
di Orio Giorgio Stirpe
Cercando di rispondere alle numerose domande che ho ricevuto in questi giorni, riporto a premessa alcune riflessioni di Luca Romano, opportunamente censurate riguardo i suoi commenti più coloriti (e in gran parte giustificati) nei confronti dei pennivendoli italiani coinvolti.
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Funziona così.
Zelensky rilascia un’intervista a Le Parisien che esce col titolo “Bisogna rimettere Putin al suo posto”.
Nell’intervista si legge:
“Non importa quanti presidenti o primi ministri vorrebbero dichiarare la fine della guerra, semplicemente noi non ci arrenderemo, né rinunceremo alla nostra indipendenza. Il pericolo consisterebbe nel dire: congeliamo la guerra e ci mettiamo d’accordo con i russi”. (…) “Sedersi al tavolo con Putin in queste condizioni gli darebbe il diritto di decidere tutto nella nostra parte del mondo“.
E poi:
“Non abbiamo la forza per riconquistarli [Crimea e Donbass, NdR]. Possiamo solo contare sulla pressione diplomatica della comunità internazionale per costringere Putin alle trattative. Sono sorpreso: perché l’Occidente che ci sostiene lo tratta con riguardo? Perché non ci ha dotato dall’inizio di armi massicce? Il mio discorso può sembrare insolente, ma ho l’impressione che siano tutti terrorizzati dalla Russia di Putin. Ha l’impunità”.
Un qualunque normodotato in buona fede legge in questo discorso una ferrea volontà di resistere, un appello al sostegno militare internazionale e un’accusa all’Occidente di aver fatto troppo poco.
Peraltro, che la Crimea non sarebbe stata riconquistata con mezzi militari, Zelensky lo diceva già a fine 2022, mentre l’esercito ucraino liberava Kharkiv e Kherson. Quindi quello che sta dicendo Zelensky è che la guerra continuerà finché Putin non sarà costretto dalla pressione internazionale a ritirarsi dal Donbass e dalla Crimea, senza che l’esercito ucraino debba materialmente farsi strada fino a Sebastopoli e a Donetsk, cosa che non avrebbe la forza di fare visto che l’Europa continua a rendersi ridicola dandogli le briciole e poi vietandogli di usarle e visto che gli aiuti USA potrebbero diminuire o cessare con l’insediamento di Trump.
Vediamo ora (…) quello che è stato riportato in prima pagina dai giornali italiani.
Il Messaggero: “la svolta di Zelensky: trattiamo“.
La Repubblica: “La svolta di Zelensky“.
Domani: ”la resa di Zelensky sul Donbass”.
La Stampa: ”Pace in Ucraina. Zelensky apre“.
Il Fatto Putiniano: “Abbiamo perso la guerra”.
Se qualcuno di voi si disturba a leggere qualsiasi altro giornale sul pianeta, nessuno ha riportato frasi di resa o pacificazione da parte del presidente ucraino. NESSUNO.
E quando dico nessuno intendo nemmeno la Tass e Ria Novosti, ovvero le fo**u*issime agenzie di stampa del Cremlino. Come è ovvio, perché lo scopo di Putin è cancellare l’Ucraina dalla carta geografica, ma facendo passare per guerrafondai gli altri.
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Ometto per pudore le successive considerazioni sul giornalismo italiano.
Ora, riportando questo pezzo non intendo certo accusare di “filo-putinismo” la maggior parte del giornalismo italiano. Non perché sarebbe ingeneroso, ma perché si sottintenderebbe l’esistenza di un piano articolato e bene eseguito con la consapevole complicità delle direzioni e delle proprietà dei media in questione: il che rappresenterebbe un complimento alle loro capacità, anche se poste al servizio del nemico.
Il problema invece è diverso.
