
di Paolo Zanotto
Nel cuore delle foreste moldave, circondato da quella selva a tratti impenetrabile dove la civiltà si fa rarefatta e il mondo s’assottiglia fino a diventare soglia, si erge il monastero di Sihăstria, luogo santo e gelosamente celato che custodisce, come un tempio intatto, i misteri dell’anima ortodossa. Qui, il 5 agosto del 1986, un ridotto drappello di pellegrini – i padri Ioanichie Bălan, Tomáš Špidlík, Elia Citterio e Adalberto Piovano – giunge come Mosè dinanzi al roveto ardente, per incontrare non tanto la sapienza degli uomini, quanto la viva Parola dello Spirito che, ancora, parla attraverso bocche purificate dal silenzio e dal fuoco dell’ascesi. Al centro di questa teofania, due figure sante: Paisie Olaru e Cleopa Ilie, starec dell’Ortodossia romena, padri spirituali del popolo e veggenti del cuore umano.
Padre Bălan, egli stesso figlio spirituale di Sihăstria, è l’anello fra la generazione dei santi e il mondo moderno che arranca nel deserto del disincanto. Con coscienza vigile e ardente carità, egli ha raccolto in scritti essenziali – alla maniera degli “apoftegmi” dei Padri del deserto (Apophtegmata Patrum) – gli insegnamenti di questi monaci che, nella loro semplicità adamantina, testimoniano l’eternità di una tradizione che discende, non per sangue ma per Spirito, da Antonio il Grande e da Evagrio Pontico. La Romania dei monti Carpazi si rivela così quale nuova Tebaide, in cui la Philokalía (Φιλοκαλία) germoglia ancora come un fiore intatto fra le rovine del mondo.
Cleopa Ilie, già pastore di greggi e poi, per divina elezione, pastore d’anime, incarna una spiritualità tanto vigorosa quanto radicata nella realtà. Uomo della Parola, ma più ancora della Presenza, egli ha saputo coniugare il rigore della dottrina con l’umiltà del contadino, la forza profetica con la dolcezza paterna. I suoi detti, come quelli degli antichi anacoreti, non sono discorsi retorici ricolmi di concetti astratti, bensì lampi luminosi che squarciano le tenebre interiori. Egli si rivolge tanto all’intellettuale quanto all’incolto, conscio che il cuore umano, nella sua nudità, è uguale in ogni epoca e condizione.
Nel dialogo silenzioso con padre Olaru, i pellegrini scoprono un altro aspetto dell’anima monastica romena: la tenerezza dell’accompagnamento, la sapienza della compassione, la dolce fermezza di chi, avendo vinto se stesso, può ora sostenere le lotte altrui. Padre Paisie, come un moderno Macario, accoglie, ascolta, consola. Il suo carisma spirituale non consiste tanto nella parola pronunciata, quanto nella sua presenza trasfigurata: egli è theóphoros, “portatore di Dio”, poiché Dio ha trovato in lui una dimora.
Questi monaci non offrono nuove tecniche di realizzazione interiore, ma trasmettono una cura dell’anima che precede ogni psicoterapia. In loro, il male non è mero trauma da elaborare, ma realtà concreta, presenza demoniaca da affrontare con le armi della preghiera, del digiuno, del pianto. A differenza della psicologia contemporanea – che cerca spiegazioni retrospettive – i padri esicasti affrontano il male nel presente, come chiamata ad una vigilanza costante, a una lotta che si gioca ora, in ogni istante. «Siate sobri, vegliate; il vostro avversario, il diavolo, si aggira come un leone ruggente, cercando chi possa divorare», ammoniva il Nuovo Testamento (1Pietro, 5, 8-9); i monaci ortodossi non hanno dimenticato tale verità.
Cuore della loro via è la hēsychía (ἡσυχία): parola di fatto intraducibile nella sua ricchezza semantica. Essa non è soltanto “silenzio”, ma “pacificazione”, “raccoglimento”, “quiete interiore”, “calma ontologica” dell’essere che si depone in Dio. La “preghiera monologica”, quella del Nome – «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore» – è il respiro stesso dell’anima che, abitando la propria solitudine, incontra l’Altro. Non v’è esichia senza solitudine, ma una solitudine che non isola, bensì unifica: fa dell’uomo un’icona viva, uno spazio sacro in cui la creazione intera trova voce e lode.
In tal senso, il pellegrinaggio del padre Špidlík e compagni non è semplice viaggio fisico, ma anabasi, ascesa interiore, via purgativa e illuminativa insieme. Essi incontrano uomini abitati da Dio, perché svuotati da sé: uomini le cui parole, come quelle dei Padri del deserto, non derivano dallo studio ma dall’esperienza; non da una teologia accademica, ma da una mistica vissuta nella carne e nel silenzio. Cosicché, il monachesimo romeno si fa voce della Tradizione viva, la quale non è mai mera conservazione, ma piuttosto attualizzazione dello Spirito nell’oggi.
È questa la vera cattolicità: non già una uniformità imposta, bensì una sinfonia di voci concordi, in cui la Romania ortodossa, con il suo patrimonio di starec, di santi pastori e di solitari profeti, contribuisce a quella plenitudo Ecclesiae che unisce Oriente e Occidente in una comune sete di salvezza.
In un mondo in cui la solitudine è sovente patologia e il silenzio è temuto come vuoto, il messaggio di questi monaci suona profetico. Essi c’insegnano che solo attraversando la solitudine si può giungere alla comunione; che solo il silenzio permette alla Parola di sorgere; che solo l’umiltà dischiude lo spazio alla Presenza. La loro testimonianza è, oggi più che mai, una terapia dell’anima, una psicoterapia teologale in cui l’uomo si riconosce come pellegrino, povero e mendico di senso, chiamato a lasciarsi abitare da Colui che, solo, può guarire.
Là dove l’uomo tace, si ode l’Altissimo. Là dove l’uomo si svuota, si fa spazio alla pienezza dello Spirito. Colui che si è fatto silenzio, sentirà la voce che da sempre parla in lui: la voce dello Spirito, che nel cuore quieto dell’uomo compie ancora il miracolo della Trasfigurazione. E in questa via di spoliazione, l’uomo che si riconosce “polvere e cenere” diviene perciò degno recipiente della santità. L’umiltà genera la théosis, la trasformazione in Dio: è nel vuoto e nell’umiltà che si fa spazio alla “luce taborica”. Solo il cuore che si è fatto silenzio, infatti, è in grado di accogliere il Mistero.





