
di Angelo Giubileo
Anima è termine latino (anima, animus), che deriva anch’esso dal sanscrito. In sanscrito, la radice della parola è an. Come prefisso nominale, così anche in greco, la vocale a ha normalmente, e cioè usualmente, valore privativo, di negazione. Come prefisso verbale, a rappresenta invece l’inizio dell’azione o moto e quindi assume una valenza temporale o, rectius, cronologica. Nel sanscrito, la vocale a si contrappone alla vocale u che difatti assume il significato di “stasi”, “stabilità” e – dice ancora Franco Rendich in L’origine delle lingue indoeuropee. Struttura e genesi della lingua madre del sanscrito, del greco e del latino (Palombi editore 2007) – “nonché, in riferimento all’accumulo di energia, di “intensità”, “persistenza”, “forza””.
E quindi: un inizio, che Martin Heidegger dirà “l’inizio di ogni inizio che è” e che Parmenide definisce una “via”, così che, in definitiva, “allora di via resta soltanto una parola che è”.
Ma, andiamo con ordine; e quindi, come nel caso della lettera a, pur essendoci attinenza di significato, dal significato nominale del prefisso al significato verbale del prefisso medesimo, le cose cambiano e quindi mutano di significato. Dipende, generalmente ed essenzialmente, dalla funzione – statica o dinamica – del termine o figura in uso.
Ciò premesso, la disamina della parola an.ima deve allora tenere conto innanzitutto anche del significato della lettera n. Ad esso, Rendich dedica gli interi secondo e terzo capitolo del saggio, concludendo che la consonante n rinvia innanzitutto all’“acqua”, e in particolare la radice an “dà il via (a) all’azione delle Acque cosmiche (n) con il senso di “inalare vita”, “respirare””. E tuttavia è qui opportuna più di una “delucidazione” (nel senso del termine in uso allo stesso Heidegger). Infatti, posto che n identifica le Acque cosmiche, occorre precisare che, come ben sintetizza Rendich, “l’idea centrale della nostra cultura filosofico-religiosa è (esattamente) che la creazione abbia avuto origine nelle Acque cosmiche”.
In Occidente, è forse più nota la narrazione dell’“inizio” del Genesi biblico: In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque; meno nota, invece, l’idea della creazione dei versi del Rg-Veda, che fanno derivare il giorno di 24 ore da due fasi di rotazione delle acque, luminose di “giorno” e scure di “notte”. E quindi non è affatto un caso che, tra i fisici e i filosofi greci, Talete e Aristotele abbiano detto che principio (archè) di tutte le cose è l’acqua e Parmenide abbia poi sintetizzato che “tutto è pieno ugualmente di luce e notte invisibile, entrambe alla pari”.
Ma: se per la vocale a abbiamo fatto riferimento ad un significato diverso tra nominale e verbale, la consonante n – riferita nella sua interezza alla Acque cosmiche – indica in sé e per sé una duplicità di forma, come dire un’unità in sé e per sé (Acqua) che assume due forme diverse (luminosa e scura). Nello sviluppo del discorso razionale o Logos ciò comporta che la lettera n faccia riferimento sia alla visibilità delle acque luminose sia alla non visibilità delle acque scure, e che l’origine di ogni cosa derivi piuttosto dalle acque notturne; così come, secondo l’insegnamento religioso, l’essere dal non-essere; e da na derivi anche l’avverbio di negazione “no”, “non” e quindi il significato nominale, privativo, del prefisso a di cui abbiamo detto. Significato che, nel passaggio all’essere, assume la valenza di “inalare vita”, “respirare”. Così che, in definitiva, il prefisso an assume il significato nominale di “respiro” e verbale di “respirare”.
Quanto alla causa generativa dell’an, Dio o Natura sono soltanto “ipotesi” che, tuttavia, a rigore di logica, non dovrebbero fare alcuna differenza. E invece, comunemente, si dice che non sia così. Ma, è comunque da qui, da l’inizio di ogni inizio che è, che origina la diversità di traduzione e di interpretazione; che, viceversa, nell’ambito dello sviluppo logico del discorso, se co-er-ente, è solo il frutto avvelenato di un evidente mal(e)-inteso.
E allora proseguiamo con la nostra ricerca. Dal prefisso sanscrito an – “avvio (a) del Soffio Vitale delle Acque (n)”, “afflato divino delle Acque”, “respirare” – ai termini latini anima “soffio vitale”, “principio femminile” animus “principio pensante”, “anima”, “cuore”, animo, -are “animare”, resta ora da indagare il suffisso im/a/us/o, are.
Essenzialmente, il suffisso si compone di una vocale, i, e di una consonante m, seguite dalla forma di declinazione del nome o forma di coniugazione del verbo. Per quanto riguarda la i, Rendich scrive che, assunto il compito di “formare (la) nuova lingua, più facile da ricordare e, all’occorrenza, da ricostruire, un sacerdote-astronomo, famoso veggente, si mise all’opera e per prima cosa scelse la vocale i per indicare il moto “continuo”, azione tipica del verbo “andare” (i, eti)”. Così che – oltrepassata la forma ambivalente, visibile e invisibile (a-n), del respiro e del respirare (an) – il medesimo nome e il medesimo verbo si configurano come il respiro e il respirare dell’inizio (i) e, dicevamo, alla maniera heideggeriana, esattamente l’inizio di ogni inizio che è.
E ancora: come alla vocale a segua la consonante n, nel processo di formazione di ciò che possiamo definire un’unità linguistica minima formata da suono e immagine, alla vocale i segue la consonante m. Detto del significato di i, il significato di m attiene invece a “tutto ciò che esiste al mondo (e) ha un limite e una misura”. Pertanto, giunti a questo punto della disamina del termine (an-i-m/a,us,o-are), emerge qui e ora il collegamento originale sia nominale che verbale tra il respiro e il respirare dell’inizio e il limite/misura relativo/a o connesso/a (secondo una forma aggettivale nell’attualità maggiormente in uso).
E quindi l’an.ima, di cui qui diciamo, è caratterizzata originalmente da un respiro e un respirare limitato o misurato, ciò che (τὸ χρεὼν) comunemente, e cioè usualmente, esprimiamo con il termine “vita” (animale). E pertanto, in definitiva, il termine an.ima inizialmente e originalmente aveva il significato ambivalente – nel senso che abbiamo precisato – di vita, quale che sia. E di cui, in modo valido ed efficace, è detto da Parmenide: allora di via resta soltanto una parola che è.
Ma: come giustificare l’espressione secondo cui l’anima è immortale?
1- continua





