Peskov: gli occidentali sono in guerra con la Russia – Mojtaba minaccia di morte i leader occidentali – Gli europei pagano Kiev e chiudono le fabbriche – Leader miopi e incapaci
Il revolver Gümüşay 357 Magnum che Erdoğan ha regalato ai suoi alleati della Nato è un’arma a sei colpi, sviluppata originariamente negli anni 1990 da un produttore di Gümüşhane nel frattempo chiuso, con le scorte rimaste poi confluite nell’inventario del produttore statale di armi MKE.

Con l’Iran non avete sparato, con l’Ucraina non sparate e pagate. Forse è meglio che vi spariate. Non è forse questo il messaggio del Sultano ai leader Nato, soprattutto a quelli europei?
Sparatevi, perché non avete testa, memoria, strategia, consenso, risorse sufficienti, tecnologia autonoma.
In questi giorni molti osservatori si chiedono: quanto resisterà la Russia sotto i colpi degli ucraini che attaccano le raffinerie e quanto resisterà l’Ucraina senza soldi e a corto di uomini?
Nessuno si chiede quanto resisteranno i Paesi europei.
Facciamo due conti con la realtà.
L’Ucraina sta attaccando in profondità la Russia creando danni tendenti a demolire la leadership di Putin con i soldi europei e la tecnologia e l’intelligence USA.
Senza Palantir a stabilire obiettivi e rotte, Starlink a garantire i collegamenti satellitari e Anthropic a fornire l’intelligenza artificiale, l’Ucraina non andrebbe da alcuna parte. Di fatto è nella totale dipendenza USA.
Trump ha dato il suo assenso alla costruzione dei Patriot in Ucraina, cosa che gli ucraini non sanno fare e che potrebbero imparare a fare nell’arco di uno o tre anni, ma sempre con il supporto USA per la costruzione e per l’impiego.
L’Ucraina è uno Stato che non sta in piedi senza gli aiuti europei (quelli USA non ci sono più) anche per pagare stipendi e pensioni; è un’economia di guerra dipendente dall’estero, con problemi strutturali preesistenti (corruzione, emigrazione, demografia negativa) aggravati dal conflitto.
Il suo bilancio è insostenibile senza aiuti continui e funziona grazie al sostegno occidentale, ma accumula debito e distorce l’economia.
Secondo il sito ufficiale del Consiglio dell’UE, dall’inizio dell’invasione russa (febbraio 2022) l’Unione Europea e i 27 Stati membri hanno fornito complessivamente 215,2 miliardi di euro in sostegno a Kiev e alla popolazione ucraina.
Questa cifra include: 110,4 miliardi in sostegno finanziario, economico e umanitario (detto in altri termini, pagare gli stipendi); 77 miliardi in sostegno militare; 17 miliardi per l’accoglienza dei rifugiati in UE; 7,1 miliardi nell’ambito di prestiti specifici; 3,8 miliardi da proventi di beni russi immobilizzati.
L’incidenza degli aiuti sul Pil aggregato degli Stati europei, in base ad un rapporto recente è stimato complessivamente (aiuti più costi rifugiati) intorno allo 0,6 – 0,7% del PIL su base annua.
L’impatto macroeconomico aggregato sull’Europa è per ora gestibile, anche se politicamente e finanziariamente rilevante per i bilanci nazionali e il bilancio UE.
Il problema è che ora, con l’obiettivo del 5% del Pil di ogni Stato membro per la Nato e con il fatto che le armi che gli europei non hanno le comprano dagli Usa, gli Stati europei vedranno impennarsi il loro impegno a favore dell’Ucraina.
Accade così che, mentre in Germania la Volkswagen licenzia 120 mila persone, l’industria delle armi degli Stati Uniti ha creato 196 mila posti di lavoro.
Se passiamo a considerare l’attuale situazione delle forze armate europee, queste sono in buona sostanza pari al nulla e un riarmo, ammesso che parta e che abbia i soldi per partire, potrebbe dare risultati entro dieci anni.
Facciamo due conti.
Il principale progetto di finanziamento per il riarmo europeo è lo strumento SAFE (Security Action for Europe), pilastro centrale del piano ReArm Europe / Readiness 2030.
SAFE prevede un importo fino a 150 miliardi di euro in prestiti concessi agli Stati membri. La Commissione Europea raccoglie i fondi sui mercati finanziari (grazie al rating elevato dell’UE) e li presta agli Stati a condizioni vantaggiose (tassi bassi, scadenze lunghe fino a 45 anni). L’obiettivo è finanziare investimenti urgenti nella difesa, con enfasi su appalti comuni (almeno due Stati membri) per migliorare interoperabilità, economie di scala e rafforzare l’industria della difesa europea.
