
di Achille Nobiloni
Oggi 24 febbraio sono tre anni dall’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina.
Un bilancio del settembre dello scorso anno già parlava di un totale di oltre un milione di morti e feriti tra i soldati di entrambi gli schieramenti: più precisamente 200.000 morti e 400.000 feriti tra i militari russi e 80.000 morti e 400.000 feriti tra quelli ucraini.
Le stime erano però ritenute prudenziali già allora e essendo di cinque mesi fa questi numeri potrebbero essere oggi aumentati di un buon 20%, il tutto al netto dei civili ucraini 6,7 milioni dei quali si sono nel frattempo rifugiati all’estero.
Nonostante le voci ricorrenti tra gli organi di informazione italiana (simili a quelle di uno e due anni fa) circa la volontà di Putin di annunciare la vittoria in occasione di un anniversario, questa volta il terzo, la guerra si trova esattamente dove in pochi, già poche settimane dopo il suo inizio, avevamo previsto che si sarebbe trovata: in una situazione di stallo senza verosimili prospettive di soluzione militare se non quella, drammatica, di una improvvisa malaugurata escalation tipo terza guerra mondiale.
Fatto nuovo su questo scenario già particolarmente critico è stata l’elezione, nel novembre scorso, del 47° presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, insediatosi un mese fa, circostanza questa che almeno nei media italiani (giornali, telegiornali, talk show e anche social) sembra aver scalzato Putin dal podio dei cattivi.
L’inopinata rielezione di Trump e la sequela di provvedimenti speciali da lui firmati fin dal primo giorno nonché la nomina nel suo staff di imprevisti e imprevedibili personaggi, primo fra tutti Elon Musk a capo del DOGE (Dipartimento dell’Efficienza Governativa), e più ancora di tutto ciò il suo atteggiamento sprezzante e aggressivo verso la UE e verso Zelensky, sembrano aver spiazzato politici e commentatori i quali cercando di interpretare il futuro, spesso volendo dare a credere di saperla lunga, finiscono con l’affermare tutto e il contrario di tutto.
Oltre quelli che sostengo che il suo sia solo un bluff, quasi a voler dire che can che abbaia non morde, ieri sera mi è capitato di sentire in televisione un paio di persone dire che “è noto a tutti che la prima regola basilare della diplomazia internazionale è fare il buono con i cattivi e il cattivo con i buoni” (?!) e che questo atteggiamento in fondo è proprio lo strumento che sta utilizzando Trump per far sedere Putin e Zelensky a uno stesso tavolo, insieme all’Europa.
In che modo blandire Putin e schiaffeggiare Zelensky possa servire a farli sedere allo stesso tavolo, insieme all’Europa schiaffeggiata anch’essa, è cosa che mi sfugge come mi sfugge quale soluzione possa emergere da un tavolo a quattro (Russia, Ucraina, Usa e UE) con l’esclusione di Cina e BRICS. Quel che voglio dire è che ci si preoccupa tanto che a trattare con Putin lo si invoglierebbe a invadere altri Paesi europei ma magari non ci si preoccupa altrettanto che a lasciar la Cina fuori da quella che per avere una pace duratura dovrebbe essere “una nuova Yalta” allora sì che si invoglierebbe la Cina stessa a invadere Taiwan o Formosa che dir si voglia!
Tralasciando la trama dei talk show nostrani, sempre più show e meno talk, vediamo chi sono al momento i principali protagonisti in campo di questa partita da cui potrebbero dipendere le sorti del mondo per almeno i prossimi cento anni.
● Il più anziano (per esperienza politica e non per età) è Vladimir Vladimirovic Putin, 72 anni, già primo ministro russo dal 1999 al 2000, poi presidente per due mandati quadriennali consecutivi dal 2000 al 2008, nuovamente primo ministro dal 2008 al 2012, poi ancora presidente per un mandato di sei anni dal 2012 al 2018 e con un secondo mandato consecutivo di sei anni dal 2018 al 2024 e infine, con un terzo mandato consecutivo sempre di sei anni, dal 2024 a oggi e fino al 2030.
Da notare come a) la legge russa vietasse un terzo mandato consecutivo; b) per questo motivo Putin dal 2008 al 2012 si sia alternato con il suo primo ministro Medvedev; c) al momento del suo ritorno alla presidenza nel 2012 la durata del mandato presidenziale sia stata elevata da 4 a 6 anni; d) allo scadere del suo secondo mandato consecutivo di sei anni, nel 2024, una modifica costituzionale abbia eliminato il divieto del terzo mandato consecutivo; e) in virtù di tale modifica Putin sia stato rieletto presidente per un quinto mandato, terzo consecutivo, che scadrà nel 2030 data in cui egli potrà ricandidarsi ancora; f) in sostanza Putin sia il capo indiscusso della Russia da oltre 25 anni e possa continuare a esserlo a vita. Il livello di democrazia e libertà di pensiero e di parola nel Paese è ben noto.
