Il rispetto per l’essere umano e per la sua dignità
Per l’ennesima volta si ratifica che il suprematismo classista e razzista contraddistingue entrambi i lati della barricata.
Ma procediamo per ordine.
Se, per remigrazione, si intende il rimpatrio di chi non ha il permesso di soggiorno allora si intende l’ottemperanza di una legge dello Stato la cui difficilissima attuabilità deriva, oltre che dalla resistenza delle nazioni di origine e dai costi economici delle operazioni, dalla maggiore cogenza di ordinamenti giuridici transnazionali e superiori rispetto a quelli dello Stato.
Ma tra “remigrazione” e “rimpatrio” c’è uno stacco semantico artatamente ingegnerizzato, in virtù del quale le immagini e i concetti connessi col primo lemma coprono uno spettro infinitamente più ampio, aspecifico e, via via, più irrazionale, ideologico e identitario rispetto a quelli del secondo.
In questa configurazione, con la parola “remigrazione” si deve intendere la volontà affrontare il problema forse più grande della contemporaneità in termini non politici, non economici, non giuridici, non socio-antropologici ma, sostanzialmente, etno-razziali.
Un eguale rifiuto del politico caratterizza la parte opposta: la società va bene così com’è, con la manodopera schiavile annessa.
Perché non c’è alternativa, la realtà ci sta bene e non va cambiata, le merci devono essere libere di circolare senza alcuna limitazione e le persone sono merce.
Ergo, la questione va affrontata in termini umanitari, assistenziali e culturali – se il popolino infame la smettesse di essere razzista vivremmo già dentro Imagine di John Lennon.
Esiste una terza posizione, che considera i confini come una cosa bellissima perché è solo all’interno di essi che si sprigiona la sovranità popolare attestata in una Costituzione che sancisce che le persone non sono merce e il lavoro non è una merce e non può costare un euro all’ora.
Esiste, ma è stata eliminata dal perimetro cognitivo della gente.





