Dal “Campo Largo” al “Campeggio Antagonista” – Il no alle grandi opere e il sì alla chiusura di Taranto – Grillo: “Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni”
Dopo lo strappo di Elly Shlein, che ha messo in chiaro che il PD sta con Kiev sempre e comunque e che il Superbonus è stato un provvedimento sbagliato, Giuseppe Conte, il leader del Movimento Cinque Stelle che ha democristianizzato il grillismo, deve ora fare i conti da un lato con Beppe Grillo, da un altro con i suoi che stanno trasformando il Campo Largo in un Campeggio Antagonista e, dulcis in fundo, con i duri e puri che mandano a quel Paese Matteo Renzi e il PD.
Una frittata rivoltata a Cinque Stelle
In Piemonte, di fronte alle scene accertate di violenza e al fatto che dietro il terrorismo dei Black Bloc ci sono anarchici e centri sociali come Askatasuna, il Movimento Cinque Stelle nel Consiglio regionale piemontese ha spostato il mirino, accusando la maggioranza di centrodestra in Regione e chiedendo le dimissioni del ministro Piantedosi, reo di non essere stato in grado di prevenire gli scontri.

Con un’abilità da giocolieri, i consiglieri pentastellati Sarah Disabato (capogruppo), Alberto Unia e Pasquale Coluccio hanno rivoltato la frittata, dicendosi d’accordo sulla condanna delle violenze avvenute, ma attribuendole al Governo che non sarebbe stato in grado di prevenire e gestire gli scontri.
La Destra, hanno detto i pentastellati, si è svegliata dal torpore proponendo di discutere di TAV in un consiglio regionale aperto, ribadendo che il M5S è da sempre contrario alla TAV, definita opera dispendiosa e inutile, che da trent’anni devasta un territorio sprecando miliardi.
Il fatto è che il «blocco nero» è nelle mani di Askatasuna e che il centro sociale, negli anni, è diventato il regista di tutti gli assalti, tanto a Torino quanto in Val di Susa.
Le tecniche, tra i cantieri del TAV o in pieno centro cittadino, sono le stesse: travisamento, nastri per coprire i tatuaggi identificativi, linee di cortei che si spezzano a comando, nomi in codice, pietre, bombe carta, fumogeni.
Un altro indizio del collegamento tra «Askatasuna» e la guerriglia di qualche giorno fa arriva dai canali Telegram. Autonomia 47, il gruppo in cui è stata prima organizzata e poi esaltata la manifestazione di Torino dello scorso 31 gennaio (quella delle martellate ai poliziotti), ha pubblicizzato la «Carovana No TAV» a partire dal 21 luglio scorso.
«C’eravamo, ci siamo e ci saremo», hanno detto in conferenza stampa i leader No TAV.
Il legame tra quanto avviene nella Valle e quello che succede a Torino non viene neppure mascherato.
In Consiglio comunale del capoluogo piemontese, il Movimento 5 Stelle si è presentato con la bandiera No TAV. Valentina Sganga, consigliere comunale del M5S ha attaccato frontalmente il PD. “Sono No TAV da sempre – ha detto la Sganga – non per convenienza o per ideologia, ma perché credo che la politica debba distinguere ciò che serve davvero al Paese da ciò che assorbe migliaia di euro senza rispondere alle vere esigenze degli italiani. La domanda è semplice: vogliamo continuare a investire nelle grandi opere o nella sanità, nella scuola, nel lavoro, nel trasporto pubblico e nella tutela del territorio? Ogni violenza va condannata senza esitazione, questo è ovvio. Ma se dopo trent’anni il dissenso è diventato un conflitto così profondo, la politica dovrebbe avere il coraggio di interrogarsi anche sulle proprie responsabilità. Colpisce il silenzio del Partito democratico”.
Il no alle grandi opere è pura logica regressiva
Come si può ben capire, mettere in alternativa le grandi opere con il welfare è pura miopia e risponde ad una logica regressiva. Nessun Paese può garantire il proprio sviluppo senza grandi infrastrutture.
Che il M5S sia contro il Paese lo dimostra, ad esempio, anche il plauso alla chiusura dell’impianto siderurgico di Taranto, una vera e propria follia che priva l’Italia dell’autonomia relativa all’acciaio primario ed è il frutto di una logica regressiva.
Con la recente sentenza della Corte d’Appello di Milano (luglio 2026) che ordina la sospensione dell’attività nell’area a caldo entro 90 giorni (di fatto una chiusura parziale), il M5S ha accolto positivamente il provvedimento come “vittoria dei cittadini” e “certificazione del fallimento del governo Meloni”.
Mario Turco (senatore tarantino e vicepresidente M5S) ha dichiarato che “le sentenze si rispettano” e ha attaccato duramente l’esecutivo: la strategia del governo è fallita “ben prima della sentenza”, nonostante miliardi di soldi pubblici spesi.
Il M5S è da sempre tra i più favorevoli alla chiusura dell’area a caldo (o a una drastica riconversione green) e oggi usa la sentenza per attaccare il centrodestra al potere, ribadendo che salute e futuro sostenibile della città vengono prima della produzione siderurgica tradizionale.
Il collegamento evidente tra No TAV ed eversione

