
Il governo ucraino ha aggiornato la procedura per attraversare il confine di Stato. Per la prima volta dall’inizio della guerra su vasta scala, gli uomini di età compresa tra 18 e 22 anni potranno attraversare il confine senza ostacoli.
Un segnale che, al di là della propaganda, sta a significare con tutta probabilità che l’orizzonte di una pace possibile (quella giusta sta nelle oniriche logiche dei leader europei) si sta avvicinando.
Se così non fosse, Kiev non permetterebbe e sette generazioni di giovani di poter evitare di essere reclutati andando all’estero e di non rientrare in patria dopo essersene allontanati.
Il primo ministro Yulia Svyrydenko su Telegram ha affermato: “Gli uomini di età compresa tra 18 e 22 anni potranno attraversare il confine senza ostacoli durante la legge marziale. Questo vale per tutti i cittadini di età appropriata. Questa decisione si applica anche ai cittadini che, per vari motivi, si trovano all’estero. Vogliamo che gli ucraini mantengano il più possibile i legami con l’Ucraina. Le modifiche entreranno in vigore il giorno successivo alla pubblicazione ufficiale della risoluzione”.
Klymenko ha aggiunto che gli uomini fino a 22 anni di età avranno il diritto di attraversare il confine di Stato senza ostacoli.
“L’obiettivo di questa iniziativa – ha detto Klymenko – è innanzitutto quello di offrire ai giovani ucraini maggiori opportunità di istruzione, tirocini e impiego legale all’estero, in modo che possano in seguito utilizzare l’esperienza acquisita per lo sviluppo dell’Ucraina”.
Nel frattempo al fronte continua la pressione russa.
Lo Stato maggiore delle forze armate ucraine il 26 agosto ha ammesso che le forze russe sono entrate nell’oblast’ di Dnipropetrovsk, nel quale sono in corso combattimenti attivi.
Le cose per l’Ucraina non vanno bene nemmeno nei rapporti con chi sembrerebbe vicinissimo a Kiev.
Władysław Kosiniak-Kamysz, presidente del Partito Popolare Polacco (PSL), vice primo ministro e Ministro della Difesa Nazionale della Polonia, ha affermato recentemente: “L’ho detto molte volte: se l’Ucraina non viene a patti con il genocidio in Volinia, se non ci sarà l’esumazione o la commemorazione, non avrà alcuna possibilità di aderire all’Unione europea. Ho espresso un’opposizione molto chiara e risoluta nei casi in cui il buon nome della Polonia è stato calpestato in qualche modo, o sono stati fatti tentativi di glorificare Bandera. Ne ho parlato in modo molto chiaro e distinto. Ma il rifiuto di sostenere l’Ucraina in guerra è contrario agli interessi di sicurezza dello Stato polacco. Aiutare l’Ucraina, che è in guerra, significa anche costruire una Polonia sicura”.
Il vice premier polacco tocca un tasto dolente che intacca la verginità dell’Ucraina come Paese aggredito e vittima.
I massacri di Volinia furono una serie di stragi compiute tra il 1943 e il 1945 nella Polonia occupata dai nazisti, principalmente nelle regioni di Volinia e Galizia orientale, ma anche in parti di Polesia e nella regione di Lublino. Questi eventi, noti anche come massacri di polacchi in Volinia e Galizia orientale, videro come principali responsabili l’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA), il braccio militare dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN-B) guidata da Stepan Bandera, con il sostegno di settori della popolazione ucraina locale. L’obiettivo era la pulizia etnica della minoranza polacca in aree considerate parte di un futuro stato ucraino.
Il culmine delle violenze si verificò nel luglio e agosto 1943, con la cosiddetta “Domenica di sangue” (11 luglio 1943), quando l’UPA attaccò simultaneamente numerosi villaggi polacchi. Le stime delle vittime variano, ma si parla di 50.000-100.000 polacchi uccisi in Volinia e Galizia orientale, con la maggior parte delle vittime composta da donne e bambini. Gli attacchi furono caratterizzati da estrema brutalità: torture, stupri, smembramenti e roghi furono comuni. Oltre ai polacchi, furono colpiti anche armeni, ebrei, russi, cechi, georgiani e ucraini che si opponevano alle violenze o proteggevano i polacchi. Un episodio emblematico fu il massacro di Pidkamin (12 marzo 1944), dove l’UPA, con il supporto di unità della 14ª Divisione SS “Galizia”, uccise tra 150 e 1000 polacchi, molti rifugiati in un monastero domenicano.
Non vanno meglio le cose con l’intelligence inglese, che da sempre suggerisce a Kiev le mosse da fare e che è stata messa all’oscuro di quanto sanno negli Usa da Tulsi Gabbard, la quale ha secretato i documenti sensibili, con particolare riferimento alle questioni relative all’Ucraina, per i Five Eyes, il sistema di spionaggio che accomuna Stati Uniti, Inghilterra, Canada, Australa e Nuova Zelanda. Niente intelligence condivisa per i Cinque Occhi, uguale niente intelligence condivisa con Londra, ossia con Kiev.
Non va meglio per l’Ucraina per quanto riguarda i rapporti con gli Stati Uniti.
Donald Trump parlando ai giornalisti al termine della riunione di gabinetto ha detto: “Voglio che questa guerra finisca. Penso che, in molti modi, a volte Putin ci sia, a volte Zelensky no… bisogna averli entrambi allo stesso tavolo”.
