E’ possibile uno scontro sociale, fino a conflitti civili, nell’Europa occidentale. Le condizioni strutturali per un possibile conflitto sono già presenti, alimentate da fattori la cui esistenza è incontrovertibile. Lo dice il il professor David Betz dopo una profonda analisi, basata su decenni di ricerca accademica.
Inutile drammatizzare: le conclusioni non mi convincono. Ma l’analisi degli elementi che possono portare, e secondo me stanno portando, ad un confronto violento nella società vi sono tutti. D’altronde la violenza oggi permea ogni nostro atteggiamento ed ogni nostro rapporto: da quello del confronto solo verbale che si nutre di parole violente e di concetti estremizzati, fino alla facilità con la quale si arriva al confronto ed alla violenza fisica.
Tre gli elementi a cui fare riferimento: la polarizzazione sociale, il downgrading della maggioranza della popolazione e il crollo della fiducia nelle istituzioni.
“La polarizzazione è diventata una questione di identità e appartenenza di gruppo, non più di contenuti politici” dice Betz: lui fa esempi in Inghilterra rispetto a questioni raziali. Ma da noi l’appartenenza viene prima di ogni altra cosa su molte questioni. Non l’ideale ma l’estremizzazione della ideologia è diventata la ragione stessa del fare politica. Il conflitto personale la regola. L’astio, e poi l’odio, neanche più solo sopportati ma accettati come sistema. E si va ancora oltre. “L’identità è più importante di qualsiasi altra cosa”: il contrario di una ragione di “essere società”. Questioni generali, vero: ma guardiamo il problema immigratorio anche sotto questo aspetto perché immiserirlo in polemica partitica è drammaticamente sbagliato. Alcuni “sentimenti” vanno gestiti, non cancellati per decreto. Ed i cattivi consiglieri sono diventati sin troppi.
L’ascensore sociale è bloccato? No, la mobilità sociale non si è arrestata: si è rovesciata, e spinge in modo inquietante verso il basso. Palare di “downgrading” è troppo poco. Dozzine di sociologi italiani lo ripetono da tempo. E’ vero su molti piani. Sul piano economico: ancora nel 1995 il Pil pro capite italiano era al di sopra della media europea, poi non ha fatto che scendere progressivamente di anno in anno. Sul piano dell’equità sociale: la distribuzione della ricchezza è diventata sempre più ingiusta. I dati sull’aumento della povertà relativa ed assoluta li citiamo solo per un po’ di polemica – sbagliata – su questo Governo o ci fanno riflettere sul serio? Sul piano delle aspettative: la visione delle attuali prospettive cozza con la constatazione che fino agli inizi del secolo mediamente i due terzi degli italiani si sono trovati in una posizione diversa da quella dei genitori. Da allora per le giovani generazioni la porzione di soggetti che sperimentano mobilità discendente è decisamente superiore di quelli che la sperimentano in senso ascendente. Il ceto medio con maggiore agiatezza è un nemico? L’aspettativa di farne parte è da punire?
E il crollo della speranza, dove lo mettiamo? Quasi un italiano su due non ha più speranza per il futuro del Paese e oltre il 63% è convinto che sia più conveniente, dato il contesto, “fare da sé” per difendere i propri interessi. A metà tra il downgrading generalizzato e la sfiducia nelle istituzioni c’è proprio questo. Perché senza speranza significa senza fiducia. Il capitale sociale di una società è la fiducia ma politici, media, polizia, giustizia, persino chiese e medicina hanno perso credibilità.
La produttività e l’innovazione stagnano da decenni, la burocrazia paralizza, il potere politico è messo in discussione da altri poteri, messo in sordina dalle tecnostrutture e dai tecnocrati.
La crisi del nostro Paese è una crisi generale di classe dirigente: non solo, ma soprattutto, quella politica. Passare dalla situazione attuale ad un “nuovo” che superi queste storture della attuale società non è cosa facile e né breve. Un progetto sul tavolo non c’è: quello di questo Governo – che invece c’è – non mi convince anche se devo confessare che, rispetto ad un nulla, qualcosa contiene. Dunque occorre una nuova dirigenza, ed anche molto preparata: non quella attuale che è complice delle storture ed anzi le alimenta. Il punto di partenza deve essere quello di rinnovarla. E tutti si devono sentirsi impegnati a farlo restituendo alla politica del “fare” il primato che dal 1995 si è dimenticato, sostituendolo con altri primati: valori giusti, ma declinati con una esasperazione che rende difficilissimo questo ricambio. C’è chi soffia sul fuoco irresponsabilmente. E chi ha perso ogni riferimento con il programma del “cosa, come, quando” fare. L’importante è diventato il “con chi” farlo. Ancora più importante: “per sconfiggere il nemico”.
Così non c’è speranza. Il tramonto che si dipinge di rosso, quello preconizzato da Betz, io continuo a crederlo impossibile. Ma i prodromi ci sono tutti. E non conviene rischiare.




