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UNA INTEGRALISTA SFIDUCIATA DALLA COLUMBIA UNIVERSITY

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di Antonello Tomanelli

Questa è l’immagine di Katrina Armstrong, presidente della Columbia University, uno degli atenei più prestigiosi degli States, sfiduciata in tempo reale dal consiglio di amministrazione, dopo che il dipartimento all’istruzione trumpiano aveva revocato un finanziamento di 400 milioni di dollari e voluto revisionare 5 miliardi di sovvenzioni aggiuntive. Ufficialmente, per non aver contrastato l’antisemitismo dilagante nell’università newyorkese, arrivando a non ordinare la rimozione di striscioni recanti la scritta «ebrei tornate in Polonia»; e a minacciare sanzioni disciplinari al prof. Lawrence Rosenblatt, colpevole di aver protestato per la decisione della stessa Armstrong di affidare un corso sul sionismo a Joseph Massad, uno che aveva definito gli attacchi del 7 ottobre «fantastici e sbalorditivi».
In realtà, l’antisemitismo dilagante è soltanto la punta dell’iceberg. Erano ormai in tanti, all’interno della Columbia, ad averne abbastanza degli atteggiamenti di questa paladina della cultura woke.
Studenti bianchi non ammessi ai corsi a numero chiuso perché sistematicamente scavalcati da quelli di colore, che in nome di un’inclusività forzata godono di un diritto di precedenza. Matricole bianche costrette ad inscenare le forche caudine davanti ai colleghi black, mostrando pentimento e chiedendo scusa per le colpe dei propri avi colonialisti. L’impossibilità, pena il rischio di una sanzione disciplinare, di chiedere a qualcuno «da dove vieni», in quanto domanda recante un’implicita discriminazione etnica. Il pubblico ludibrio riservato a una studentessa italiana per essersi mostrata stupita, di fronte all’intervista resa da una adolescente nera durante la pandemia Covid, della manifestata consapevolezza del suo «trauma generazionale», quando il trauma generazionale, secondo questi scocomerati woke, è soltanto quello sofferto per il fatto di discendere dagli schiavi.
Guai a chi chiede ad uno studente di colore informazioni sul suo «campo di studi»: la domanda è inammissibile, perché evoca le piantagioni di cotone in cui i suoi antenati venivano schiavizzati.
La colpa della Armstrong sarebbe stata quella di aver avallato, se non incoraggiato, le gesta di questi esecutori woke, anziché raccomandare loro l’assunzione controllata di farmaci anti-psicotici. Ma la sua longa manus ha oltrepassato le mura dell’ateneo mostrando comprensione per il linciaggio subìto sui social da una donna bianca, che dirigeva un nutrito gruppo di volontari impegnati ad assistere i poveri di Brooklyn, quasi tutte persone di colore. Nonostante il suo impegno, la povera donna ha dovuto dimettersi perché «incarnazione del neocolonialismo». E hanno avuto la loro razione anche quei volontari di colore che l’avevano strenuamente difesa, accusati pubblicamente di avere il complesso del salvatore bianco.
Sì, perché persino le stesse persone di colore ne hanno piene le scatole di questa cultura woke. Una di queste, studentessa della Columbia University e proveniente dal Tennessee, ha dichiarato: «Siamo stufe di vederci rappresentate come eterne vittime bisognose di risarcimenti. Così ci viene tolta ogni possibilità di autodeterminazione. Questa ideologia impedisce di riscattarci da sole, con le nostre capacità e i nostri meriti». Chapeau!
Fortunata questa Mrs Armstrong ad essere soltanto rimasta senza lavoro. Perché diciamolo chiaramente: una così, più che disoccupata, dovrebbe essere quanto meno assegnata ai lavori socialmente utili.
 

Autore

  • Redazione

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