
Il mutamento di rotta di Trump Trump sembra voler imprimere un cambio di paradigma rispetto alla linea adottata dalle precedenti amministrazioni americane. Da sostenitori a mediatori: il messaggio chiave è che gli Stati Uniti non intendono più finanziare direttamente l’Ucraina, ma piuttosto ricalibrare gli aiuti in un’ottica di ritorno interno (“ora paghiamo soldi a noi stessi”).
Definendo il presidente ucraino “non innocente”, Trump introduce un elemento di equidistanza che, almeno a livello retorico, sgretola la visione manichea “Russia aggressore Ucraina vittima” su cui si era fondata gran parte della narrativa occidentale. La metafora del tango (“per ballare servono due”) suggerisce che, nella sua visione, Kiev ha una parte di responsabilità nell’escalation.
Coerente con la sua retorica elettorale, Trump rivendica di aver evitato la guerra mondiale, ma paventa il rischio di una guerra economica globale, con particolare impatto sulla Russia, lasciando intravedere una strategia di pressione commerciale piuttosto che militare.
Trump si propone come il leader in grado di imporre un tavolo negoziale tra Mosca e Kiev. L’affermazione secondo cui bisogna avere “entrambi allo stesso tavolo” indica un approccio pragmatico, lontano dalle condanne unilaterali e più vicino a una diplomazia transazionale tipica del tycoon. Allo stesso tempo, liquida come “stronzate” le dichiarazioni di Lavrov sull’illegittimità di Zelensky, mostrando una doppia mossa: critica Zelensky ma allo stesso tempo ne difende il ruolo come interlocutore, evitando così che la Russia detti i tempi e i limiti del negoziato.
Mentre Trump riduce il sostegno economico diretto, l’Unione Europea ribadisce la necessità di rafforzare le garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Bruxelles spinge per accelerare sul 19° pacchetto di sanzioni contro Mosca e per rendere Kiev “il più forte possibile” sul piano militare e diplomatico. La logica è chiara: mentre Trump cerca di disimpegnare l’America in termini di costi, l’Europa vuole mantenere alta la pressione per forzare Mosca a un compromesso.
Tuttavia, la richiesta europea di garanzie di sicurezza senza limiti alla cooperazione militare ucraina con Paesi terzi rischia di collidere con la visione di Trump, che sembra mirare a una de-escalation controllata piuttosto che a un rafforzamento illimitato di Kiev.
La conferma ufficiale che le truppe russe sono entrate nella regione di Dnipropetrovsk segna una svolta militare significativa: si tratta di un’area centrale dell’Ucraina, finora considerata relativamente sicura, e il suo coinvolgimento diretto apre scenari di ulteriore destabilizzazione. Questo sviluppo potrebbe rafforzare la posizione di Trump nel sostenere che il conflitto non è sotto controllo e che va interrotto rapidamente, pena un’escalation incontrollabile.
Gli Stati Uniti hanno approvato il trasferimento di missili Eram, con gittata fino a 450 km, ma hanno imposto restrizioni sull’uso degli Atacms. Ciò riflette una strategia calibrata: fornire strumenti a Kiev per mantenere capacità di risposta, ma evitare che vengano usati per colpire in profondità obiettivi in territorio russo, riducendo così il rischio di un allargamento diretto del conflitto. Anche qui emerge il “nuovo corso”: più controllo, meno carte bianche per Zelensky.
Trump parla alla sua base elettorale e contrappone l’idea di uno spreco di denaro americano in Ucraina alla promessa di riportare quelle risorse in patria. Esternamente,si accredita come unico leader occidentale in grado di “chiudere il dossier Ucraina” e imporre la pace con un mix di pressione economica, negoziato pragmatico e stop agli “assegni in bianco”. Il mutamento di rotta di Trump segna un passaggio dalla logica del sostegno incondizionato a quella della gestione strategica e del negoziato. Zelensky non è più presentato come simbolo di resistenza eroica, ma come attore politico con responsabilità. L’Europa appare più interventista, mentre Washington sotto Trump si muove verso un realismo disincantato che punta a evitare la “seconda Corea” in Europa.
La sfida vera sarà capire se questo approccio porterà a un congelamento del conflitto (sul modello coreano) o a una pace vera, e se l’Europa accetterà la leadership trumpiana o proverà a compensarla con un proprio protagonismo autonomo.