Safe opera nel contesto più di ReArm Europe / Readiness 2030, il piano complessivo che mira a sbloccare oltre 800 miliardi di euro totali per la difesa europea.
Ovviamente l’impatto sul welfare è chiaro come il sole: più soldi alle armi e meno soldi ai cittadini, ai loro bisogni.
Ammesso e non concesso che i nani politici e militari europei possano davvero tentare di rendersi autonomi (davvero autonomi) militarmente (il che vuol dire tecnologicamente), siamo proprio sicuri che gli Stati uniti d’America lo permetteranno, così da avere un competitor in più? Siamo così sicuri che gli Usa siano alleati, così come li abbiamo pensati, ossia un permanente Piano Marshall che ha fatto cresce un’Unione Europea gestita da Berlino? Siamo sicuri che gli Usa amino l’idea di una nuova Grande Germania travestita da Europa? Un V Reich? Meglio scordarselo.
E la Russia?
Recentemente il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha dichiarato esplicitamente: “È una guerra, è una vera guerra”. Questa affermazione segna un’evoluzione semantica sostanziale rispetto all’inizio del conflitto con l’Ucraina, quando Mosca imponeva il termine “operazione militare speciale” (punendo legalmente chi usava la parola guerra). Secondo Peskov, il conflitto si è trasformato da operazione speciale a guerra vera e propria a causa del crescente coinvolgimento delle potenze occidentali (tra cui Berlino, Parigi, Oslo e Washington) che sostengono Kiev. Peskov ha ribadito che per la Russia è diventato un conflitto a tutti gli effetti poiché i Paesi occidentali aiutano l’Ucraina a colpire i territori russi fornendo infrastrutture, satelliti e armi.
Questo significa che Mosca pensa, come dice qualche esaltato isterico, soprattutto baltico, di invadere l’Europa? No. Il messaggio è chiaro, per chi lo vuol capire, perché le parole sono pietre e hanno un loro senso preciso. I Paesi occidentali aiutano l’Ucraina a colpire i territori e le infrastrutture russi fornendo infrastrutture, satelliti e armi, ha detto Peskov, facendo capire che la Russia potrebbe fare altrettanto.
Immaginiamo attacchi missilistici? No. In una guerra ibrida non è necessario usare le armi da fuoco.
L’Europa ha infrastrutture complesse e fragilissime. Pensiamo, come ci ha ben spiegato la nostra Elena Tempestini, ai cavi sottomarini.
Le infrastrutture strategiche europee più esposte al rischio di guerra ibrida includono principalmente quelle energetiche, di trasporto marittimo e digitale, reti di comunicazione sottomarine, sistemi di trasporto e settori digitali-finanziari.
La guerra ibrida combina cyberattacchi, sabotaggi fisici, disinformazione, interferenze politiche ed economiche per destabilizzare senza arrivare a un conflitto aperto e, soprattutto, rende difficilmente identificabile l’autore degli interventi.
Gasdotti, oleodotti, terminali LNG, parchi eolici offshore, reti elettriche e centrali sono evidentemente a rischio. Esempi storici includono i sabotaggi ucraini ai Nord Stream (2022). Gli attacchi ibridi mirano a causare blackout, interruzioni di forniture o pressioni economiche (come ricatti energetici).
I cavi sottomarini (comunicazione e energia) trasportano il 95% circa del traffico dati globale. Il Mar Baltico è un hotspot: dal 2024-2025 si sono registrati numerosi danneggiamenti (almeno 10-11 incidenti), spesso attribuiti ad attività russe o cinesi con navi ombra o research vessel. Incidenti simili coinvolgono cavi tra Finlandia-Germania, Lituania-Svezia, ecc.
Porti strategici, canali (Suez, Bab el-Mandeb) e catene logistiche subiscono attività come quelle degli Houthi o proxy influenzati anche da Russia e Cina. Attività che possono bloccare rotte commerciali, con impatti su energia e merci. Anche droni e incursioni nello spazio aereo rientrano in questo ambito.
Vogliamo considerare le infrastrutture digitali e cyber: data center, reti 5G/6G, sistemi di controllo industriale (OT/IT)? Cyberattacchi quotidiani colpiscono sanità, trasporti, energia e finanza.
Altri settori critici sono l’acqua potabile, la sanità, lo spazio (satelliti) e catene di fornitura di materie prime critiche (dipendenza extra-UE alta).
Vogliamo passare al tema delle materie prime?
La dipendenza degli Stati europei dalle materie prime strategiche (o critiche) è un tema centrale per la transizione tecnologica, digitale, verde e per la difesa. L’UE importa la stragrande maggioranza di questi materiali, con una forte concentrazione su pochi fornitori extraeuropei, in primis la Cina. Questo crea vulnerabilità geopolitiche, rischi di interruzione delle forniture e potenziali leve di pressione economica.
