
di Gianvito Caldararo
Su iniziativa dell’Istituto “Bruno Leoni“ ben tre economisti hanno posto sotto esame il Rapporto Draghi, ponendosi le seguenti domande: a) l’Agenda avanzata dall’ex presidente della BCE è quello di cui l’Europa ha bisogno? b) le proposte contenute nel Rapporto sono realizzabili in pratica?
Al Webinar organizzato dall’IBL hanno partecipato Daniel Gros, economista tedesco, Daniel Lacalle, economista spagnolo e Nicola Rossi, economista italiano.
Daniel Gros, attualmente direttore del Center for European Policy Studies dell’Università Bocconi di Milano, ha spiegato che il Rapporto Draghi, “fa la giusta diagnosi ma poi propone una cura sbagliata. Il Rapporto individua correttamente la principale ragione del gap di crescita europeo nella specializzazione produttiva delle imprese europee, quella che io chiamo ” trappola tecnologica di mezzo”, cioè l’Europa è praticamente assente nei settori dell’ICT e del digitale a cui è riconducibile la crescita della produttività americana “. Tuttavia, sostiene Gros, ” negli Stati Uniti questo sviluppo non è stato guidato dalle politiche industriali o dalla spesa pubblica, ma è stato il frutto di un processo evolutivo dal basso “. Per Gros, ” nessuna politica industriale, specie se diretta a rafforzare le imprese esistenti, può risolvere questo problema “.
Secondo Daniel Lacalle, economista spagnolo e gestore di fondi e autore di bestseller di economia, ” l’idea di sicurezza è onnipresente nel Rapporto Draghi e viene spesso invocata per giustificare una maggiore autoreferenzialità e una relativa chiusura al commercio internazionale”. Lacalle afferma: “È vero che anche altri paesi, come Cina e Stati Uniti, hanno adottato misure protezionistiche, ma questa è la ragione per cui esprimono tassi di crescita inferiori al potenziale: il fatto che gli altri mettano in atto politiche commerciali autolesioniste non è una buona ragione per farlo anche noi “. Ciò detto, continua Lacalle ” il principale motivo per cui la Cina e gli Stati Uniti crescono è che hanno adottato istituzioni che consentono di remunerare la creazione di ricchezza “. La spesa pubblica in settori come la difesa, sottolinea Lacalle, ” può essere necessaria ma non è certo un investimento che produce crescita “. Per Lacalle, l’Europa ha perso la leadership tecnologica, anche in settori come la telecomunicazione in cui venti o trent’anni fa era molto avanzata, perchè ha preteso di lasciare alla politica un forte potere di indirizzo verso le imprese. Il Rapporto Draghi, secondo il pensiero di Lacalle, “non fa che riproporre la ricetta della politica industriale e come tale indica la direzione opposta a quella che dovremmo seguire”.
Il nostro Nicola Rossi, economista e docente universitario presso l’Università di Roma, ha sottolineato che il Rapporto Draghi, ” sembra scritto dalla Commissione per la Commissione ” e parla alle istituzioni europee ma non ai cittadini europei. Secondo Rossi, ” gli europei hanno visioni e aspirazioni diverse e nel Rapporto non c’è una parola su questo; eppure, non si può ignorare il fatto che, se vogliamo un’Europa più competitiva, dobbiamo anzitutto convincere gli europei che ciò è nel loro interesse, che il mercato interno è nel loro interesse, che l’attitudine al rischio è nel loro interesse e così via “. Invece, secondo Rossi, ” Il Rapporto propone di aumentare il bilancio e il debito europei, come se fossimo alle porte di un momento hamiltoniano “. A tal proposito, Rossi afferma: “Ma negli Stati Uniti del 1790, l’abilità di Alexander Hamilton, politico, generale ed economista americano, nonché primo Segretario al Tesoro, fu quella di costruire una coalizione di investitori nei titolo di debito delle colonie e convincerli che era nel loro interesse portare il debito in capo al governo federale”. In Europa, secondo Rossi, “gran parte degli investitori nel debito pubblico sono la BCE (Banca Centrale Europea) e il sistema bancario, cosa chiarissima in Italia più che altrove”. In queste condizioni costruire la coalizione di Hamilton è molto complesso “. Il Rapporto Draghi viene spesso presentato come uno ” sforzo di pragmatismo “, ma in questo caso, sostiene Rossi, “mi sembra che non lo sia affatto”. In questo esame da parte dei tre economisti, appare evidente che il loro giudizio sul Rapporto Draghi non è del tutto positivo e che ad “una giusta diagnosi propone una cura sbagliata”.





