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UNA RIFLESSIONE SULLA RIFORMA DELL’ORDINE GIUDIZIARIO

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di Vito Sibilio

Il Governo Meloni ha predisposto una riforma della Giustizia che prevede la separazione delle carriere dei magistrati inquirenti e di quelli giudicanti, una riforma che incontrerà molti ostacoli sul suo cammino ma che sarebbe bene fosse approvata, perché correggerebbe una grave anomalia del nostro sistema. E tuttavia nessuno pensi che sarebbe sufficiente, perché il sistema giudiziario italiano ha bisogno di essere drasticamente e radicalmente ripensato, in quanto in palese squilibrio con gli altri poteri dello Stato.

Quando la Costituente, per liberarsi del retaggio del recente passato fascista, decise di slegare i magistrati da ogni legame con il potere esecutivo e legislativo e stabilì il reclutamento per concorso – presente anche nell’ordinamento francese, tedesco e inglese – sicuramente fissò dei principi adatti a quel contesto storico, ma che oggi sono invecchiati e sono funzionali soltanto alla perpetuazione di un sistema corporativo che tutela chi ha la fortuna di entrarci e le sue connessioni con altri spezzoni di Stato e parastato.

Il Pci, del resto, sin da subito intuì che bisognava andare all’arrembaggio delle gramsciane casematte del potere e legioni di suo iscritti o simpatizzanti fecero e superarono i concorsi, si impadronirono dei posti chiave e, nelle commissioni giudicanti, fecero sì che tale colonizzazione continuasse sino ai giorni nostri, anche dopo le trasmutazioni politiche di Botteghe Oscure.

L’anomalia di una rappresentanza sindacale unica, quella dell’ANM, che è senz’altro più adatta per un regime dittatoriale, e la sua suddivisione in tre o quattro correnti tutte abbastanza politicizzate, ha fatto poi sì che, grazie a un sistema elettorale proporzionale, tutte le scelte potessero essere prese secondo criteri di lottizzazione, mediante l’accordo più o meno stabile tra almeno due correnti su tre o di tre su quattro. Il tutto, si badi, in modo completamente legale e speculare a quello che avveniva in Parlamento tra i partiti per la composizione degli esecutivi e, in questi ultimi, per la designazione dei titolari dei posti dei grandi e piccoli burocrati di stato, con la sola differenza che l’uso del Manuale Cencelli nelle Camere e nei Governi è stato sempre sotto i riflettori dei mass media, mentre nelle segrete stanze delle toghe essi non sono arrivati quasi mai.

Nella magistratura spesso le correnti del Sindacato unico hanno deciso, prima e fuori del CSM, le nomine chiave, su cui poi le riunioni di quell’assise e il suo Presidente, ossia il Capo dello Stato pro tempore, hanno “passato solo lo spolverino”. L’equilibrio tra i magistrati e i parlamentari, al netto delle forti divergenze politiche tra alcuni dell’una e dell’altra parte, era stato garantito dai Costituenti con la concessione dell’immunità parlamentare, che però negli anni novanta del secolo scorso è stata incautamente abolita sotto la spinta di una opinione pubblica che si era erroneamente convinta che i giudici fossero tutti giustizieri e i politici tutti criminali.

L’ideologizzazione di una parte del corpo giudiziario, palese nei manifesti delle correnti sindacali e specie in alcune di esse, ha fatto sì che centinaia di volte si potesse dubitare dell’intenzione, dell’opportunità, della necessità e persino della correttezza delle inchieste condotte sui politici e gli imprenditori, nonché sui loro risultati, in base al colore partitico degli inquisiti. Di recente i dubbi si sono estesi a tutta una serie di casi di cronaca i cui protagonisti sono legati a ceti sociali  e gruppi etnici che, in una certa visione neomarxista, sono sempre innocenti perché determinati, nel delinquere, dalle loro svantaggiate condizioni.

In virtù di queste interpretazioni sociologiche di fatti ed eventi, si sono moltiplicati i casi di sovrapposizione di competenza tra magistrati e potere esecutivo, essendo i primi impegnatissimi a smantellare determinati provvedimenti del secondo, qualora essi colpissero quei soggetti che le toghe volevano tutelare a qualsiasi costo, assieme agli interessi che ruotano attorno a loro, interessi, si badi, che purtroppo non sempre sono legittimi e che spesso sono discutibili. Ad oggi la situazione è davvero insostenibile e c’è anzi da meravigliarsi che un simile sistema abbia ancora buone professionalità, che si distinguano con ottimi risultati nella lotta al crimine organizzato. Se a questo aggiungiamo che nella giustizia vi è carenza di organico, mancanza di mezzi, arcaicità di procedure, contrasti di interpretazione nell’applicazione delle innumerevoli norme, sovrapposizione di competenze con le forze dell’ordine nella conduzione delle indagini, ci rendiamo conto che il settore ha bisogno di una riforma profonda.

