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UNO STATO PALESTINESE CON CAPITALE GAZA?

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La manifestazione di protesta nel quartiere Shejaiya di Gaza City, dove decine di residenti si sono scagliati contro il governo di Hamas,  è un segnale importante per il futuro di un possibile Stato palestinese, in quanto, come cerco di spiegare, la Striscia di Gaza è l’unico territorio omogeneo palestinese, con uno sbocco al mare e con un confine con l’Egitto.

La Cisgiordania è un insieme di territori e di autorità sugli stessi che la rende di difficilissima gestione.

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Se si guarda la cartina dell’Ispi si capisce come sia del tutto impossibile che la Cisgiordania possa rappresentare una sede stabile per uno Stato palestinese, mentre Gaza è l’unica possibilità di realizzare il famoso e mai raggiunto obiettivo di due popoli e due stati.

Non c’è porzione di territorio della Cisgiordania che non sia circondato da territori totalmente sotto controllo israeliano. Inoltre tutti i territori della Cisgiordania a insediamento palestinese non confinano con altri Stati e sono isole all’interno del territorio controllato da Israele.

Non è così per la striscia di Gaza.

E’ interessante ricordare che, dopo la Prima guerra mondiale, la Cisgiordania fu posta sotto il controllo britannico come parte del Mandato britannico della Palestina.

Nel 1947, l’ONU propose un piano di spartizione che avrebbe dato vito a due Stati, uno ebraico e uno palestinese, con la maggior parte dell’attuale Cisgiordania destinata a diventare parte della nuova Palestina. Tuttavia, il piano di spartizione non viene accettato dagli arabi e dopo il ritiro delle forze britanniche nel 1948 e la proclamazione dello Stato di Israele, gli eserciti di cinque Paesi arabi sono entrati in Palestina. Nel conflitto che ne seguì – la prima delle Guerre arabo-israeliane – Israele si espanse oltre il territorio previsto dal piano di spartizione e la Cisgiordania venne formalmente annessa dalla Giordania il 24 aprile 1950.  

Nel 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni, Israele occupò ulteriori territori, inclusa la Cisgiordania, che rimane sotto il controllo israeliano ancora oggi, con alcune aree autonome gestite dall’Autorità Nazionale Palestinese. 

Il pasticcio che ci conduce all’attuale situazione della Cisgiordania è il frutto degli Accordi di Oslo del 1993, con i quali si aprì la strada ad una parziale autonomia palestinese in alcune zone della Cisgiordania, suddividendola, come evidenzia la cartina, in aree A (sotto controllo palestinese), B (con controllo congiunto) e C (sotto il controllo israeliano).

Nel 2007, il conflitto tra i principali partiti palestinesi Hamas e Fatah, in seguito al fallimento della creazione di un governo di coalizione, ha portato Hamas al governo della Striscia di Gaza, mentre un gabinetto di emergenza guidato da Fatah continua a governare la Cisgiordania.

Questa la situazione, ma ora la novità interessante è che nella Striscia di Gaza si sono registrate proteste, con i dimostranti che hanno bruciato pneumatici e gridato “Hamas fuori da Gaza, non vogliamo la guerra”. Le proteste si sono tenute nel campo profughi di Jabalia e a Khan Yunis.

I manifestanti chiedono ad Hamas di lasciare il potere nella Striscia, che il gruppo detiene da oltre 18 anni, e in generale di porre fine ai continui attacchi e bombardamenti israeliani, nei quali sono state uccise più di 60mila persone palestinesi.

Le proteste di questi giorni, alle quali hanno partecipato centinaia di persone, sono state di gran lunga le più estese degli ultimi mesi.

L’altra novità interessante è che il partito palestinese Fatah ha annunciato il suo sostegno alle richieste dei manifestanti che sono in scesi per le strade di diverse zone della Striscia di Gaza per chiedere la fine del potere di Hamas nella zona.

In una dichiarazione Fatah ha affermato che “coloro che hanno preso parte alle proteste a Gaza sono cittadini neutrali e non sono affiliati al nostro partito”. Ha anche spiegato di sostenere queste proteste perché chiedono la fine della guerra nella Striscia devastata ed ha inoltre sottolineato che la fase successiva a Gaza richiede un organismo legittimo che si occupi della ricostruzione e degli aiuti. 

Le proteste sono nate su iniziative spontanee di piccoli gruppi di persone e hanno ricevuto il sostegno di vari movimenti tra cui Bidna Na’eesh (“Vogliamo vivere”), nato nel 2019 per protestare contro le cattive condizioni economiche nella Striscia, e “Vogliamo dignità”, nato dopo il 7 ottobre del 2023.

Hanno partecipato anche persone legate al partito Fatah, che è rivale di Hamas e governa in Cisgiordania, e dei cosiddetti mukhtar, figure tradizionali e leader locali che hanno una grande influenza sulle comunità di riferimento.

La rivolta anti Hamas è un elemento di interesse anche in rapporto al piano egiziano per il dopoguerra a Gaza, il quale, chiamato anche Piano arabo, prevede la ricostruzione di Gaza entro il 2030 senza espellere la popolazione.

La prima fase comporterebbe la rimozione di oltre 50 milioni di tonnellate di detriti lasciati dalle offensive militari e dai bombardamenti di Israele, nonché l’inizio della bonifica degli ordigni inesplosi.

