
In questa guerra senza limiti, in gran parte fatta di propaganda, alcuni dati squarciano la cortina di inutili dichiarazioni dei vari leader occidentali, i quali suonano, come dei pavloviani, il ritornello della vittoria di Kiev e della sconfitta della Russia.
La realtà, composta di fatti e non di parole, ci narra un altro scenario, apparentemente sconcertante.
Il 3 luglio Sky tg24 affermava, a proposito dei vacanzieri russi in viaggio verso la Crimea: “Questa mattina erano otto i chilometri di coda per percorrere il Ponte di Crimea o Ponte di Kerch, maxi infrastruttura da 3 miliardi di dollari voluta personalmente da Putin per collegare la penisola occupata con la Federazione russa. Il tempo di attesa per l’attraversamento è stimato in cinque ore, secondo il responsabile per i trasporti dell’amministrazione russa locale, Nikolai Lukashenko, citato dall’agenzia Ria Novosti. Sabato la coda aveva raggiunto nove chilometri e domenica di otto. Solo durante la notte si è ridotta leggermente, a sei chilometri, per tornare poi ad allungarsi. La lunga attesa è prima di tutto dovuta ai severi controlli a cui sono soggetti i passeggeri in transito e i loro bagagli”.
I russi, a quanto pare, incuranti della guerra o forse convinti che la Crimea è fuori discussione, vanno a fare il bagno sul Mar Nero.
Ancora più sorprendente, ma significativo, è il fatto che, relaziona sempre Sky Tg24, “spunta un piccolo mercato di investimenti immobiliari russi nell’area di Mariupol, la città ucraina sulla costa del Mare d’Azov, nella regione di Donetsk, devastata durante i tre mesi di assedio russo, nel periodo febbraio-maggio 2022. Le forze militari russe hanno iniziato l’opera di ricostruzione della città che, secondo i media russi, «sta tornando alla vita». Affacciata sul mare, sembra essere «un buon investimento». Secondo il sito di notizie indipendente Bumaga, solo su VKontakte, il social network russofono, vi sono 100 gruppi con annunci di compravendita e affitto di proprietà immobiliari nella Mariupol occupata”.

Ora delle due l’una: o i russi sono tutti matti e vanno a comprar casa in un luogo che presto passerà nelle mani di Zelensky, o non sono matti e allora Mariupol rimarrà alla Russia.
Del resto, Mariupol sembra essere, afferma sempre Sky Tg24, “un buon investimento“ per Mosca. Già nei primi mesi dopo l’assedio, l’Istituto unificato per la pianificazione territoriale della Federazione russa aveva firmato atti di progettazione per la ricostruzione di 8.750.000 metri quadrati di abitazioni entro il 2035. Migliaia di lavoratori edili provenienti dalla Russia e dai Paesi dell’ex area sovietica sono impiegati nei cantieri per la ricostruzione della città. Le richieste di proprietà, anche “in qualsiasi condizioni”, arrivano da tutta la Russia: Mosca, San Pietroburgo, Krasnodar, Nizhny Novgorod. Sono in tanti a desiderare di vivere in una casa “vista mare”, in un’area meno inquinata rispetto alle grandi città russe. Mosca sostiene di aver ristrutturato, a marzo di quest’anno, 1.829 edifici e ricostruito 36 condomini con un prezzo medio per appartamento che si aggira sui tre milioni di rubli, l’equivalente di 30mila euro”.
Lo stipendio medio in Russia è di 56 mila rubli, l’equivalente di 700 euro.
Difficile pensare che un russo che non sia totalmente rincitrullito sia disposto a buttare tre milioni di rubli per una casa “vista mare” che diverrà presto di proprietà di Kiev.
Questo è quanto dice il mercato immobiliare.
Nel frattempo, sul sito del governo italiano, leggiamo che è già in corso la sfida per la ricostruzione dell’Ucraina, anche se a guerra ancora in corso.
Secondo l’ultimo report (https://documents1.worldbank.org/curated/en/099184503212328877/pdf/P1801740d1177f03c0ab180057556615497.pdf) elaborato dal Governo ucraino, dalla Banca Mondiale, dalla Commissione europea e dalle Nazioni Unite, la somma necessaria alla ricostruzione è arrivata ad un costo di oltre 411 miliardi di dollari.