Che ci sia un collegamento ormai evidente tra le proteste No TAV e una risorgente strategia della tensione anti Stato lo dimostra il fatto che sono oltre 200 gli anarchici e gli attivisti dei centri sociali della Capitale identificati prima, durante e dopo il festival dell’Alta Felicità e gli attacchi ai cantieri di San Didero e Chiomonte.
La Digos di Torino sta passando al setaccio ore di filmati per ricostruire appartenenze e responsabilità. La presenza romana, divisa tra area anarchica e autonoma, segnerebbe il riavvicinamento con Askatasuna dopo le tensioni dei mesi scorsi. Nel cantiere è comparsa anche la scritta: “Fakir è vendicato”.
Fin dagli anni ’90 gruppi violenti si sono uniti alle proteste dei No TAV. Un caso emblematico è quello del 1998 che ha visto l’arresto di tre anarchici: Maria Soledad Rosas (“Sole”, argentina), Edoardo Massari (“Baleno”) e Silvano Pelissero, accusati di atti intimidatori e attentati. I primi due si suicidarono in carcere, diventando icone per l’ambiente anarchico.
L’Area antagonista include centri sociali, collettivi autonomi, black bloc e frange della sinistra radicale. Questi gruppi partecipano alle manifestazioni No TAV, radicalizzandole con scontri, blocchi, assalti ai cantieri e uso di oggetti contundenti o esplosivi.
Il movimento principale prende le distanze dalle violenze, definendole come strumentalizzazioni o azioni di minoranze, ma in pratica le frange radicali usano il No TAV come terreno di lotta (ambientalismo radicale, opposizione alle grandi opere, “resistenza” al potere).
No a Renzi, “fa perdere voti”
Chiara Appendino e diversi esponenti M5S si oppongono fermamente a un’alleanza o accordo con Matteo Renzi (Italia Viva) nel “Campo Largo” regressista.
Chiara Appendino, ex sindaco sindaco di Torino e deputata M5S è tra le più dure e vocali su questo tema. Nelle sue dichiarazioni recenti ha definito Renzi inaffidabile, paragonandolo a Loki degli Avengers: “Non riesce a non tradire, è più forte di lui. Le sue promesse sono carta straccia”.

La Appendino accusa Renzi di aver fatto cadere il governo Conte II e di avere “il tradimento nel sangue”. Sul piano elettorale Renzi, dice la Appendino, “non è un valore aggiunto, ci fa perdere voti” e afferma di sentire spesso nei territori che gli elettori M5S starebbero a casa se Renzi entrasse nella coalizione.
Conclusione della Appendino: “Preferisco lasciare a casa Renzi che i nostri elettori”. La Appendino non è sola. Alessandra Maiorino (senatrice e capogruppo) di Renzi dice: “È un dato oggettivo che sia inaffidabile”.
Queste posizioni riflettono una linea diffusa nel M5S (soprattutto nell’area contiana), che vede Renzi come elemento divisivo e dannoso per i consensi grillini, in vista di possibili elezioni o alleanze per le Politiche 2027.
Infine, a completare lo spezzatino, è arrivato Grillo
Beppe Grillo ha lanciato un duro attacco contro Giuseppe Conte e l’attuale Movimento 5 Stelle, rivendicandone sostanzialmente l’identità originaria.
In un lungo post sul suo blog e sui social (titolo: “Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni”), il fondatore del M5S scrive che il Movimento ha perso la sua identità e soprattutto la sua “diversità”.
Secondo Grillo il M5S era nato per cambiare la politica, ma “la politica ha cambiato loro”; doveva ascoltare i cittadini e occuparsi del futuro, ma ora ascolta i sondaggi e pensa alle poltrone. I rivoluzionari sono diventati “vecchi” e hanno scoperto i palazzi.
Le idee originarie (reddito di cittadinanza, limite ai mandati, democrazia diretta, transizione ecologica, restituzioni) sono diventate slogan vuoti. Le grandi domande della società (lavoro e IA, sorveglianza digitale, immigrazione, salute, democrazia) restano senza risposte, mentre il M5S si occupa di sé stesso.
Grillo sottolinea che il sentimento popolare di delusione verso il sistema esiste ancora, ma chi doveva rappresentarlo ha smesso di ascoltarlo.
Conte ha risposto in modo lapidario: “Con tutte le nostre battaglie che stiamo facendo, spesso contro tutti? Lui [Grillo] aveva detto che Draghi è un grillino, fate un po’ voi”.
In sintesi, se lo spezzatino a Cinque Stelle è questo, il “Campo Largo” è definitivamente suddiviso in un “Campeggio antagonista”, in un “Campo santo” e in uno strumento eccezionale di propaganda per il centrodestra.
Se ha ragione Grillo, la democristianizzazione del Movimento da parte di Giuseppe Conte ha prodotto un indigeribile pastrocchio regressivo.





