
di Antonio Foccillo
L’alluvione che ha colpito l’Emilia Romagna e le Marche è l’ennesimo scempio avvenuto nel nostro Paese. La natura in poche ore è stata inclemente e ha messo in ginocchio questi territori. I danni delle copiose piogge cadute sfiorano stime da capogiro a cui poco realisticamente i singoli Comuni riusciranno a far fronte se non ci sarà un consistente intervento da parte dello Stato.
In questi giorni all’isolamento di interi paesi e quartieri, causati dall’impraticabilità delle vie di circolazione, si sono aggiunti anche guasti sia alla rete idrica sia a quell’elettrica facendo rimanere così anziani e intere famiglie nelle loro case senza luce e acqua. Come se ciò non bastasse, si prevedono nuove forti piogge.
È avvenuto qualcosa di incredibile per cui è difficile trovare parole e forse la cosa migliore è proprio rimanere in un rispettoso silenzio nei confronti di quanti questi giorni piangono e non speculare su queste tragedie, come purtroppo a volte fanno i mass media, che focalizzano l’attenzione nell’immediato per poi gettare tutto nell’oblio pochi giorni dopo.
Questa enfatizzazione mediatica è per l’appunto temporanea ma il dolore rimane e segna le persone che ne sono indelebilmente colpite e, allora, quali sono le risposte che possiamo dare e quali sarebbero le scelte che dovremmo prendere d’ora in avanti per evitare che tutto ciò si possa ripetere?
Certo la rivolta della natura non si può prevedere e forse nemmeno controllare ma sicuramente l’uomo può e dovrebbe rispettarla. Evitando polemiche sul caso specifico, sono ormai fin troppi anni che una sparuta parte delle società civile e non solo lancia allarmi, inascoltati, contro gli abusi edilizi, gli eccessi della cementificazione del suolo, la necessita di salvaguardare il territorio e forse sarebbe il caso, dopo numerose catastrofi, che si agisse finalmente sul recupero, sulla cura e sulla messa in sicurezza del patrimonio immobiliare esistente, pubblico e privato, ponendo un freno alla speculazione edilizia e rinnovare le infrastrutture.
La natura può essere ingestibile ma non lo è, al contrario, l’incuria dell’uomo nella progettazione edilizia e nei piani regolatori. Bisogna ripartire perciò da controlli capillari e puntuali sull’esistente per garantire quanto meno il dovuto adeguamento sismico e idrogeologico di quei paesi, cosa che purtroppo è stata fin troppo limitata o ancor peggio non è mai avvenuta.
Qui però entra in gioco una componente fondamentale per rendere tutto questo possibile, ossia il ruolo e la funzione delle istituzioni dello Stato. Perché a chi ha profetizzato l’eccessiva burocratizzazione della macchina del Paese, demonizzandola e riducendola sempre più all’osso, risponde l’evidenza dei fatti, ossia l’impossibilità delle articolazioni dello Stato più prossime ai cittadini di prevenire problemi purtroppo imprevedibili o quanto meno di corrervi ai ripari.
Purtroppo, i questi anni ha vinto un neo liberismo che ne ha smantellato le funzioni. L’impianto delle “nuove” proposte politico-economiche e finanziarie si è concentrato, purtroppo, principalmente sui tagli alla spesa pubblica, senza mai valutare le ricadute sui costi sociali. Per completare il tutto, in nome di una presunta ripresa e del libero mercato, si privatizza ciò che ancora non era stato possibile privatizzare.
Come se al ridursi del perimetro di azione dello Stato, tanto ambito dai dogmi neoliberisti perorati dalle politiche di spending review, si risolvessero tutti i mali e le inefficienze dello Stato. Queste come altre critiche sono solo strumentali, finalizzate a sostenere l’abolizione totale dell’intervento dello Stato e quella quasi completa della Pubblica Amministrazione, anch’essa da ridurre ai minimi termini come lo stesso perimetro dello Stato.
Oggi la macchina amministrativa versa in condizioni molto difficili per la mancanza di strumenti, la pochezza di stimoli professionali, la fatiscenza di sedi e della tecnologia in uso ormai superata, l’inadeguatezza degli stipendi e la carenza di mezzi, strumenti e organico. Per la rilevanza sociale dei servizi che offre, sarebbe opportuno investire nella Pubblica Amministrazione piuttosto che svilirla con continui tagli lineari.
Questa linea politica non corrisponde alla storia di un Paese come l’Italia, radicato su una Costituzione che affida allo Stato il compito di garantire e promuovere la coesione sociale, onde consentire la libera partecipazione dei cittadini alla vita della comunità nazionale.
Bisogna porsi, tutt’al più, il problema di come rendere i servizi pubblici più produttivi e di come renderli vicini alle esigenze della gente, intervenendo nel funzionamento delle strutture di erogazione delle assistenze, apportandovi criteri come la modernizzazione, la professionalità, la tempestività e la qualità del servizio offerto.
Questa è una vicenda che rimane aperta, special modo dopo che si ripropone l’Autonomia differenziata. Come bisognerà rispondere a chi ormai lamenta da anni il mancato riconoscimento della professionalità di lavoratori instancabili, spesso precari, che mettono a repentaglio la loro vita per aiutare il prossimo, come i Vigili del Fuoco, ancora una volta protagonisti di professionalità e coraggio. Servitori dello Stato di cui tutti noi non possiamo che essere fieri che si trovano a fronteggiare situazioni di emergenza con squadre il più delle volte mutevoli, nelle quali ai pochi contrattualizzati a tempo indeterminato si affiancano numerosi vigili a tempo determinato se non a chiamata.
In effetti, da circa vent’anni, ossia da quando il debito pubblico è diventato la priorità delle priorità, la politica economica risparmia sistematicamente sulla manutenzione delle infrastrutture materiali, immateriali e fisiche e dilapida le poche risorse disponibili in spese improduttive.
La macchina dello Stato deve riprendere linfa, c’è bisogno di investire e di ridare slancio all’intervento dello Stato nelle scelte di peso della politica economica, non rimanendo più schiavi di ciechi tagli lineari della spesa pubblica.
Le stesse Regioni devono essere in grado di rilanciare una politica di controllo del territorio, prima che avvengano le disgrazie e non dopo, lamentando i ritardi dello Stato e le vite umane che vengono sacrificate a questa incuria perenne.
Sandro Pertini sosteneva: “Si svuotino gli arsenali e si riempiono i granai”. Noi possiamo mutuarla così: si svuotino gli arsenali e si impieghino le risorse per dedicarle alle infrastrutture, al controllo e alla manutenzione del territorio.
L’Italia è tutta a rischio. Non è più possibile aspettare. Governo, forze politiche, sindacati si impegnino a elaborare un piano di interventi a tutela dei cittadini e dell’intero territorio e non piangere, dopo, lacrime di coccodrillo.
Niente accade per caso, ma tutto avviene per l’incuria dell’uomo e l’incapacità della politica a progettare!





