
di Antonio Foccillo
Nel mondo occidentale le vicende drammatiche dell’ennesima guerra tra Israeliani e Palestinesi hanno generato un movimento di protesta, in particolare fra gli studenti, che chiedono la fine degli scontri e degli attacchi nei confronti dei Palestinesi.
Questi giovani stanno battendosi con grande determinazione contro la guerra e chiedono la pace, ma sono sintomatiche anche di un malessere che cresce sempre di più. La quantità della protesta è talmente vasta e partecipata che qualcuno la considera una riedizione dei movimenti del 68/69.
Al di là del fatto che le forme di protesta in un regime democratico sono importanti per misurare la qualità della democrazia, credo che, più che analizzare la quantità e la natura della capacità dello scontro, bisogna analizzare la massiccia repressione che si è generata in risposta alle proteste di questi giovani.
Una legittima protesta senza violenza è garanzia contro il dispotismo dei governi ottusi. Voglio ricordare che già Locke sosteneva che le regole della maggioranza non fondano una comunità, sono vincolanti, ma non possono essere un deterrente contro la volontà di una minoranza di poter espletare il suo diritto alla contestazione.
Ancora Thomas Hobbes, nel Leviatano, aveva individuato che: “Il ricorso a procedure principi e diritti democratici non garantisce di per sé l’esistenza di uno Stato democratico. Anzi può condurre a uno Stato autoritario e tirannico qualora si neghi al popolo il diritto del controllo dei governanti, e nei casi estremi il diritto di insurrezione[1]”.
E, infine, Alexis de Tocqueville sostenne: “La tirannide nasce anche in democrazia quando si identifica la maggioranza con la volontà generale, ignorando dunque quella parte della società, la minoranza che, in quanto tale, non governa[2]”.
Allora è possibile che si alimenti la repressione per limitare il diritto alla protesta da parte dell’opposizione. Se questo atteggiamento persevera nel reprimere qualsiasi protesta civile allora il problema è valutare se lo stato della democrazia è da considerarsi in crisi.
L’esercizio della democrazia deve essere funzionale al diritto della maggioranza di governare, ma nello stesso tempo, deve essere in grado anche di permettere alla cittadinanza di controllare e opporsi alle perversioni nel soffocare qualsiasi contestazione.
Pertanto, per avere una democrazia reale, bisogna che, anche in questa particolare fase storica, i cittadini debbano assumersi il compito di partecipare attivamente dentro il sistema politico, esprimendo consenso o dissenso, per divenire protagonisti delle scelte e delle trasformazioni del proprio Paese.
Questa idea di partecipazione, in Italia in particolare, discende da un’analisi della storia repubblicana, che ci fa ritenere che la crisi della democrazia rappresentativa affondi le sue radici nell’incapacità manifestata dalla politica di realizzare pienamente il dettato costituzionale.
Poi l’operazione “mani pulite”, che portò alla fine della Prima Repubblica, ha spazzato via gran parte di quella classe politica, ma contemporaneamente ha consegnato il popolo italiano nelle mani di una classe politica dispotica e incapace di rappresentare realmente i tanti problemi che sono nati nella società.
Così tutti gli italiani sono stati posti di fronte ad una politica che nell’autoreferenzialità nutre interessi innanzitutto personali, estesi solo in funzione di ciò, anche agli “amici” e che rappresenta la perversa radice che deve essere tagliata.
Mai come in questo periodo la democrazia appare, nelle sue diverse tipologie costituzionali, vulnerabile e inclinante verso oligarchie, strutturate in poteri anche non politici, economici, mediatici, o verso governi autoritari.
Per evitare tutto ciò, occorre che la democrazia sia ancorata a dei valori che la salvino anche nei grandi scenari della deterritorializzazione del potere, delle unioni sopranazionali, delle egemonie transnazionali, insomma di quelle forme inedite che ha assunto il dogma della globalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia, per non parlare del ritorno dei conflitti e della guerra.
Le regole classiche della democrazia, esigono il dialogo, la consultazione, l’accordo dentro e con le minoranze, il riconoscimento e la tutela effettiva dei diritti umani, che spettano a ogni essere umano, indipendentemente dalla nazionalità e dalla cittadinanza, l’allineamento alle libertà storiche delle democrazie, cioè ai diritti civili e politici, ai diritti sociali e ai diritti culturali, per cercare una risultante pacifica e ordinata a quel parallelogramma di forze altrimenti distruttive che sono l’identità e l’alterità, specie se interpretate nello schema dello scontro.
Certo, se, da parte della politica con una nuova visione delle società, non si apre una forte capacità culturale di trasformare l’odio, la repressione, i conflitti e l’imbarbarimento dello stare insieme, in nuove regole di vivere le comunità democratiche, per poter rafforzare tutele e diritti, sarà sempre più forte il soffocamento di qualsiasi libertà e opposizione dalle tirannie delle maggioranze, magari elette sempre con meno partecipazione.
È dunque necessario un grande impegno, proprio anche culturale, per rigenerare una politica democratica, nella quale gli antichi valori possano essere riaffermati. Ma servirebbe anche una nuova classe dirigente, che sappia ripristinare una mediazione politica vera, che si contrapponga agli interessi economici dominanti e capace così di assicurare le garanzie di una democrazia partecipata e condivisa.
[1] E. N. Luttwak, S. Creperio Verratti, Il libro delle Libertà, pag. 183, Mondadori, 2000 Milano
[2] Ibidem, pag. 206





