
di Adolfo Tasinato
Viviamo in un’epoca di accelerazione tecnologica senza precedenti, l’Intelligenza Artificiale (AI) non è più solo un concetto di fantascienza; è una realtà che tende a coinvolgere ogni aspetto della nostra vita quotidiana. Ma cosa succede se l’AI non è solo un assistente, bensì il dominatore?
Oggi la maggioranza delle persone sperimenta l’uso di quella che chiamiamo Intelligenza artificiale generativa basata su modelli linguistici. In sostanza uno strumento utile per generare testo, immagini, codice software o ad analizzare testi e volumi di dati di grande entità.
Strumenti che utilizziamo su nostra iniziativa che ci fanno risparmiare tempo e ci aiutano ad impostare determinati lavori. Ma questo è niente rispetto ad altri utilizzi della AI come ad esempio la Intelligenza artificiale predittiva in grado di fare previsioni su determinati contesti e fenomeni. Immaginiamo un futuro non troppo lontano in cui le decisioni più cruciali, dalle politiche economiche alla gestione della sanità, sono delegate a sistemi di intelligenza artificiale.
L’AI, per quanto avanzata possa essere, manca di quella che noi umani chiamiamo “empatia”. Le macchine non provano emozioni, non hanno un’etica intrinseca e non possono comprendere le sfumature della condizione umana. In pratica i sistemi di AI non capiscono nulla di quanto elaborano e producono, lavorano sulla probabilità di dare risposte adeguate in base all’argomento proposto.
Questo è il problema: se l’AI dovesse dominare, come potrebbe tener conto delle nostre emozioni, dei nostri valori culturali, o delle nostre libertà individuali?
Quali potrebbero essere le conseguenze di un dominio della AI?
Pensiamo a un mondo dove l’AI decide chi riceve cure mediche basandosi solo su dati statistici, ignorando le storie personali dei pazienti. Oppure, consideriamo un sistema di giustizia automatizzato che emette sentenze senza il giudizio umano, potenzialmente ignorando i contesti sociali o le intenzioni dietro i crimini. Le conseguenze potrebbero essere disastrose: una società fredda, meccanica, dove la dignità umana viene sacrificata sull’altare dell’efficienza.
Facciamo qualche altro esempio
Sanità: immaginiamo una macchina che decide quale paziente ha più probabilità di sopravvivere, destinando risorse mediche solo a chi ha statisticamente migliori chance, lasciando gli altri alla loro sorte.
Giustizia: un sistema giudiziario automatizzato potrebbe non considerare le circostanze attenuanti, portando a sentenze ingiuste e inflessibili.
Economia: gli algoritmi che governano il mercato del lavoro potrebbero favorire solo chi è altamente specializzato, creando una disparità ancora maggiore tra ricchi e poveri.
Prendiamo il caso di ChatGPT, un modello di linguaggio che può generare testi, rispondere a domande e persino scrivere articoli. Molti professionisti del marketing lo utilizzano per creare contenuti, risparmiando tempo e risorse. Tuttavia è importante ricordare che l’intervento umano è fondamentale per garantire che i messaggi siano autentici e rispecchino i valori dell’azienda.
Un altro esempio è l’uso di algoritmi nei processi di assunzione. Molte aziende stanno già utilizzando l’Ai per filtrare i curriculum. Questo può sembrare efficiente, ma c’è il rischio che i bias presenti nei dati storici influenzino le decisioni, escludendo talenti meritevoli.
La rivolta delle macchine: un futuro possibile?
Se continuiamo su questa strada, potremmo trovarci di fronte a una forma di “rivolta delle macchine”, non nel senso di una guerra aperta, ma in una graduale erosione del nostro controllo. Le AI potrebbero diventare così autonome e integrate nelle nostre strutture sociali da rendere difficilissimo, se non impossibile, tornare indietro. Quando usiamo ad esempio ChatGPT siamo coscienti che interagiamo con un sistema di AI ma quando questi sistemi saranno integrati in molti contesti e quindi nascosti cosa potrà accadere?