“Non si può attendere la fine della guerra – dice il sito del Governo italiano – per iniziare a riscostruire: i progetti devono cominciare a essere sviluppati sin d’ora, per garantire che dopo la fase del conflitto ci sia subito un disegno da mettere in atto.
In occasione della prima conferenza multilaterale sulla ricostruzione in Ucraina (Ukraine Recovery Conference), che si è svolta a Lugano lo scorso luglio, il Governo di Kiev ha presentato un proprio piano di ricostruzione postbellica, stimando un fabbisogno di oltre 750 miliardi di dollari, che prevede 850 progetti per ridare un volto vivibile al Paese.
“Lo scorso 26 aprile – si legge sul sito governativo italiano – l’Italia ha ospitato a Roma la Conferenza Bilaterale sulla Ricostruzione dell’Ucraina, organizzata dalla Farnesina in collaborazione con ICE Agenzia e le controparti ucraine, con la partecipazione dei vertici governativi e istituzionali dei due Paesi, di 600 aziende italiane e 150 aziende ucraine e delle Istituzioni Finanziarie Internazionali. Il nostro Paese intende difatti così giocare un ruolo da protagonista in questa sfida, pianificando una strategia prima che il conflitto finisca e avvalendosi dell’esperienza e dello spirito imprenditoriale delle proprie aziende in settori chiave”.
Quello appena iniziato è un percorso che si annuncia lungo e articolato, in cui l’Italia vuole giocare un ruolo di primo piano, grazie anche alla presidenza del G7 dell’anno prossimo. Italia e Ucraina hanno inoltre convenuto di organizzare in Italia la Ukraine Recovery Conference del 2025.
I vari governi si stanno già attrezzando a entrare nel business della ricostruzione.
Migliaia di case, scuole, ospedali e fabbriche sono stati devastati, per non parlare di impianti energetici, strade, binari ferroviari e porti marittimi.
Il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky ha già invocato il parallelo con il piano Marshall, con cui gli Stati Uniti contribuirono a ricostruire l’Europa al termine della Seconda guerra mondiale.
L’Europa sta guardando all’opportunità di congiungere a sé l’Ucraina attraverso quello che la Camera di commercio ucraina ha presentato, senza mezzi termini, come «il più grande cantiere del mondo».
In corsa c’è, ovviamente, la finanza.
L’Ucraina ha chiarito che ci saranno ricompense per i primi investitori in fatto di ricostruzione postbellica.
A cogliere l’invito sono stati subito il più grande investitore e la più grande banca del mondo. BlackRock e JP Morgan hanno siglato un accordo con il ministro dell’Economia ucraino il 9 febbraio scorso. Secondo quanto riportato dalla testata americana CBNC, JP Morgan sfrutterà il mercato dei capitali di debito per stabilizzare l’economia del Paese e suo rating del credito. Finora, la banca ha guidato una ristrutturazione del debito ucraino di 20 miliardi di dollari lo scorso anno e ha impegnato milioni di dollari a sostegno dei rifugiati.
Invece, BlackRock consiglierà Kiev su «come strutturare i fondi per la ricostruzione del Paese». Il lavoro potrà essere svolto in maniera pro-bono, ma permetterà a BlackRock attrarre gli interessi di molti investitori.
A guardare i business della ricostruzione nella parte occupata dai russi e nella parte ancora di Kiev viene da pensare che qualcuno abbia già deciso come debba andare il conflitto e che ci sia solo da trovare il modo di non perdere la faccia.
Veniamo, dunque, alla realtà del conflitto, il quale resta, al di là delle belle parole propagandistiche, un conflitto frizionale attualmente sostanzialmente immobile.
Affinché la controffensiva ucraina possa avere successo Kiev ha bisogno di più armi dall’Occidente. A dirlo, in un’intervista al Washington Post, è il capo delle forze armate, generale Valery Zaluzhny, non nascondendo la sua frustrazione per la mancata fornitura di aerei da combattimento da parte degli alleati, i quali – ha ricordato – non lancerebbero mai un attacco di vasta portata sul terreno senza prima essersi assicurati la superiorità aerea.
