Home Politica estera TRA PUTIN E TRUMP UNA NUOVA YALTA…. E L’EUROPA SALTA

TRA PUTIN E TRUMP UNA NUOVA YALTA…. E L’EUROPA SALTA

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Il colonnello Orio Giorgio Stirpe, in questo numero del Giornale, ci consegna un’interessante analisi relativa al conflitto ucraino e alle possibilità che Trump abbia in mano le carte necessarie per imporre la chiusura di un gioco pericoloso, innescato dai neocon, giocato con spregiudicatezza da Putin, stimolato dagli inglesi e subito da un’inetta leadership europea, capace di solo di esternare chiacchiere e prediche senza costrutto e spesso senza senso.

Il difetto di quanto asserisce il colonnello Stirpe è, a mio parere, il concentrare l’attenzione della trattativa tra Trump e Putin sull’Ucraina, quando il Paese guidato, si fa per dire, da Zelensky (in squadra neocon) è parte di una partita più ampia che consente di avere più casse di compensazione su più quadranti geopolitici.

Uno di questi è il Medio Oriente dove, guarda caso, Riad, capitale dell’Arabia Saudita, sarà la sede dei negoziati.

La prossima settimana, quindi quella che inizia domani, come ha fatto sapere Trump, alti funzionari Usa, di Mosca e di Kiev si incontreranno in Arabia Saudita che ospiterà i colloqui che potrebbero porre fine alla guerra in Ucraina.

Il prossimo 20 febbraio Riad accoglierà inoltre un summit tra cinque nazioni arabe: Arabia Saudita, Egitto, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Giordania per formulare un progetto sul futuro di Gaza.

È del tutto evidente che, in questo consesso, a dover fare un’inversione a U dovrà essere il Qatar, che non avrà più il ruolo di protettore e finanziatore di Hamas e, conseguentemente, di mediatore.

La parola passa a Mohames bin Salman, al quale, al quanto pare, spetterà di avere la supervisione di quanto accada a Gaza e di avere, in cambio, un porto, con l’accesso al mar Mediterraneo.

Come riferiva venerdi Adnkronos, Yusef Al Otaiba, ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti negli Stati Uniti, durante il World Government Summit di Dubai ha parlato del piano per Gaza su cui alcuni stati del Golfo hanno trovato un accordo a settembre, precisando che al momento non vede alternative.

Il piano, immaginato contro il volere di Egitto, Qatar, Iran e Turchia, vedrebbe, secondo Adnkronos, Gaza trasformata nello sbocco sul Mediterraneo dell’Arabia Saudita, con il benestare dei quattro clan storici della Striscia, mentre nella ricostruzione gli emiratini avrebbero un ruolo di primo piano.

Che non siano d’accordo Iran e Turchia, come suggerisce l’amico esperto dell’area Akakà Secksoch, è normale, infatti Teheran subirebbe un ulteriore isolamento e la Turchia un ridimensionamento delle sue pretese egemoniche sul Mediterraneo e sul Medio Oriente.

L’Egitto è convincibile con una buona dose di assicurazioni economiche e il Qatar, che di fatto è un distaccamento della Cia, deve solo capire che, dopo trent’anni, a Washington non ci sono più i neocon e che il nuovo padrone non intende assecondare Hamas e i Fratelli Musulmani e, tanto meno, gli affari con Bruxelles (vedi Qatargate).

Gli Stati Uniti, e questo è stato confermato da Trump aldilà delle frasi sulla Riviera che hanno scioccato il mondo e che servono giusto a scioccare gli sciocchi, sono pronti a occuparsi di sicurezza e di sviluppo costiero, inclusi hotel e resort, ma in realtà Gaza sarebbe “promessa” ai sauditi da tempo, da prima del ritorno del tycoon alla Casa Bianca.

L’idea, sempre secondo una ricostruzione non ufficiale offertaci da Adnkronos, si sarebbe concretizzata il 14 aprile, il giorno dopo l’attacco iraniano contro Israele, tra alti funzionari di delegazioni d’affari presenti a Tel Aviv, inclusi alcuni sauditi.