● Il secondo protagonista per anzianità di esperienza è Donald John Trump, 79 anni (giorni fa ho letto qualcuno che faceva affidamento sulla sua età avanzata; a parte il fatto che non mi sembra un pensiero gentile, non ci contate: il suo vice, James David Vance, di anni ne ha 40 ed è più “tosto” di lui), già 45° presidente degli Stati Uniti d’America dal 2017 al 2021, eletto una seconda volta nel novembre scorso come 47° presidente il cui mandato è iniziato un mese fa e scadrà nel gennaio 2029.
Trump sembra stare dimostrando in queste sue prime settimane un atteggiamento fortemente disinvolto e aggressivo frutto forse della voglia di rivalsa causata dalla sua mancata rielezione di stretta misura allo scadere del suo primo mandato. Tale comportamento, diretto e incisivo, contribuisce forse a gettare nuova luce sul reale punto di vista degli Stati Uniti relativamente alla loro vera considerazione nei confronti dell’Europa e della tutela dei loro interessi in giro per il mondo. Se si tratta di mera tattica o di sentimenti reali lo si saprà presto: moniti e minacce non possono rimanere tali a lungo col rischio di perdere efficacia e di far perdere credibilità a chi li pronuncia.
● Terzo protagonista della vicenda è Volodymyr Zelensky, 47 anni, di professione: attore comico, regista, imprenditore. Presidente dell’Ucraina dal 20 maggio 2019 dopo aver battuto al secondo turno con il 76% dei voti il presidente uscente Petro Porošenko.
In quanto ad autoritarismo, tra lo Zar e il Tycoon sembra non sfigurare affatto: già prima dell’invasione Russa avrebbe iniziato a imporre restrizioni alla libertà di stampa e di pensiero adottando misure sia nei confronti di emittenti televisive e singoli giornalisti sia nei confronti dei partiti politici di opposizione. Inoltre il suo mandato presidenziale è scaduto a maggio dello scorso anno ma non si possono tenere elezioni a causa della legge marziale imposta circa un anno prima, il che può anche essere comprensibile (come si possono tenere libere elezioni in un Paese in guerra e con una popolazione di 37 milioni di abitanti 7 dei quali rifugiatisi all’estero?) ma vuole anche dire che se malauguratamente la guerra dovesse durare altri cinque anni il presidente rimarrebbe in carica altri cinque anni e allora uno si chiede: ma se la popolazione non fosse d’accordo col modo in cui il presidente gestisce la guerra… come potrebbe manifestare il proprio dissenso in presenza delle restrizioni adottate dal governo nei confronti di dissidenti, stampa, e partiti politici di opposizione?
CONCLUDENDO: tre anni di guerra; oltre un milione di morti e feriti; quasi sette milioni di rifugiati all’estero; sofferenze e distruzione quante se ne vuole; chiacchiere, ideologia e affari economici ancora di più… e tutti ad aspettare di vedere cosa farà Trump!
Vogliamo scommettere che alla fine a risultare il deus ex machina in grado di porre fine alla guerra potrebbe essere davvero proprio lui e magari gli daranno anche il premio Nobel come dice Salvini e come si sente dire anche in alcuni dei soliti talk show televisivi?
Certo il suo modo di comportarsi lascia interdetti. Che sia davvero tutta una tattica sembra difficile crederlo: a fare le sparate che lui fa e poi rimangiarsele si rischia grosso; a pensare di voler accomodare tutto fra lui e Putin e poi dire a Zelensky: “Tieni, firma qui” sembra altrettanto improbabile; lasciare fuori l’Europa potrebbe servirgli a dar più forza alla sua immagine di duro (e magari i Paesi europei sono tanto deboli e singolarmente insignificanti che farebbero presto la corsa a ingraziarselo per primi) ma lasciar fuori la Cina e i BRICS sembrerebbe anacronistico e secondo me impensabile.
Due cose sembrano tuttavia venir fuori chiaramente da questi tre anni di guerra:
– la prima è quanto gli Usa pensino solo a se stessi e ai propri interessi (Trump non si è neanche messo a spiegare dove e perché Biden sbagliasse: non lo ha nemmeno nominato, ha calato la maschera e ha detto chiaro e tondo quello che gli Usa vogliono o non vogliono);
– la seconda è la grande occasione persa dalla UE: la possibilità di alleggerire un po’ la dipendenza dagli Usa; di cercare un dialogo e costruire un rapporto con la Russia (Gorbaciov ci pensava già quarant’anni fa!); di guardare lontano verso un assetto più equilibrato… quasi su base più geografica che politica o ideologica, tra America, Europa, Asia e BRICS in un mondo sempre più globalizzato che è ormai difficile e sarebbe comunque sbagliato voler riportare indietro di ottant’anni.
Di fronte a tutto ciò il rimpianto più grosso è che questa politica l’Europa avrebbe dovuto iniziare a perseguirla quindici anni fa: oggi Trump sembra avere il pallino in mano ma non la volontà di perseguire quest’obiettivo di globalizzazione e l’Europa, …l’Unione Europea, è arrivata a questo appuntamento troppo divisa, debole e impreparata.