“Mi serve un numero limitato di caccia – ha detto Valery Zaluzhny – ma mi serve. Non c’è alternativa. Il nemico utilizza aerei di un’altra generazione. È come se andassimo all’avanscoperta con archi e frecce. Tutti direbbero: ‘Siete pazzi?’”.
Nella migliore delle ipotesi gli F-16 di produzione statunitense che sono stati promessi all’Ucraina in occasione dell’ultimo vertice del G7 a Hiroshima arriveranno il prossimo autunno. Zaluzhny ha anche ricordato come le sue forze siano a corto di colpi d’artiglieria e ha espresso fastidio per le critiche degli analisti occidentali secondo cui la cosiddetta “controffensiva di primavera” starebbe procedendo più lentamente del previsto. “Questo non è uno spettacolo, non è una partita sulla quale scommettere. Ogni giorno, ogni metro si guadagna col sangue”, ha osservato il generale.
Non manca di preoccupare anche lo spostamento della Wagner in Bielorussia che, appare sempre di più, come una mossa concordata (mascherata compresa).
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha infatti riunito i comandi militari e fatto il punto sulla situazione al confine nord con la Bielorussia, Paese in cui si è installata la milizia Wagner e dove i russi stanno dislocando un arsenale di missili, compresi vettori a breve raggio con testate nucleari.
In Bielorussia, nel frattempo, come appare in un’immagine satellitare ad alta risoluzione ottenuta dalla Bbc, sarebbe in allestimento il campo Wagner, con centinaia di nuove strutture simili a tende in una base militare in disuso a una ventina di chilometri dalla città di Asipovichy, in Bielorussia.
L’area è stata segnalata dai media russi come un luogo che potrebbe ospitare i combattenti Wagner, scrive Bbc News online, che pubblica anche la foto in questione, assieme a un’altra immagine satellitare del 15 giugno delle stesso luogo in cui non compare alcuna delle nuove strutture.
Non è possibile confermare che queste nuove strutture siano destinate a ospitare le forze Wagner, scrive ancora Bbc, ricordando però che il leader della Bielorussia, Alexander Lukashenko, ha accettato di ospitarle.
E che la Wagner sia viva e vegeta lo dimostra il fatto che ieri Yevgeny Prigozhin ha trasmesso su Telegram un audiomessaggio in cui ha lasciato intendere piuttosto chiaramente che il suo gruppo paramilitare non interromperà le proprie operazioni:«Abbiamo bisogno di voi più di prima», ha detto Prigozhin, il quale ha inoltre annunciato che i suoi mercenari torneranno a combattere in Ucraina: «Presto vedrete le nostre nuove vittorie al fronte».
Il Financial Times ha parlato con almeno un funzionario del gruppo Wagner, che ha detto che il reclutamento di nuovi combattenti è ancora aperto e perfettamente funzionante anche all’interno del territorio russo.
Il funzionario ha detto che ci sono varie «posizioni aperte», comprese alcune nei reparti d’assalto del gruppo paramilitare e che le operazioni di addestramento sono ancora attive e avvengono a Molkino, nel sud della Russia: durano tre settimane, poi si è inviati al fronte.

Molkino, come si vede dal pallino rosso, è nelle retrovie della Crimea e non lontanissimo dal fronte.
Anche questa storia dà da pensare che tutta la vicenda della marcia su Mosca sia stata una furbata sicuramente ben orchestrata.
In conclusione, per ora, rimane una domanda di fondo: chi metterà la faccia sul congelamento del fronte, per una sorta di pace coreana?
Per Zelensky sarebbe la fine della carriera sul teatro della guerra in Ucraina. Per Joe Biden sarebbe la fine ingloriosa, simile alla fuga da Kabul. Per gli europei non ci sarebbero problemi, perché la faccia l’hanno persa da tempo in una marea di chiacchiere e di burocratiche follie.
Eppure, il tema sembra proprio essere questo: la faccia.
Ci vuole un genio diplomatico che sappia confezionare delle maschere.





