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UCRAINA, LA NARRAZIONE VOLGE VERSO IL COMPROMESSO

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Ammettere che la guerra è persa è impossibile. C’è il problema di salvare la faccia. E’ più facile iniziare a introdurre nuove parole che, nella logica della propaganda, comincino ad entrare nella narrazione. Parole fino ad ora proibite e, infatti, subito circondate da affermazioni che hanno lo stesso valore di un antidolorifico quando ti duole la testa.

Le nuove parole sono “compromesso” e “tavolo dei negoziati”.

A introdurle è il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, in un’intervista alla Bbc.

“Alla fine dei conti, deve essere l’Ucraina a decidere che tipo di compromessi è disposta a fare, ma dobbiamo consentire loro di essere in una posizione in cui raggiungano effettivamente un risultato accettabile attorno al tavolo dei negoziati”.

Se la logica ha ancora un senso, è chiaro che si parla di compromesso e di tavolo di negoziati da parte della Nato in evidente disallineamento con Kiev, dal momento che, improvvidamente e demagogicamente, Zelensky ha fatto varare una legge dove si afferma che non si tratta con Putin.

Putin è saldamente al potere e rimarrà al potere ancora per molto.

Analisti sicuramente non affetti da putinismo, scrivono, come fa Pietro Figuera su Domino (3/2024): “La predilezione della maggioranza a dei russi verso Putin – in molti casi, affezione – non è in discussione, specie nel raffronto coi suoi deboli concorrenti. Né può essere messo in dubbio l’attaccamento di una grossa fetta dell’elettorato alle idee di cui Vladimir Vladimirovič si è fatto (non a caso) interprete, in politica interna e soprattutto estera”.

Elena Tagliaferri, cultrice di storia russa, sempre su Domino (3/2024) scrive della presenza in Russia di “un crescente sostegno ad una soluzione negoziale del conflitto che, secondo le rivelazioni del Centro Levada, è aumentato dal 45% del maggio 2023 al 57% di novembre”.

Tuttavia, nonostante la narrazione della propaganda nostrana, che vive di proiezioni delle proprie convinzioni, senza tenere in alcun conto la realtà, solo il 20% della popolazione russa segue le vicende dell’Ucraina. “Il restante 80% – sottolinea Elena Tagliaferri – distratto, abbassa ulteriormente le difese immunitarie nei confronti della propaganda di guerra e allo stesso tempo si concentra sulla vita quotidiana e sulle sfide che essa ancora pone a molti russi”.

Solo il “4,7% dei russi – ci avverte Elena Tagliaferri – nomina tra i problemi del paese la limitazione della libertà, la violazione dei diritti umani e la censura”.

Piaccia o non piaccia la Russia è questa e i russi sono ben lontani dal sognare di essere occidentali, così, come dicono gli esperti del pianeta russo, non sognano di essere orientali. I russi vogliono essere russi, punto e a capo.

Stoltenberg, nell’introdurre nella narrazione parole come “compromesso” e “tavolo dei negoziati”, chiarisce che non chiederà all’Ucraina di fare concessioni adesso, aggiungendo che la “vera pace” potrà essere raggiunta quando “l’Ucraina prevarrà”.

Qui Stoltemberg sa benissimo di mettere pannicelli caldi sul gelo che avvolge la dirigenza ucraina quando si sente dire parole come “compromesso” e “tavolo negoziale”, perché significa la fine di una leadership, trasformatasi in un regime con un leader, ossia Zelensky, che ha nel paese un consenso che non supera il 20 %.

La realtà dice che Kiev non prevarrà, anzi, ha già perso.

Kiev da settimane chiede armi e munizioni ai partner occidentali, descrivendo un quadro sempre più precario in vista della fine della primavera, quando – come evidenziano anche analisti ed esperti – la Russia potrebbe sferrare un nuovo attacco lungo il fronte orientale o sul fronte meridionale, dove nelle ultime ore si registra una situazione particolarmente tesa secondo le news fornite da Mosca.

Droni kamikaze ucraini avrebbero attaccato in prossimità della centrale nucleare di Zaporizhzhia, colpendo la mensa e l’area mercantile, scrive su Telegram l’uffcio stampa dell’impianto, aggiungendo che a causa dell’attacco “un camion che scaricava cibo è stato danneggiato”.

