
di Paolo Raffone
“La questione cinese è molto più complessa della questione russa”, ha scritto Borrell in una lettera privata ai ministri degli Esteri dell’UE vista dal Financial Times. “L’ambizione della Cina è chiaramente quella di costruire un nuovo ordine mondiale con la Cina al centro. Una sconfitta russa in Ucraina non farà deragliare la traiettoria della Cina. La Cina riuscirà a trarne vantaggio geopolitico”[1]. Finalmente una dichiarazione di realismo. La traduzione in chiaro delle parole di Borrell è che se i paesi europei non decidono in autonomia una politica estera e di sicurezza saranno inevitabili prede delle grandi potenze (USA, Cina, Russia) e vittime delle scorie della globalizzazione (clima, migrazioni, guerre, energia, cibo, e il digitale).
Questo articolo si sviluppa attorno alla necessità di ridefinire principi fondanti dell’ordine reale e legale del sistema internazionale. L’ordine che è in crisi lo avevano costruito a propria immagine le potenze europee tra il 1648 e il 1895. Con il suicidio dell’ordine liberale europeo, tra il 1917 e il 1945 l’ordine mondiale europeo è stato ereditato gli Stati Uniti d’America, divenuti “nuovo Occidente”, egemoni e, involontariamente, anomalo impero mondiale. La Guerra Fredda ha impedito di affrontare la realtà che già dagli anni ’70 si palesava nel mondo. Nel trentennio successivo al 1991 – dissoluzione dell’URSS e fine della Guerra Fredda – gli Stati Uniti hanno creduto in una nuova ideologia – la globalizzazione – che doveva essere generatrice di un nuovo ordine mondiale incentrato sul capitalismo e il mercato che automaticamente portava all’espansione globale della liberaldemocrazia e degli standard euro-atlantici. Così non è stato. Lo si era intuito con le esplosioni reali del 2001 e poi con quelle finanziarie e sociali del 2008. Come vedremo, adesso lo ammettono anche i vertici americani. Il vecchio ordine di origine europea non funziona più. Indietro non si torna. L’Europa resta un territorio ricco, ma demograficamente in declino e periferica sul piano geopolitico. E’ arrivato il momento di affrontare la realtà e sviluppare soluzioni adatte al presente.
Nel 2014, il presidente cinese Xi Ping aveva presentato la nuova visione per una sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile, che è stata ampiamente riconosciuta e sostenuta dalla comunità internazionale. Il 21 febbraio 2023, la Repubblica Popolare di Cina (RPC) ha presentato un documento intitolato “Iniziativa globale di sicurezza” che chiarifica i precedenti propositi. Alcuni estratti sono essenziali per capirne i propositi: A) “Mantenere l’impegno a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale di tutti i paesi. L’uguaglianza sovrana e la non interferenza negli affari interni sono principi fondamentali del diritto internazionale e le norme fondamentali che regolano le relazioni internazionali contemporanee. Crediamo che tutti i paesi, grandi o piccoli, forti o deboli, ricchi o poveri, siano membri uguali della comunità internazionale. I loro affari interni non tollerano interferenze esterne, la loro sovranità e dignità devono essere rispettate e il loro diritto di scegliere autonomamente sistemi sociali e percorsi di sviluppo deve essere sostenuto. L’indipendenza sovrana e l’uguaglianza devono essere rispettate e si devono compiere sforzi affinché tutti i paesi godano dell’uguaglianza in termini di diritti, regole e opportunità. B) Mantenere l’impegno per risolvere pacificamente le differenze e le controversie tra i paesi attraverso il dialogo e la consultazione. La guerra e le sanzioni non sono una soluzione fondamentale alle controversie; Solo il dialogo e la consultazione sono efficaci nel risolvere le differenze. Chiediamo ai paesi di rafforzare la comunicazione strategica, migliorare la fiducia reciproca in materia di sicurezza, allentare le tensioni, gestire le differenze ed eliminare le cause profonde delle crisi. I principali paesi devono sostenere la giustizia, adempiere alle loro dovute responsabilità, sostenere la consultazione su un piano di parità e facilitare i colloqui per la pace, svolgere buoni uffici e mediare alla luce dei bisogni e della volontà dei paesi interessati. La comunità internazionale dovrebbe sostenere tutti gli sforzi volti a una soluzione pacifica delle crisi e incoraggiare le parti in conflitto a creare fiducia, risolvere le controversie e promuovere la sicurezza attraverso il dialogo. Abusare delle sanzioni unilaterali e della giurisdizione a lungo termine non risolve un problema, ma crea solo ulteriori difficoltà e complicazioni”[2].