Un altro elemento che va in questa direzione sono le nozze nel 2023 di Rajwa al Saif, figlia dell’aristocrazia saudita, con il principe ereditario Hussein di Giordania, un matrimonio strategico che affida la sicurezza della Giordania ai sauditi, che nella loro ‘Grand Strategy’ puntano a essere i leader del Medio Oriente, pur riconoscendo a Israele un ruolo e all’Iran riformato un altro primato (più modesto). Lo chiamano “Medio Oriente a tre teste”.

In questo contesto, gli Stati Uniti non manderebbero soldati a Gaza (i contractor americani sono già in zona, sostiene Akakà Secksoch), ma farebbero da apripista per l’alleato saudita, che non può trattare direttamente la questione senza essere accusato di non rispettare le esigenze dei palestinesi, la cui causa da tempo non era al centro delle strategie dei governi della regione, molti dei quali erano pronti a unirsi agli Accordi di Abramo e a normalizzare i rapporti con Israele.

Abramo, pertanto rientra in scena e il nuovo scenario non contempla alcuna condivisione con Bruxelles, che ha a lungo finanziato Hamas tramite le Ong e l’Unrwa, accusata di essere un paravento dei terroristi.

L’Iran non poteva permettere una simile evoluzione a vantaggio dei sauditi e di un accordo con Israele, propedeutico alla Via del Cotone (India -Mediterraneo), e pertanto ha scatenato Hamas il 7 ottobre 2023.

L’Egitto, ora, mentre c’è una debole tregua, ha schierato quattro volte il numero di tank consentiti alla frontiera dal trattato di pace con Israele, non per attaccare, ma per bloccare quella che loro definiscono “potenziale invasione” palestinese. In buona sostanza il Cairo non vuole avere in casa Hamas.

 Re Abdallah di Giordania, che era alla Casa Bianca mentre Trump pronunciava le frasi sulla conquista americana di Gaza, ha un Paese la cui economia è in grande difficoltà, ed è pronto ad accogliere molti rifugiati in cambio di aiuti.

L’elemento economico, come sempre, è importante: peggio della Giordania sono messi Siria, Libano e Yemen.

La pacificazione del Medio Oriente è dunque in mano agli stati del Golfo che hanno la capacità finanziaria di riscrivere gli equilibri politici e commerciali della regione.

In questo contesto, Qatar e Kuwait devono solo capire che è cambiato il padrone.

Uno sbocco al mare dell’Arabia Saudita consoliderebbe la presenza degli Usa e dei loro alleati lungo una fascia che comprende Libano, Israele e Gaza, considerato che con l’elezione di Joseph Aoun come presidente e Nawaf Salam, come primo ministro (entrambi ben visti da Stati Uniti, Francia e Arabia Saudita), si è aperta una possibilità di riavvicinamento tra i due paesi. L’Arabia Saudita ha riattivato la sua ambasciata a Beirut dopo 15 anni, segnalando un interesse a ristabilire relazioni diplomatiche.

Un rafforzamento degli Usa e dei suoi alleati nel Mediterraneo potrebbe essere una buona notizia per la Russia, in quanto questo nuovo assetto potrebbe garantire un nuovo equilibrio che permetterebbe il mantenimento delle basi siriane di Mosca, con l’effetto indotto di un contenimento della Turchia nell’area.

Se il baricentro della trattativa tra Usa e Russia si sposta a Riad, questo significa che l’Europa è residuale e che la questione ucraina è un pezzo di un puzzle più ampio e non il centro del mondo. Conseguentemente è residuale quanto pensa l’Unione Europea e quanto pensa la Nato.

E’ pertanto del tutto chiaro che la questione dell’Ucraina si intreccia con altri scenari, tra i quali non va dimenticato quello artico, dove sia la Russia, sia gli Usa hanno interesse a dividersi l’area senza concedere molto di più che qualche scampolo ai Paesi baltici, lasciando a bocca asciutta le pretese inglesi e francesi e lasciando a bocca aperta l’Unione Europea.

Unione Europea che, nonostante il vociare dei suoi alti e bassi rappresentanti, geopoliticamente conta nulla e conterà sempre meno se non si decide a cambiare decisamente linea.

Il colosso burocratico installato a Bruxelles è la fotocopia di Usaid nel Vecchio Continente e la Commissione è un finto esecutivo di uno Stato che non c’è.

La nuova Yalta che si annuncia non prevede uno posto a tavola per la signora Ursula von der Leyen.

C’è, invece, uno strumento, esistente e bloccato, che potrebbe essere rimesso in funzione: il Consiglio Artico, un forum intergovernativo istituito nel 1996 con la Dichiarazione di Ottawa.