La separazione delle carriere, dicevo, è solo il primo passo. Dei tre poteri dello Stato liberale, in Italia quello giudiziario non ha nessuna legittimazione popolare, né di primo né di secondo grado, per cui bisogna parlare di corpo più che di potere. Questa è la prima stortura che andrebbe raddrizzata, rendendo elettivi i pubblici ministeri, come negli USA. I magistrati giudicanti dovrebbero essere elettivi anch’essi o designati, magari dal Capo dello Stato o dalla Camera Alta, sulla base di liste predisposte dal Consiglio Superiore della Magistratura, che dovrebbe essere composto di membri sorteggiati e svolgere le competenze amministrative.

Ad oggi i magistrati godono di fatto di una immunità tale da renderli, anche quando necessario, impuniti. La responsabilità civile e penale dei giudici giudicanti è un principio di civiltà che andrebbe applicato, mentre ai parlamentari e ai membri del Governo, in quanto rappresentanti del popolo, andrebbe restituita l’immunità, che anzi andrebbe estesa anche ai Presidenti di Regione e ai Sindaci delle Città Metropolitane, a fronte delle competenze maggiori acquisite. Inoltre, siccome l’obbligatorietà dell’azione penale si è trasformata spesso in discrezionalità, essa pure andrebbe abolita.

I giudici inquirenti, se eletti, potrebbero darsi un programma in cui fissare le priorità della loro azione, ma questo sarebbe diverso, ad esempio, dallo scegliere di fissare lo sguardo preferibilmente da una parte piuttosto che in un’altra del complesso mondo degli affari e della politica. Le sentenze, una volta inferte, dovrebbero creare sempre il precedente, così da impedire la proliferazione di più indirizzi giurisprudenziali su un medesimo tema, mentre la possibilità di ricorrere alla Cassazione dovrebbe essere normata in modo più restrittivo, come del resto il diritto di quest’ultima di pronunziarsi su leggi approvate dal Parlamento o decreti del Governo, in quanto l’uno e l’altro sono espressione del popolo sovrano e la Corte no.

Gli organici dei giudici dovrebbero essere aumentati, gli scatti di carriera concessi sulla base di autentici spostamenti di sede, i mezzi a disposizione dei tribunali aumentati e le procedure sveltite, mentre le pene, che spesso sono irrisorie rispetto ai crimini a cui sono comminate, dovrebbero essere inasprite, mentre quelle troppo severe per reati minori dovrebbero essere mitigate. La giungla delle leggi andrebbe deforestata.

Fermo restante che ognuno ha diritto ad avere idee proprie, è ad oggi inaccettabile che certe correnti sindacali della magistratura teorizzino un impegno politico sociale dei propri adepti dando adito a indebiti sospetti. Tali dichiarazioni andrebbero proibite per legge e i magistrati che, riconoscendosi in esse, compissero atti palesemente politicizzati andrebbero sollevati dall’incarico. Alla stessa maniera è impensabile che ci sia un solo sindacato dei giudici. Ognuna delle sue correnti dovrebbe essere un sindacato, garantendo quel pluralismo di rappresentanza che la giurisprudenza ha sempre sancito per tutti gli altri comparti del lavoro e del pubblico impiego.

Probabilmente una riforma tanto ampia non avverrà mai, ma avere presenti tutte le necessità della giustizia rimane, a maggior ragione, una esigenza politica e morale. La magistratura ha svolto, nella storia del paese, un ruolo fondamentale nella lotta al terrorismo, alla mafia, alla corruzione e nella salvaguardia delle istituzioni democratiche, che nessuno nega e che anzi è oggetto della gratitudine del popolo italiano, ma essa non può perpetuare i suoi difetti rivendicando, in modo quantomeno parziale, solo le proprie benemerenze e i sacrifici dei suoi esponenti più nobili, tanto più che proprio molti di costoro si fecero promotori di riforme e per questo in vita furono osteggiati anche dai loro colleghi.

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  • Redazione

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