E’ bene subito sottolineare che il documento cinese, non a caso, parla di “paesi” e non di Stati, e precisa che né la “guerra” né le “sanzioni” sono una soluzione fondamentale delle controversie. I “paesi” sono “comunità territoriali” che se sviluppano “un’organizzazione sovrana”, cioè indipendente, sono di fatto Stati (a prescindere dal riconoscimento). La “guerra” e le “sanzioni” sono atti di “dominio” che i sovrani più grandi ingiustamente impongono, con l’uso della violenza, ad altri pari e consimili, e pertanto sono atti immorali da evitare[3]. Nella cultura cinese le parole hanno tutt’ora un senso semantico preciso in una cosmologia che nella mutazione da tradizionale a nazionalista e poi socialista si è adattata alla realtà del XX e del XXI secolo.
Anche in Occidente, Stati Uniti d’America e Stati europei, le parole avevano un senso semantico preciso prima della loro liquefazione avvenuta a partire dal 1991. Una liquefazione che al senso reale delle parole precise e formali nei rapporti internazionali ha sostituito quello nuovo di una semantica revisionista. Alla realtà dei fatti si è preferito credere alle apparenze – ad esempio, la sacralità delle frontiere e la democraticità dei processi di legittimazione dei governi – che qualificherebbero l’indipendenza in un rapporto di causalità con l’adesione ai “valori” comuni della c.d. Comunità internazionale. Valori individualistici che costituiscono l’identità al di fuori di quell’unità giusnaturalista che aveva portato alla definizione dei diritti umani nella Carta dell’ONU. Un revisionismo che, sebbene secolarizzato, è il ritorno ad una comunità tendenzialmente chiusa, esclusiva ed esclusivista com’era, agli inizi, il “diritto delle genti d’Europa”.
“Stato”, “sovranità”, “riconoscimento”, “integrità territoriale” sono parole rimaste nella sintattica ma hanno perso il loro senso semantico. E’ uno degli effetti indesiderati della globalizzazione, un effetto post-storico che ha confuso apparenze ingannevoli con realtà storiche. I principi stessi dell’ordine internazionale basato sulle regole sono stati piegati alle esigenze della temporaneità, dell’immediatezza, e dell’opportunità politica che determina e ricalca i sentimenti e le percezioni delle popolazioni addomesticate alle immagini e, poi, all’esoterismo delle realtà virtuali e digitali. L’ordine internazionale basato sulle regole è divenuto finzione, spettacolo, emozione, e percezione. La legge e il regolamento – cioè l’espressione più astratta della potestà di governo – hanno soppiantato le legislazioni, cioè le norme ontologicamente e semanticamente significanti di realtà storiche e sociali. Leggi e regolamenti ispirati dalla presunta “razionalità del benessere” anteposta alla libera dinamica sociale, culturale, e politica. Ben inteso, l’unico sistema considerato capace di generare e garantire il benessere è il libero mercato economico dal quale, miracolosamente, discenderebbe anche quella libertà individuale che è fonte e sostegno dell’indipendenza di uno Stato. Su questi presupposti è nata la narrativa attualmente usata – democrazie vs autocrazie – che distorce il senso di unità ed eguaglianza alla base dei rapporti tra gli Stati, inserendo, invece, una gerarchia di tipo egemonico basata sulla presunta superiorità di certi valori che sono migliori di quelli degli altri.