Dalla Russia molti flussi verso l’Europa continuano, nonostante le inutili sanzioni ed è uno dei principali fornitori di nickel (fino al 20-30% di alcune tipologie per l’UE). La Russia produce circa 40% del palladio mondiale, essenziale per convertitori catalitici, idrogeno, elettronica e applicazioni di difesa e l’Europa assorbe oltre la metà delle esportazioni russe.
La Russia è un grande produttore di alluminio e titanio, critico per aerospazio, difesa (aerei, missili) e applicazioni high-tech. L’Europa ha inoltre importato rame, ferro e acciaio. Non mancano tungsteno, vanadio, scandio e alcuni minerali critici.
Ci sono poi i fertilizzanti (potassio, azoto), importanti per l’agricoltura europea (circa 2 miliardi di dollari).
In sintesi, mentre l’energia fossile è stata fortemente ridotta, i metalli critici (nickel, palladio, titanio, alluminio) rappresentano ancora un legame rilevante per industria, tecnologia e difesa europea.
Fare due conti è sempre meglio che fare propaganda, pensando che il riarmo sia l’asse vincente da mettere sul tavolo per chiudere la partita con la Russia, con la quale fra l’altro, è necessario fare i conti in Africa e in Medio Oriente.
Europei nani anche in Medio Oriente
Pistole per spararsi i leader europei le hanno ricevute anche per la vicenda iraniana. Continuare ad insistere sulle trattative li ha portati alla triste constatazione che con una banda di assassini non c’è alcuna possibilità di trattare. Mentre una parte dei dirigenti iraniani tenta di mettere nero su bianco una possibile pace, i Pasadaran e la loro Guida Suprema minacciano di morte i leader occidentali.
“La vendetta – ha detto la Guida Suprema Mojtaba Khamenei in un messaggio scritto – è un desiderio della nostra nazione e deve certamente essere compiuta. Promettiamo – ha proseguito – di vendicare il tuo sangue puro e il sangue di tutti i martiri di queste due guerre per mano di questi criminali e disonorevoli assassini”.
La guida suprema iraniana non ha fatto espressamente nomi, ma nella lista nera dei presunti responsabili dell’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei ci sono Donald Trump e Benjamin Netanyahu, ma anche la premier Giorgia Meloni, il presidente francese Emmanuel Macron, il primo ministro britannico Keir Starmer e il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Nell’elenco dei cattivi pubblicati dal quotidiano iraniano Hamshari, tutti e 13 i presunti colpevoli della morte dell’ex ayatollah sono in uniforme arancione da carcerati.

L’Iran avrebbe inoltre un piano per assassinare Donald Trump. Israele ha messo in guardia gli Stati Uniti e condiviso informazioni di intelligence con gli 007 americani su un nuovo complotto. E se tra i servizi Usa serpeggia un certo scetticismo, il presidente americano sembra crederci: “Se dovesse accadere ho lasciato istruzioni: bombardarli con una potenza mai vista”, ha minacciato, affermando di essere nel mirino di Teheran da anni. L’avvertimento israeliano piomba sulla fragile tregua fra Teheran e Washington, impegnate da giorni in un braccio di ferro fatto di attacchi incrociati e che sta mettendo a dura prova il memorandum of understanding siglato tra i due Paesi.
Dopo giornate ad alta tensione, i raid sul Golfo e vicino allo Stretto di Hormuz sono rallentati e i mediatori del Qatar, in coordinamento con gli Stati Uniti, sono volati a Teheran per cercare di salvare l’accordo raggiunto, evitare una ripresa delle ostilità e spianare la strada alle trattative fra le parti.
L’Iran “ci ha chiesto di proseguire i colloqui. Abbiamo accettato di farlo, ma gli Stati Uniti hanno chiarito, senza mezzi termini, che il cessate il fuoco è terminato”, ha tuonato Trump sul social Truth, di fatto lasciandosi le mani libere per ulteriori azioni militari contro Teheran.
E Israele?
Israele è entrato in piena campagna elettorale. Il presidente della commissione parlamentare della Knesset, il deputato del Likud Ofir Katz, ha annunciato che le elezioni si terranno il 27 ottobre, data stabilita dalla legge, poiché l’attuale Knesset concluderà il suo mandato quadriennale questa settimana, il 17 luglio.
Il rapporto tra Israele e gli Usa è stretto e militarmente decisamente impegnativo per Washington, come dimostra il NDAA 2027 (National Defense Authorization Act for Fiscal Year 2027) che prevede un rafforzamento significativo dell’integrazione tecnologica e militare tra USA e Israele, principalmente attraverso l’“United States-Israel Defense Technology Cooperation Initiative”.
Questa iniziativa è stata inserita nella versione della House (inizialmente come Section 224, poi rinumerata come Section 219) e compare in forma simile nella versione Senate (come Section 1217).