Il suo scopo principale era promuovere la cooperazione, il coordinamento e l’interazione tra gli Stati artici, coinvolgendo anche le comunità indigene, per affrontare questioni comuni, in particolare lo sviluppo sostenibile e la protezione ambientale dell’Artico.

Gli Stati membri sono otto: Canada, Danimarca (inclusa la Groenlandia e le Isole Faroe), Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Svezia e Stati Uniti d’America.

Come si può ben vedere nel Consiglio non ci sono, nonostante l’attivismo dei ministri della corona, gli inglesi.

Ovviamente non c’è l’Unione Europea e non c’è la Nato.

Ci sono Paesi osservatori, tra cui Olanda, Polonia, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Italia e Cina, che partecipano senza diritto di voto, ma il Consiglio è un luogo molto adatto ad un confronto diretto tra Usa e Russia con la partecipazione dei Paesi artici.

Gli inglesi sarebbero esclusi dal gioco assieme ai rappresentanti dell’Unione Europea.

Il Consiglio si riuniva ogni sei mesi attraverso gli alti funzionari artici (SAO), e operava attraverso sei gruppi di lavoro che si concentravano su vari aspetti come il cambiamento climatico, lo sviluppo sostenibile, il monitoraggio ambientale, la protezione dell’ambiente marino, la conservazione della biodiversità e la gestione delle emergenze.

L’agenda, ovviamente, dovrebbe essere aggiornata, in ragione degli obiettivi attuali e, soprattutto del possibile utilizzo del Consiglio come tavolo di armonizzazione degli interessi relativi all’area.

Oggi sul tavolo ci sono le immense risorse dell’Artico e la riapertura di importanti vie di comunicazione.

L’Artico è, infatti, una regione di crescente importanza strategica, non solo per le risorse naturali ma anche per le nuove rotte di navigazione. Questo pone il Consiglio Artico al centro di discussioni globali su ambiente, risorse e sicurezza.

La presidenza del Consiglio Artico è rotativa e cambia ogni due anni tra i Paesi membri.

La cooperazione è stata messa alla prova da tensioni geopolitiche, in particolare con la sospensione delle attività ufficiali del Consiglio a causa dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.

La Russia, questo il punto interessante, è uno dei membri fondatori del Consiglio Artico, assieme a Stati Uniti, Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia.

La Russia possiede la costa artica più lunga e ha intensificato le sue attività militari e commerciali nella regione. Questo include la costruzione di basi militari, l’espansione delle infrastrutture per il trasporto marittimo e l’estrazione di risorse naturali come gas e petrolio.

Donald Trump, ponendo la questione di una presenza importante degli Usa in Groenlandia, ha aperto di fatto il confronto con Mosca.

Il Consiglio Artico è stato tradizionalmente uno spazio di dialogo e cooperazione e potrebbe esserlo di nuovo.  

Per chiudere e per limitarci a questi scenari, va detto che l’Unione Europea ha fatto di tutto per essere esclusa. Il discorso di J.D.Vance a Monaco, che riproduciamo per intero in questo stesso numero del Giornale, ha fatto capire a chiare lettere che per gli Usa di Trump Bruxelles è la sede della Lubjanka di un sistema sovietico dittatoriale travestito da progressismo liberale.

Vance ha messo a nudo la deriva totalitaria, illiberale, antidemocratica del mostro politico burocratico di Bruxelles e la messa in discussione, da parte della conduzione a trazione socialista dell’Unione, dei valori dell’Occidente.

L’Unione Europea, al di là dei dazi e dell’economia, può decidere di continuare ad essere il luogo di resistenza dei neocon, cacciati dal voto Usa e, in questo caso nemica della nuova amministrazione, oppure di cambiare radicalmente, cacciando i socialisti, per dare vita a quello che, per ora, è un suggerimento di Musk che, tuttavia, ha preso corpo con il discorso di Vance: MEGA (Make Europe Great Again).

La questione riguarda in prima persona il Partito popolare europeo che deve decidere se essere il baluardo dei neocon o se essere il player decisivo di una nuova Europa.

In questo contesto, quanto scrive il colonnello Orio Giorgio Sirte è un tassello di un disegno più ampio e l’Ucraina è solo una tessera del mosaico.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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