Il piano prevede di rinnovare completamente la Striscia e di costruire negli anni successivi abitazioni e aree urbane “sostenibili, verdi e percorribili” con energia rinnovabile. Con bonifica dei terreni agricoli e creazione di zone industriali e grandi parchi.

Inoltre, prevede l’apertura di un aeroporto, di un porto per la pesca e di un porto commerciale.

Il nodo è la presenza di Hamas. Il trasferimento della popolazione in blocco, aveva il significato di consentire una pulizia totale dell’area e il rientro dei palestinesi in base ad un filtro stretto che escludesse il rientro di adepti all’organizzazione terroristica.

La ribellione contro Hamas dei palestinesi della Striscia dà una possibilità in più al piano egiziano.

Ora il nodo da affrontare è come eliminare Hamas definitivamente, la qual cosa significa fare i conti con la Fratellanza Musulmana, con il Qatar e con l’Iran.

Sul tavolo delle trattative tra Russia e Usa, il Medio Oriente è uno degli aspetti prioritari e la questione della stabilizzazione della Striscia di Gaza appare come un elemento centrale per un equilibrio dell’area.

Se le trattative in corso a Riad daranno buoni risultati, non è impossibile che la Striscia di Gaza possa davvero ospitare la prima forma di Stato palestinese, garantito da un concerto di Stati sunniti e, in primo luogo, dall’Arabia Saudita.

La storia antica di Gaza è ricca e complessa, con radici che risalgono a migliaia di anni fa. Situata in una posizione strategica lungo la costa orientale del Mar Mediterraneo, nella parte sud-occidentale dell’attuale Striscia di Gaza, la città è stata un crocevia di civiltà, commerci e conflitti fin dall’antichità.

Gaza, perlatro, vanta una storia millenaria ed è particolarmente nota per il suo legame con i Filistei, un popolo che si stabilì nella regione intorno al XII secolo a.C., durante l’Età del Ferro.

I Filistei, spesso associati ai “Popoli del Mare” menzionati in fonti egiziane, fecero di Gaza una delle cinque città principali della loro pentapoli (insieme ad Ascalona, Ashdod, Ekron e Gat). La città divenne un centro politico, economico e militare, famosa per la sua cultura materiale, come ceramiche decorate e tecnologie avanzate per l’epoca.

La Bibbia ebraica cita frequentemente Gaza in relazione ai conflitti tra i Filistei e gli Israeliti, con episodi celebri come quello di Sansone, che secondo la tradizione abbatté un tempio filisteo a Gaza (Giudici 16). Sebbene queste narrazioni abbiano un valore più teologico che storico, testimoniano l’importanza della città nel contesto regionale.

A partire dall’VIII secolo a.C., Gaza cadde sotto il controllo di varie potenze imperiali. Gli Assiri la conquistarono nel 734 a.C., trasformandola in un avamposto amministrativo. Successivamente, nel 605 a.C., fu incorporata nell’Impero neobabilonese dopo la caduta degli Assiri. Con l’ascesa dei Persiani Achemenidi (VI-IV secolo a.C.), Gaza prosperò come snodo commerciale, grazie ai traffici di spezie, incenso e beni di lusso tra l’Arabia e il Mediterraneo.

Dopo la conquista di Alessandro Magno nel 332 a.C., Gaza entrò nell’orbita ellenistica. La città resistette strenuamente all’assedio macedone, ma fu infine sottomessa e successivamente controllata dai Tolomei d’Egitto e dai Seleucidi di Siria. Durante il periodo ellenistico, Gaza divenne un centro cosmopolita, con una fiorente economia basata sul porto e sul commercio.

Sotto i Romani, a partire dal I secolo a.C., Gaza fu integrata nella provincia della Giudea. La Pax Romana favorì la costruzione di infrastrutture, come strade e templi, e la città continuò a prosperare come porto strategico. Nel 66 d.C., durante la prima guerra giudaica, Gaza rimase fedele a Roma e sfuggì alle devastazioni che colpirono altre città della regione.

Con l’avvento del cristianesimo, Gaza acquisì una nuova dimensione spirituale. Nel IV secolo d.C., sotto l’Impero Bizantino, la città divenne sede di un vescovado e si sviluppò come centro religioso, nonostante la resistenza di alcune comunità pagane locali. Il tempio del dio Marnas, una divinità filistea, fu distrutto nel 401 d.C. per ordine dell’imperatore Arcadio, segnando il trionfo del cristianesimo nella regione.

La storia antica di Gaza riflette il suo ruolo di ponte tra culture e civiltà. Dai Filistei ai Romani, passando per Egizi, Persiani e Greci, la città ha assorbito influenze diverse, mantenendo sempre una rilevanza strategica e commerciale. Questa eredità antica pone le basi per la sua successiva evoluzione sotto il dominio arabo-islamico, che inizia nel VII secolo d.C., ma questa è un’altra fase della sua lunga storia.

Questi brevi cenni alla storia di Gaza solo per sottolineare il suo possibile ruolo, anche storico, di capitale di uno Stato palestinese con un territorio omogeneo, uno sbocco al mare, un confine con l’Egitto e con Israele e la possibilità di governare i territori della Cisgiordania in collaborazione con lo Stato di Israele.

Utopia? Può essere, ma alle volte la storia ci presenta delle possibilità inaspettate da cogliere.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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