Al momento il NDAA è in fase avanzata di discussione, ma non ancora legge definitiva. Se dovesse essere definitivamente approvato il NDAA 2027 darebbe luogo alla nomina, da parte del Segretario alla Difesa, di un Executive Agent (EA), con il compito di sincronizzare, espandere e accelerare la cooperazione bilaterale in ricerca, sviluppo, testing, valutazione, integrazione tecnologica e cooperazione industriale tra i due paesi. Gli ambiti di intervento sarebbero: Intelligenza Artificiale (AI), sistemi autonomi, quantum computing/machine learning, directed energy, advanced sensing, cyber difesa, electronic warfare, biotechnology, biomanufacturing e medical defence. Inoltre sono previste sincronizzazioni per quanto riguarda la difesa missilistica e contro-drone, il network integration e data fusion (condivisione e fusione di dati e reti tra forze armate USA e IDF), la co-produzione, joint ventures, licensing e integrazione di tecnologie israeliane nelle catene di fornitura USA (supply chain).
Gli obiettivi sono quelli di identificare le tecnologie israeliane o sviluppate congiuntamente per integrarle rapidamente nei sistemi e programmi USA (“programs of record”), facilitare il passaggio da R&D (Research and Development, Ricerca e Sviluppo) a procurement (acquisto) effettivo, rafforzare la base industriale della difesa integrando aziende e produzione israeliane sul suolo USA (con potenziali impatti occupazionali).
In sintesi, la sezione chiave del NDAA 2027, che suscita anche molte perplessità, per non dire contrarietà negli Usa, non si limita agli aiuti tradizionali, ma punta a una integrazione strutturale più profonda tra le basi industriali e tecnologiche della difesa dei due paesi, con enfasi su tecnologie del futuro (AI, cyber, autonomi, biotech).
In questo quadro, probabilmente, va visto anche lo sdoganamento della vendita degli F35 alla Turchia, probabilmente in una versione depotenziata rispetto a quella israeliana.
Come si può ben capire il Medio Oriente diventa sempre più un elemento fondamentale per gli equilibri del Mediterraneo (e conseguentemente europei).
In Libia si gioca una partita che vede la Turchia e l’Italia interessate a rimettere ordine nel Paese disastrato dall’uccisione da parte anglo francese di Gheddafi e in Libia si devono fare i conti con la Russia, ben sistemata in Cirenaica.
Israele ha riconosciuto il Somaliland, Paese che ha aperto la sua ambasciata a Gerusalemme, contemporaneamente all’apertura di una base missilistica della Turchia in Somalia.
Tra Israele e Turchia non corre buon sangue.
Le tensioni tra Israele e Turchia sono reali e crescenti e a Tel Aviv si considera seriamente la possibilità di un confronto futuro, anche se un conflitto diretto non è imminente.
Le relazioni tra i due Paesi sono deteriorate da anni, soprattutto dopo la guerra a Gaza, con accuse reciproche forti. Erdoğan ha definito le azioni israeliane “genocidio” e ha ospitato leader di Hamas, mentre Israele accusa la Turchia di sostenere il terrorismo e di avere ambizioni neo-ottomane.
A proposito di genocidi, il 28 giugno 2026 il governo israeliano ha approvato all’unanimità il riconoscimento ufficiale del genocidio armeno, perpetrato dall’Impero Ottomano durante la Prima guerra mondiale.
Come dire, caro Erdoğan se parli di genocidi, comincia da casa tua.
Un punto caldo è la Siria, dove, dopo la caduta di Assad, Turchia e Israele competono per l’influenza. Israele ha minacciato risposte se la Turchia costruisse basi militari vicino ai suoi confini settentrionali. Ankara vede la presenza israeliana in Siria come una minaccia.
Politici israeliani (come Naftali Bennett) hanno definito la Turchia “la nuova Iran”. Erdoğan e il ministro degli Esteri turco Fidan hanno avvertito di prepararsi a “tutti gli scenari” e parlato di possibile confronto.
Entrambi i Paesi si vedono come rivali strategici, con rischio di scontri per procura in Siria, incidenti o escalation indirette, ma un conflitto aperto diretto resta improbabile nel breve termine per vari motivi (pressione USA, costi elevati, priorità diverse).
In questo quadro, che rimane per forza di cose incompleto nell’economia di un articolo, i leader europei, se continuano ad avere solo come obiettivo la Russia, possono davvero usare la pistola di Erdoğan per spararsi.
L’importante è che si sparino prima che l’intero Vecchio Continente sprofondi in una crisi sistemica e che entri in una fase dittatoriale che ormai si vede avanzare ogni giorno di più nei provvedimenti di restrizione delle libertà da parte dell’Unione Europea.





