La logica stessa di uno Stato che paga la ristrutturazione degli immobili privati e lo fa spendendo perfino più di quello che costa è assurda e ci ha portato sull’orlo della bancarotta. Questo lo capisce anche un ragazzino di prima media.
Allora perché Conte adottò un provvedimento simile?
Diciamo che per sua stessa ammissione l’avvocato del popolo l’economia non è il suo forte, ma va anche detto che quella manovra non fu realizzata come Conte l’aveva progettata.
La logica del provvedimento straordinario preso per rilanciare l’economia dal crollo post Covid era abbastanza chiara.
Lo Stato avrebbe riconosciuto il 110% dell’importo dei lavori di ristrutturazione immobiliare sotto forma di crediti fiscali, ma questi avrebbero, in origine, potuto essere trasferibili a chiunque per acquisti o pagamenti, ed essere frazionabili al pari di una normale liquidità alimentando così una leva consumistica di enne volte, che avrebbe avuto un prevedibile forte impatto sul PIL (e sulle entrate fiscali) al punto che il relativo ritorno fiscale avrebbe compensato parzialmente l’esborso.
In teoria avrebbe potuto funzionare se non fosse per un piccolo particolare.
L’operazione creava a tutti gli effetti una moneta fiscale parallela, cosa vietata dal trattato di Maastricht.
In realtà però Conte, pare, superò questo ostacolo con un accordo in sede di Consiglio d’Europa che riconosceva il carattere straordinario dell’operazione legata alla particolarità del momento pandemico.
A Conte però successe quasi subito Draghi e il disastro si materializzò immediatamente.
Supermario, che volle mantenersi ligio alle norme monetarie europee, non voleva la circolazione di quella che di fatto era una moneta parallela, e così impose che il credito fiscale maturato col 110 potesse essere trasferito solo ad una banca che lo avrebbe anticipato in liquidità trattenendone il 10% a titolo di interesse, compensazione per il tempo intercorrente tra l’emissione di liquidita e lo storno materiale del credito.
Di per sé questa interpretazione fu più logica e regolare, ma di fatto bloccò l’effetto leva lasciando l’intero costo dell’operazione a carico della finanza pubblica.
Le banche infatti non erogarono la liquidità in modo automatico, alla presentazione della domanda, ma posero tutto un insieme di paletti che si abbinarono a quelli posti dallo Stato il quale cercò ogni più piccolo pretesto per non riconoscere il credito, o per dilungarne l’iter.
Inoltre il sistema bancario non si accontentò del 10% ma chiese ulteriori interessi e garanzie alle imprese che volevano trasformare i crediti fiscali in liquidità, mettendo in crisi di liquidità tutta la filiera.
Fu così che uno strumento nato per favorire le imprese e rilanciare l’economia si trasforma in un intero settore primario finito sull’orlo del fallimento, e per di più con le finanze pubbliche collassate.
A beneficiarne ovviamente sono stati i truffatori che si sono gonfiati le tasche ma questa è un’altra storia.
Una delle regole dell’economia è che se si aumenta in modo importante e artificioso la domanda di mercato, aumenteranno di conseguenza anche i prezzi.
È esattamente quello che è successo: l’effetto collaterale del superbonus è stato l’immediato aumento dei prezzi, soprattutto quelli dei materiali.
Questo ha fatto si che progetti valutate a 100 nelle pratiche del superbonus, in realtà siano lirvitati in corso d’opera a 150 e quindi lavori che sarebbero stati interamente coperti dallo Stato, in realtà hanno poi richiesto comunque un non trascurabile contributo dei committenti.
Inoltre, chi si è trovato nella necessità di eseguire dei lavori edili senza possibilita o volontà di accedere ai bonus ha pagato di tasca propria costi molto più elevati del preventivato.
Anche sotto il profilo del rilancio economico il superbonus, così congegnato, è stato improprio.
L’effetto leva infatti si ottiene solo nel caso in cui un mercato potenzialmente vivace sia stagnante a causa di una effettiva carenza di liquidità.
In Italia liquidità ce n’era fin troppa, e a mancare era (ed è) la fiducia che fa da stimolo al mercato e agli investimenti sul territorio.
Lo stesso risultato del superbonus probabilmente lo si sarebbe ottenuto a parità di meccanismo, e maggiore semplicità di rimborso, con un buonus del 60%. L’impatto sui conti pubblici sarebbe stato più sostenibile, e non avremmo portato tutto un settore imprenditoriale al collasso.




