalista professionista. È stato per circa 25 anni corrispondente dell'ANSA da Mosca, Praga, New York e Ankara. Ha collaborato per varie testate nazionali tra cui Il Mondo e l'Europeo. Ha scritto articoli e saggi per Il Mulino e Mondoperaio. Ha contribuito a libri collettanei tra cui "Public Diplomacy: USA v/s USSR" e "Storia dell'integrazione europea".

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui