Il passaggio dalla geopolitica della minaccia alla geopolitica della governance
L’incontro tra il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi e il suo omologo omanita rappresentano uno dei passaggi più significativi delle ultime settimane nel Golfo Persico.
I due ministri hanno discusso i “meccanismi appropriati” per garantire il passaggio sicuro delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, richiamando l’articolo 5 del Memorandum di Islamabad, come riferito dallo stesso Araqchi.
Non si tratta di un semplice confronto tecnico, ma dell’avvio di una riflessione politica sulla sicurezza della rotta marittima più importante del pianeta.
Il Golfo sta entrando in una fase diversa, per mesi Hormuz è stato evocato come la leva strategica dell’Iran nei confronti dell’Occidente, il punto attraverso il quale esercitare pressione sui mercati energetici globali.
Oggi il linguaggio cambia, si parla di sicurezza della navigazione, di coordinamento e di meccanismi condivisi.
Dietro queste espressioni diplomatiche si intravede un cambiamento di prospettiva, il potere non consiste più soltanto nella capacità di bloccare uno stretto, ma nella possibilità di governarlo.
L’Oman, ancora una volta, si conferma il protagonista silenzioso della diplomazia mediorientale. La sua posizione geografica, all’ingresso dello Stretto di Hormuz, e la credibilità costruita negli anni nei rapporti con Teheran, Washington e le monarchie del Golfo ne fanno un interlocutore indispensabile.
Muscat non è soltanto un mediatore, sta contribuendo a definire l’architettura di sicurezza di un corridoio marittimo attraverso il quale transita una parte essenziale dell’energia mondiale.
Per l’Iran il significato strategico è ancora più profondo, garantire il passaggio delle navi significa proporsi non più soltanto come la potenza in grado di interrompere il traffico marittimo, ma come l’attore senza il quale la sicurezza della navigazione non può essere assicurata.
È una trasformazione che modifica il valore stesso della deterrenza.
Gli Stati Uniti osservano con estrema attenzione quest’evoluzione.
La piena operatività di Hormuz è indispensabile per consolidare il ritorno delle metaniere del Qatar, stabilizzare i mercati energetici e ridurre i costi assicurativi che gravano sul trasporto marittimo.
Per Washington la libertà di navigazione non è soltanto una questione militare, ma un elemento fondamentale della sicurezza economica occidentale.
L’Europa è direttamente coinvolta, una quota significativa del gas naturale liquefatto destinato ai terminali europei attraversa lo Stretto di Hormuz prima di raggiungere il Mar Rosso, il Canale di Suez e il Mediterraneo.
Il significato dell’incontro di Muscat è molto importante in quanto Hormuz appartiene a quella rete di choke point che comprende Bab el-Mandeb, il Canale di Suez, i Dardanelli, il Bosforo, Malacca e, per il Mediterraneo, il Canale d’Otranto.
Sono i nodi attraverso i quali passa la stabilità dell’economia mondiale, chi ne garantisce la sicurezza esercita un’influenza che supera la dimensione militare e si estende alla diplomazia, alla finanza, all’energia e al commercio globale.
La vera novità è proprio questa.
Per la prima volta dopo mesi di crisi, il centro del confronto non è la possibilità di interrompere i traffici, ma la costruzione di un sistema che li renda prevedibili e sicuri.
È il passaggio dalla geopolitica della minaccia alla geopolitica della governance.
Nel nuovo ordine internazionale il mare non è più soltanto uno spazio da controllare, ma un’infrastruttura strategica da amministrare.
E chi riuscirà a dettare le regole della sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz non controllerà soltanto una rotta marittima, ma una gran parte degli equilibri geopolitici di questo secolo.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


