
Tajani stoppa Giorgetti sulle banche: “Non servono pizzicotti”
Notizia riportata dai media molto “di spalla”. L’esempio della incapacità di leggere la politica da parte dell’informazione. Ma anche l’esempio dell’assenza di un dibattito serio in politica. Le posizione espresse da Tajani e da Giorgetti sono il cuore stesso della politica economica: quella in atto, quella in prospettiva, quella che si continua a ignorare che la maggioranza sta realizzando. Ci sarebbe l’obbligo di parlarne: anche e soprattutto da parte dell’opposizione. Dirò, a mio parere, il perché.
L’immensa differenza che c’è tra l’affermazione di Giorgetti (che ci fa dimenticare di essere della Lega) e Tajani è che il primo guarda all’economia, il secondo difende una sua base elettorale. Se lasciata a se stessa questa discussione finirebbe per degenerare. La coesione “obbligata” delle forze di maggioranza potrebbero stemperarla con compromessi tutti partitici. Un intervento forte dell’opposizione sarebbe opportuno. Perché questo è argomento di vera politica economica.
Anzitutto va valutata la struttura di impresa in Italia, costituita soprattutto da piccole e micro aziende che rappresentano il 30% del PIL ed il 50% dell’occupazione. Secondo gli ultimi dati dell’Istat, oltre il 95% delle imprese italiane rientra nella categoria delle micro-imprese (meno di 10 dipendenti e fatturato annuo non superiore ai 2 milioni di euro). Per questo sono in atto non pochi provvedimenti per rafforzarle. Nel confronto europeo, l’Italia si trova in “competizione” con Germania e Francia: il loro dato è rispettivamente del 83% e 89%. Dal confronto emergono le criticità italiane: produttività bassa (per mancanza di investimenti), digitalizzazione in ritardo (18% contro 30% Germania e Francia), ma soprattutto accesso al credito. E il credito è una leva per l’economia. La difficoltà di accesso al credito “produttivo” indebolisce struttura economica e creazione di ricchezza.
Le critiche sull’atteggiamento delle banche sono dunque più che giustificate: gli utili sono cresciuti, il loro atteggiamento verso la clientela no. Se l’accesso al credito per privati, mutui, medio-grandi aziende è rimasto ad un discreto livello, le difficoltà per le piccole e micro imprese sono addirittura aumentate. La critica dunque non può essere per i maggiori guadagni, ma perché un freno all’economia è stato tirato e bisogna farlo mollare.
Si, ma come.
E qui le ricette si diversificano. Il “pizzicotto” richiamato da Giorgetti è funzionale ad un contributo che si intenderebbe chiedere alle banche per fornire liquidità aggiuntiva alle finanze pubbliche in vista di possibili tagli fiscali – per la classe media? – nel 2026 che non compromettano l’impegno, assunto con l’Europa, di riduzione del debito pubblico. Il timore che il settore bancario, tra le basi elettorali di FI, possa essere messo sotto pressione ha fatto dare l’altolà a Tajani. Posizione elettoralistica, ma bisogna tuttavia riconoscere che l’idea che le banche non possano subire troppe pressioni è anche funzionale ad un concetto di economia che vuole il mondo del credito libero di determinare le condizioni di impiego delle proprie risorse e dunque di fungere da volano del PIL e dell’occupazione in forma molto indiretta.
Le due visioni economiche sono dunque a confrontarsi: entrambe in una visione di stampo conservatore, e tuttavia con quella di Giorgetti più incline a forme di destra sociale.
Ma l’unicità delle ipotesi, per quanto indefinite tuttavia già sul tappeto, sta nel fatto che con le Banche si negozia: qualsiasi diktat sarebbe del tutto sbagliato. Oltre alla reazione delle banche stesse (ci vuole poco a mantenere di un quarto di punto più alto del necessario gli interessi per rifarsi da qualsiasi “gabella”), la credibilità delle banche è nella loro solidità. E la credibilità delle banche fa reddito perché fa minori costi di approvvigionamento internazionale. Francia docet. E non solo Francia: basta ricordare cosa è successo allo spread italiano dopo una ventilata ipotesi di intervento sulle banche nel 2023.
L’“extra reddito” delle banche italiane va trattato dunque con cura: non si può accettare che resti a vantaggio dei soli azionisti, non si può metterlo in discussione se non per progetti estremamente chiari e soprattutto condivisi. Anche qui la strada della diplomazia sarebbe quella migliore.
Sento invece riparlare, anche nella maggioranza, di tassare, con atto di “imperio”, questi extraprofitti. E la proposta si ferma qui. Dibattito? Non ne vedo: forse nelle segrete stanze.
Per questo la considero ipotesi inopportuna. E, se accompagnata da spirito astioso, una vera e propria “idiozia”.





