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Iran, un regime agonizzante pubblica lista dei leader occidentali da uccidere

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Meloni nella lista di morte

Il cane rabbioso, quando non è più gestibile, lo si abbatte

Cani rabbiosi. Giorgia Meloni in tuta arancione, quella dei condannati a morte dell’ISIS, insieme ad altri leader e vertici militari occidentali.

Fori di proiettile grafici sullo sfondo. Un mirino rosso disegnato sulla fronte di Donald Trump e di Benjamin Netanyahu.

Il titolo, in persiano, grida schiumando di rabbia: “La vendetta è certa”. Il sottotitolo: “I criminali si porteranno nella tomba il desiderio di una morte tranquilla”. Tradotto: non morirete nel vostro letto.

Non è la produzione di un gruppuscolo di fanatici in uno scantinato. È Hamshahri, quotidiano di proprietà del Comune di Teheran, uno dei più diffusi dell’Iran.

È il regime, con carta intestata municipale, che pubblica una lista di morte con i mirini sulle fronti di capi di governo democraticamente eletti.

Si provi a immaginare l’inverso: un giornale del Comune di Roma con il volto di un ayatollah nel mirino. Le cancellerie di mezzo mondo convocherebbero ambasciatori, l’ONU riunirebbe sessioni straordinarie, i cortei sfilerebbero indignati.

Da Teheran, invece, silenzio istituzionale e minaccia esplicita. E il mondo prende nota, archivia e passa oltre.

Anche perché in milioni si sono rotti le scatole di stare a sentire il regime assassino, il più terrorista del mondo. È comprensibile.

C’è un dettaglio che dovrebbe togliere il sonno a molti, soprattutto a sinistra. L’Italia non ha partecipato ai raid contro l’Iran. L’Italia ha detto no ai bombardieri americani, prendendosi l’ira di Trump.

Eppure Giorgia Meloni è nella lista, condannata a morte per interposta grafica insieme a chi quei raid li ha ordinati ed eseguiti. Come si spiega? Semplice: non si spiega, perché la rabbia non si spiega. Si riconosce.

Il cane rabbioso non sceglie chi mordere. Non distingue tra chi lo ha colpito e chi passava di lì. Morde perché la malattia glielo comanda e la malattia riconosce un solo odore: quello dell’Occidente.

Democrazia, elezioni, donne a capo di governi, parlamenti, libertà di stampa. Tutto ciò che la Repubblica islamica non è e non potrà mai essere.

Per questo l’illusione coltivata da decenni – stiamo buoni, distinguiamoci dagli americani e ci lasceranno in pace – è appena stata sbranata da chi doveva ricompensarla.

L’Italia si è tenuta fuori dalla guerra e si è ritrovata comunque nel mirino. Chi predica ancora l’equidistanza ha davanti la prova fotografica del suo fallimento: con la rabbia non si negozia, dalla rabbia ci si difende.

E il cane, quando non è più gestibile, lo si abbatte. Attenzione. Non l’Iran, ma il regime che lo tiene in ostaggio da quasi mezzo secolo, uccidendone i cittadini.

C’è poi una verità che la lista rivela senza volerlo. La rabbia è una malattia terminale. Il cane morde con più ferocia proprio quando sta morendo.

Il regime ha perso una guerra, ha perso la sua Guida, mostra al mondo un successore che promette vendette dal buio di un nascondiglio.

Quella grafica non è una dimostrazione di forza: è il rantolo di un potere che non ha più nulla da offrire al suo popolo se non l’odio e nulla da mostrare al mondo se non tute arancioni disegnate dall’intelligenza artificiale.

Un regime forte non pubblica liste. Colpisce o tratta. Un regime agonizzante pubblica manifesti.

Sarebbe però un errore fatale derubricare tutto a teatro. Nel 1989 la fatwa contro Salman Rushdie sembrò folklore da ayatollah. Trentatré anni dopo, un coltello ha raggiunto lo scrittore su un palco americano.

Le liste di quel regime non vanno mai in prescrizione: aspettano. Decine di anni, se necessario. Aspettano che la scorta si riduca, che l’allarme passi, che tutti smettano di guardare. Poi colpiscono.

Questo cane rabbioso abbaia molto e morde raramente, ma quando morde lo fa con decenni di ritardo, quando tutti hanno smesso di guardarlo.

Magari attraverso un ragazzo qualunque, nato e cresciuto nel New Jersey, che a Teheran non è mai stato.

E ora la domanda che nessuno farà. Dove sono i cortei?

Dove sono le femministe che hanno sfilato per ogni causa, ora che una donna, capo del governo italiano, viene ritratta in divisa da patibolo da un regime che impicca gli omosessuali alle gru e frusta le ragazze che mostrano i capelli?

Dove sono gli indignati di professione di sinistra, quelli che vedono il fascismo in ogni tombino, davanti a una minaccia di morte firmata da una dittatura religiosa vera?

La risposta la conosciamo: l’indignazione, in certi ambienti, è un servizio a chiamata. E Teheran non è mai in elenco.

Un’ultima precisazione, dovuta. Chi vive con i cani sa che un cane sano non minaccia: agisce o si fa da parte, ma non recita.

La rabbia non è la natura del cane. È la malattia che lo divora dall’interno fino a cancellare tutto ciò che era.

Quella malattia, a Teheran, ha un nome preciso: si chiama teocrazia. E per la rabbia, da sempre, la medicina non prevede trattative.

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