Circa venti minuti prima dell’attacco dei droni, scrive la Ria Novosti, gli esperti dell’Aiea stavano effettuando un sopralluogo di routine. Il servizio stampa ha definito inaccettabile il bombardamento della centrale nucleare di Zaporizhzhia, aggiungendo che nessuna centrale nucleare al mondo è progettata per resistere a un incendio su vasta scala e che i danni alle infrastrutture potrebbero compromettere il funzionamento sicuro dell’impianto.

Zelensky ha detto alla televisione nazionale che l’Ucraina sta rimanendo senza missili, il ché significa senza difesa aerea.

“E’ necessario dire al Congresso americano – ha detto Zelensky – che se non aiuta l’Ucraina, l’Ucraina perderà la guerra”.

Nel frattempo il ministro degli Esteri Kuleba, dalle pagine del Financial Times, denuncia: “Le bombe guidate russe ci stanno spazzando via. La difesa aerea si sta esaurendo. Se i russi continuano a colpire l’Ucraina ogni giorno come hanno fatto nell’ultimo mese, potremmo rimanere senza missili, e i nostri partner lo sanno”.

Le notizie della guerra sono drammatiche.

Secondo il ministero della Difesa russo, le forze armate russe hanno distrutto un magazzino con droni consegnati a Kiev dai paesi della Nato, oltre a due sistemi missilistici terra-aria S-300 e un radar di sorveglianza e puntamento P-18.

Il ministero dell’Energia ucraino ha affermato che nella regione orientale di Kharkiv 410 mila utenti sono senza corrente a causa di limitazioni della rete dopo i bombardamenti russi.

L’intera regione è da settimane sotto attacco e l’esercito russo ha più volte colpito le centrali idroelettriche. 

Il fronte, in generale, fa registrare un continua pressione russa sulle difese ucraine, con l’intento di rettificare il fronte stesso, anche in funzione della possibile definizione di una sorta di linea di confine.

Sempre in chiave di propaganda tesa a mutare la narrativa, volgendola verso la necessità della trattativa, il Washington Post, ha attribuito a Donald Trump una proposta che consisterebbe nello spingere l’Ucraina a cedere la Crimea e la regione del Donbass alla Russia.

Questo approccio sarebbe l’esatto opposto della linea fin qui attuata dall’amministrazione Biden, che ha enfatizzato il contenimento dell’aggressione russa a Kiev e la fornitura di aiuti militari al governo guidato da Voldoymyr Zelensky.

Il fatto è che la Crimea e il Donbass, credibilmente, stando alla realtà e non ai sogni, sono ormai russi e russi resteranno, per il semplice motivo che l’Ucraina non ha la forza di riconquistare i territori occupati.

Attribuire a Donald Trump quello che è una realtà come fosse una proposta è sicuramente una manovra elettorale interna e, al contempo, il tentativo di attribuire ai repubblicani la responsabilità della sconfitta della logica dei Dem, che era quella di ridurre la Russia ad essere una potenza regionale ininfluente sullo scenario geopolitico internazionale.

Non è andata così e la dura realtà sta per essere presa in considerazione dagli Usa, che non a caso hanno tolto di mezzo Victoria Nuland, la regista, assieme a George Soros, della svolta in Ucraina dal 2014 ad oggi.

In questo panorama in movimento risulta pietosa, per usare un eufemismo, la posizione della baronessa Ursula von der Leyen.

“C’è molto in gioco alle prossime elezioni, la nostra Europa pacifica e unita è messa alla prova come mai prima d’ora sia dall’interno che dall’esterno”, ha avvertito von der Leyen, sottolineando che “la Russia non solo cerca di cancellare l’Ucraina dalla faccia della terra, ma la sua aggressività è più vasta” e si manifesta “con attacchi ibridi contro l’Europa” che vanno avanti “da anni, attraverso attacchi informatici, manipolazione dei social media o strumentalizzazione dei migranti”. Davanti ai “populisti” di Alternative fuer Deutschland, del Rassemblement National di Marine Le Pen o di Konfederacia, ha aggiunto la leader tedesca, “nelle settimane e nei mesi a venire, il nostro compito sarà reagire ed è per questo che in queste elezioni ci battiamo per l’Europa, per la democrazia, per la prosperità e per la sicurezza”. 

Come al solito, i politici europei starnazzano nel pollaio, senza mai entrare, nemmeno per un momento, perché incapaci di farlo, in una logica geopolitica.

Del resto, è chiaro che nessuna gallina è mai diventata un’aquila.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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