Pensiamo ad esempio alla interazione tra persone sulle piattaforme social, tra poco potremmo non essere più in grado di distinguere se stiamo dialogando con esseri umani o con macchine che emulano esseri umani e non mi riferisco ai già noti Bot o Troll prefabbricati ma a sistemi in grado di manipolare la nostra mente e le nostre convinzioni senza che noi ne abbiamo la consapevolezza e comunque potremmo essere obbligati a convivere con tali sistemi.
Quale potrebbe essere la soluzione?
La soluzione non è demonizzare l’AI, ma integrarla in modo che rimanga sotto controllo umano. Ecco alcuni suggerimenti pratici:
Educazione e Formazione: investire in educazione tecnologica per creare una forza lavoro che possa comprendere e gestire le AI.
Etica e Regolamentazione: sviluppare codici etici per lo sviluppo dell’AI e leggi che proteggano i diritti umani in contesti high-tech.
Collaborazione Uomo-AI: promuovere sistemi dove l’AI assiste, piuttosto che sostituisce, le decisioni umane. Ad esempio, un medico umano che utilizza l’AI per consigli diagnostici, ma mantiene l’ultima parola.
Coltivare le competenze umanistiche
Le macchine sono brave a elaborare dati e risolvere problemi tecnici, ma mancano di empatia, creatività e capacità di giudizio morale. Investire in competenze umanistiche, come la filosofia, l’arte, e la comunicazione, non solo rende insostituibile la persona, ma la aiuta a preservare la sua umanità in un mondo sempre più automatizzato.
Verso un futuro condiviso
Il dominio dell’Intelligenza Artificiale sugli uomini non è un destino inevitabile, ma una possibilità che possiamo e dobbiamo gestire. La chiave è un equilibrio tra innovazione tecnologica e umanità. La sfida è quella di costruire un futuro dove l’AI serve l’umanità, non la domina. Questo non solo preserva la nostra dignità e libertà, ma arricchisce anche la nostra esistenza con strumenti che possono migliorare, non sostituire, la nostra esperienza umana.
Ricordiamo che l’AI è uno strumento, una macchina non un padrone. Sta a noi decidere come utilizzarlo e, soprattutto, come mantenerlo sotto controllo.
Anche in Italia il tema della AI è stato affrontato in modo pragmatico dalle Istituzioni, consapevoli che può essere anche un fattore di sviluppo industriale, economico e sociale che va regolamentato e supportato anche a livello di nascita di nuove imprese.
Con un impegno finanziario di un miliardo di euro e una robusta struttura di governance, il Governo non si è però limitato a normare ma sta cercando di porre le basi per un vero e proprio ecosistema italiano di AI.
Dai diritti fondamentali alla competitività economica, ogni aspetto è stato considerato in collaborazione con centri di ricerca, imprese e società informatiche.
Rimanendo in Italia, nella prestigiosa vetrina internazionale del Salone del Mobile di Milani, l’AI si è rivelata essere una protagonista indiscussa in tutti gli ambiti del processo produttivo. La progettazione assistita dall’AI, che sfrutta ambienti simulati, riesce ad accelerare notevolmente lo sviluppo di prodotti innovativi e su misura per i consumatori.
Inoltre, sempre grazie all’AI, è possibile far compiere alle macchine le operazioni ripetitive e meno stimolanti, lasciando agli artigiani e ai designer la libertà di esprimere la propria creatività senza vincoli. Anche nella fase della manutenzione dei macchinari, la capacità predittiva di questa tecnologia consente di risparmiare tempo ed evitare a chi lavora i compiti più usuranti.
Per concludere sottolineo l’importanza dello sviluppo ed utilizzo dei sistemi basati sull’AI per l’Europa. E’ auspicabile che la nuova Commissione si occupi meno della misura standard di cozze e vongole e più di temi che possono realmente condizionare nel bene e nel male la vita dei cittadini.
Evitiamo di ritrovarci nella scomoda posizione dove in testa abbiamo gli USA che inventano nuove tecnologie, quindi i cinesi che le copiano (anche bene) e infine gli europei che producono solo regolamenti e scartoffie e finiscono per essere dipendenti dai primi due.