Il presidente americano ha avvertito che la situazione è “molto, molto seria” e ha spiegato che l’obiettivo è evitare un’escalation globale: “Se non avessi vinto queste elezioni, l’Ucraina sarebbe potuta finire in una guerra mondiale. Ora non accadrà, ma c’è il rischio di una guerra economica, che sarebbe devastante, soprattutto per la Russia”.
Trump ha rivolto critiche al presidente ucraino: “Zelensky non è esattamente innocente, lo dico sempre: per ballare il tango servono due persone”.
Il presidente ha ribadito che gli Stati Uniti hanno cambiato strategia nei confronti di Kiev: “Ora non stiamo più pagando soldi all’Ucraina, paghiamo soldi a noi stessi. La Nato compra tutto l’equipaggiamento, ma io voglio fermare questa guerra perché ogni settimana muoiono migliaia di persone”.
Citando i dati in suo possesso, Trump ha aggiunto: “Solo la scorsa settimana sono morti 7.012 soldati, tra russi e ucraini. Nelle ultime due settimane più di 12.000. Sono giovani che lasciano casa, salutano i genitori, e una settimana dopo vengono uccisi in una guerra stupida”.
Il presidente ha evocato anche i rapporti con Mosca e il suo ruolo nei negoziati: “Avevo un’ottima relazione con il presidente Putin, e credo di essere l’unico in grado di risolvere questa crisi. Ho fermato sette guerre, alcune duravano da oltre trent’anni, e posso fermare anche questa”.
Trump ha infine descritto l’orrore dei combattimenti: “Ricevo rapporti e vedo immagini satellitari: teste da una parte, braccia dall’altra, corpi ovunque… è come Gettysburg, ma oggi, nell’era moderna. Non possiamo permettere che continui. Se posso usare le sanzioni o un sistema di dazi molto forti per fermarla, lo farò. Voglio solo salvare vite umane”.
Brutte notizie per Kiev arrivano anche da quanto afferma il Wall Street Journal, secondo il quale ci sarebbero “colloqui segreti tra Exxon e Rosneft per un ritorno in Russia”
Secondo il WSJ “colloqui segreti” si sarebbero svolti tra il colosso petrolifero statunitense Exxon e il gruppo russo Rosneft per un eventuale ritorno in Russia.
Il Wall Street Journal ricorda che dopo l’incontro tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump in Alaska e il presidente Vladimir Putin era stato detto che i due paesi avrebbero potuto intensificare la loro collaborazione commerciale. “Ciò che i due leader non hanno detto” scrive il quotidiano economico Usa è che “a porte chiuse, le più grandi compagnie energetiche dei loro paesi avevano già abbozzato una road map per tornare a fare affari, sfruttando i giacimenti di petrolio e gas al largo della costa dell’estremo oriente russo. Colloqui segreti con la più grande compagnia energetica statale russa si sono svolti quest’anno e un alto dirigente della Exxon Mobil ha discusso di un ritorno al progetto Sakhalin se i due governi avessero concordato un processo di pace in Ucraina, hanno riferito persone a conoscenza delle discussioni”.
La questione è talmente delicata, scrive il ‘Wsj’, “che solo poche persone all’interno di Exxon erano a conoscenza dei colloqui. Uno dei massimi dirigenti della grande compagnia petrolifera statunitense, il vicepresidente senior Neil Chapman, ha guidato i colloqui per conto di Exxon”. La ripresa degli affari in Russia, osserva il quotidiano, “segnerebbe un drammatico riavvicinamento dopo la disordinata rottura di Exxon con Mosca quando Putin ha attaccato l’Ucraina nel 2022”. E le discussioni tra Exxon e Rosneft “sul riavvio della loro partnership si sono intensificate dopo l’insediamento di Trump a gennaio”.
Chapman di Exxon, sottolinea il Wsj, che cita fonti vicine al dossier, “ha incontrato il Ceo di Rosneft Igor Sechin nella capitale del Qatar, Doha”. Sechin, ricorda il quotidiano, “è uno stretto alleato di Putin” ed “è sottoposto a sanzioni” da parte degli Stati Uniti, “il che significa che agli americani è per lo più vietato trattare con lui senza un via libera del Tesoro Usa. Sechin ama incontrare imprenditori stranieri e leader di governo in Qatar, il cui fondo sovrano ha una partecipazione in Rosneft. Il Qatar si è ritagliato un ruolo di mediatore neutrale nei conflitti globali”.
Come si può ben vedere per Kiev la strada è delineata e porta inevitabilmente verso il tavolo di trattative.
Niente informazioni via Londra, niente soldi dagli Usa, critiche di Trump a Zelensky, la Polonia che tira in ballo Bandera e la Volinia e sgretola l’immagine dell’Ucraina come Paese immacolato e vittima.
Da qui, probabilmente, un primo segnale indiretto che all’orizzonte c’è la fine della guerra. Se ben sette generazioni avranno via libera per andarsene dal Paese, valicando le frontiere, per i più vari motivi, questo significa che a Kiev nessuno più pensa di estendere la chiamata alle armi ai giovanissimi tra i 18 e i 25 anni.
Forse è da qui che è necessario cominciare a leggere la realtà, al di là dei proclami e della propaganda.





