La politica italiana affogata in un oceano di rumore
I vecchi partiti erano una sorta di Chiese alle quali gli italiani demandavano la propria fiducia.
Il ragionamento era più o meno questo: «Alla fine io capisco poco di questa roba; loro hanno un programma che tutela gli interessi della mia classe sociale o della mia categoria, quindi voto loro». Mi deludono? Voto un altro partito affine, oppure mi astengo.
La trasformazione della società e la progressiva personalizzazione della politica hanno scardinato quel sistema.
Si è cominciato a votare il personaggio più simpatico e convincente, quello che si ammira, quello nel quale ci si identifica o che, segretamente, si vorrebbe essere.
Il programma, il posizionamento ideologico e persino gli interessi concreti sono diventati secondari, o comunque molto meno importanti.
Il colpo finale lo hanno dato i social.
Prima esistevano le “Chiese”, con il loro clero politico; oggi è subentrata la secolarizzazione della politica. Ognuno, anche con il quoziente intellettivo di uno storione e la cultura generale di una capra, si sente contemporaneamente esperto di politica, commentatore, analista e microinfluencer.
I risultati sono essenzialmente due.
Il primo è che i social hanno finalmente reso visibile quanto siano diffuse l’ignoranza, la stupidità e l’incapacità di articolare un ragionamento appena più complesso di uno slogan.
Il secondo è che siamo costretti a sorbirci le più incredibili idiozie, paranoie e allucinazioni prodotte da questa pletora di capre, alle quali però sono stati messi in mano strumenti di comunicazione potentissimi.
Il tutto condito dalla fase finale ove compare l’intelligenza artificiale.
L’IA permette ormai anche a un pitecantropo (uno dei famosi “digital creator democratizzati”, cioè praticamente chiunque ) di infognare il cyberspazio e l’infospazio con quantità ciclopiche di meme cretini, pamphlet
robotici vuoti e inutili, immagini pacchiane e quintali di video cafoni.
Siamo arrivati al punto che persino la propaganda politica viene ormai confezionata dall’IA, che sforna a ciclo continuo fesserie visionarie, carnevalesche di pessimo gusto.
Il rumore di fondo è diventato talmente vasto e oceanico che riuscire a capire che cosa stia realmente accadendo nella politica italiana è ormai una delle fatiche di Ercole.
Fanno eccezione pochissimi fenomeni talmente evidenti da consentire ancora qualche previsione. Uno è Vannacci, che con ogni probabilità finirà per soppiantare la Lega salviniana, erodendo relativamente poco Fratelli d’Italia, ormai trasformato in un partito in doppio petto, istituzionale e relativamente moderato.
Dall’altra parte troviamo il nulla cosmico e i vandali di Bologna, i quali, bisogna riconoscerlo, continuano almeno a esistere più nel mondo reale che in quello digitale.
Ciò che manca, in primis, è un centro vero. Una forza che, nel mondo polarizzato contemporaneo, fatica persino a nascere perché non possiede un apparato respiratorio compatibile con l’atmosfera politica attuale.
In secundis, manca una sinistra socialdemocratica che sia insieme patriottica ed europeista, razionale e pragmatica; estranea agli eccessi, ma aggressiva sulle riforme.
Una sinistra (autentica ndr), per intenderci, “alla Rampini”: probabilmente l’unica forza capace di costituire un vero contraltare a fenomeni come Vannacci.
Ma in Italia una forza del genere non esiste più.
Siamo arrivati al paradosso per cui una lista chiamata semplicemente “Prima Repubblica” potrebbe persino raccogliere i voti di una massa di silenziosi esasperati, stanchi del carnevale permanente, della propaganda da circo digitale e dell’oceano di rumore nel quale è affogata la politica italiana.