Non c’è dubbio che esista un disegno ben preciso alla base di tutto questo, un disegno ordito in Russia e diretto secondo la logica della guerra ibrida con lo scopo di sostenere lo sforzo bellico del Regime di Putin; ma a parte alcuni complici specifici, la gran massa di coloro che diffondono in Italia la propaganda russa sono semplicemente attori inconsapevoli che si credono furbi ma si lasciano manovrare da una serie di riflessi condizionati ormai endemici nella cultura italiana.
Tanto la politica che l’informazione in Italia tendono a cercare prima di interpretare e poi ad assecondare i trend prevalenti che leggono – o credono di leggere – nell’opinione pubblica.
Un tempo, prima dei social, politica e informazione avevano – o sentivano di avere – la missione di formare e indirizzare queste tendenze; oggi hanno perso questa capacità. Gli statisti sono diventati manager, i politici politicanti e i giornalisti giornalai.
L’opinione pubblica a sua volta, travolta da un flusso informativo sempre più di quantità e sempre meno di qualità, approfondisce sempre meno la propria informazione, e si riduce ai titoli; consapevole di ciò, tanto il politico che il giornalista semplificano sempre più i propri messaggi, riducendoli a slogan e titoli cubitali, ben sapendo che solo pochissimi andranno a studiare i programmi o a leggere gli articoli.
Nessuna sorpresa quindi se da un discorso articolato all’interno di un’intervista si tende a estrapolare una singola frase ad effetto e a presentarla come il succo del discorso stesso, specialmente se questa frase si presta a colpire l’immaginazione della massa.
Perché se sostanzialmente Zelensky dice “siamo in stallo”, la notizia appare priva di interesse e nessuno la leggerà; ma se si presenta come se avesse detto “abbiamo perso”, diventa estremamente interessante e acchiapperà l’attenzione di un’opinione pubblica che – comprensibilmente – anela la fine del conflitto.
Qui non c’è in atto un’azione pianificata di guerra ibrida da parte degli agenti di Putin: l’intervista è autentica, il giornale in questione (“Le Parisien”) è serio e le parole di Zelensky sono vere (anche se riportate male). Quello che vediamo è L’EFFETTO della guerra ibrida applicata alla situazione culturale italiana malata di autolesionismo, dove il pessimismo è una virtù e chi dice a priori “ormai siamo alla frutta, non ci resta che emigrare e la fine della nostra civiltà è imminente” non è considerato un disfattista, ma un saggio.
Così accade che davanti ad un conflitto che di per sé ci colpisce e ci disturba per la sua violenza e che quindi vorremmo finisca il prima possibile, invece di chiedersi come fare in modo che si concluda nel modo più soddisfacente possibile per la “parte” che sentiamo più affine, ci si limita a protestare l’assoluta impotenza propria, del proprio Paese e della propria civiltà, e quindi ci si innamora dell’idea di una sconfitta che non solo porterà alla fine della guerra, ma ci confermerà nelle nostre convinzioni di irrilevanza.
Ci si culla nella cultura del fallimento… E chi la combatte diventa un nemico, perché pone chi la apprezza di fronte alle proprie responsabilità.
Zelensky è antipatico alla massa dei cultori del fallimento perché si rifiuta di fallire; rischia così di dimostrare che il fallimento non è affatto inevitabile se si combatte: il che ovviamente porrebbe i disfattisti di fronte al rischio di dover combattere anche loro, seppure solo dal proprio divano.
La cultura del fallimento è semplicemente vigliaccheria.
Da sempre i vigliacchi cercano rifugio nel numero e detestano chi ha anche solo un briciolo di coraggio, perché si sentono posti di fronte alla realtà che il fallimento non è affatto un’inevitabilità, ma semplicemente la loro propria condizione.
Zelensky non ha mai detto che “ha perso”: ha detto che COSI’ COME STANNO LE COSE non può “riconquistare” i territori occupati.
Ora non fatemi ripetere per la centesima volta che il Donbas non si “riconquista” metro per metro, ma lo si “difende” metro per metro, finché l’esercito russo non collassa… E che per fare questo l’Ucraina ha bisogno del nostro sostegno, anche solo dal divano.