Dopo il 1991, nell’epoca della c.d. globalizzazione, cioè del progetto ideologico di egemonia mondiale americana, si credeva che l’espansione planetaria del mercato portasse automaticamente all’omogeneizzazione del mondo secondo gli standard e i valori occidentali, cioè il modello liberaldemocratico euro-americano. Come sappiamo, trent’anni dopo, il progetto globalizzazione conteneva una distopia tra il linguaggio – le narrative sui diritti e l’eguaglianza – e l’azione che sosteneva obiettivi inconciliabili – indipendenza e integrazione – oltre ad evidenziare che la protezione dei diritti e dei privilegi era valida solo per alcuni mentre agli altri si applicava il contrario. Il progetto globalizzazione conteneva anche un’altra distopia più squisitamente geopolitica. Da un lato, la globalizzazione economica e finanziaria ha raggiunto livelli di penetrazione globali inimmaginabili nei decenni precedenti, dall’altro, si sono rafforzati i principi di sovranità e integrità territoriale per impedire forme di aggregazione alternative che minacciassero l’omogeneità della globalizzazione euro-americana. La combinazione di queste contraddizioni e distopie ha generato una crescente preoccupazione e il risentimento nel mondo rispetto al mitico concetto di sovranità vestfaliana che, a giusto titolo, è stato percepito come la riedizione in chiave tecno-finanziaria delle antiche categorie impiegate per portare il mondo sotto l’imperium legale delle potenze occidentali. La decisa promozione occidentale dell’uguaglianza sovrana non è riuscita a nascondere il mercantilismo e le aspirazioni imperialistiche. La Russia e la Cina, ma anche un’ampia maggioranza della popolazione mondiale e dei loro Stati, lo hanno palesato in modo inequivocabile nelle votazioni in seno all’Assemblea Generale dell’ONU e attraverso l’espansione di accordi e aggregazioni alternative alla globalizzazione euro-americana (BRICS, SCO, ecc…).
Un fallimento durato trent’anni. Un fallimento certificato dall’inopinata gestione della crisi jugoslava che ha visto riesumare i principi del patto Briand-Kellogg del 1928 nelle conclusioni della Commissione Badinter che nel 1991 riconfermava la sacralità delle frontiere nei processi di indipendenza nazionale e di formazione della sovranità di nuovi Stati, umiliando i principi di indipendenza, autodeterminazione e di libertà. Un fallimento certificato dalle politiche interventiste americane incentrate su aspetti puramente sicuritari malamente giustificate dalla responsabilità di “liberare” e proteggere i popoli, nel 1999 nell’ex-Jugoslavia (modificando con la forza le frontiere dello stato aggredito), nel 2001 in Afganistan (ventennale occupazione militare conclusasi con un imbarazzante ritiro nel 2021) e nell’illegale distruzione dell’Iraq e assassinio del suo presidente nel 2003. Un interventismo che nel 2005 fu ricondotto in un quadro di “ordine mondiale” con l’adozione da parte dell’ONU della dottrina R2P (Responsibility to Protect) ma che si è infranto nel 2011 con l’intervento militare della NATO in Libia che ha violato i principi del diritto umanitario (gravi e ripetuti attacchi ai civili) e si è concluso con l’assassinio del presidente libico. Un fallimento certificato dai fatti bellici della Russia iniziati nel 1994 in Cecenia (conclusosi nel 2009), seguiti da altri in Georgia nel 2008, in Crimea nel 2014, e quelli ancor più violenti e cruenti in Ucraina dal febbraio 2022.
Questa serie di fallimenti del presunto ordine mondiale post-1991 sono il risultato della decisione (politica) di privilegiare aspetti esteriori della persona dello Stato – il popolo e il territorio – che sono piuttosto gli oggetti della sua attività. Come già avvenne negli anni della decolonizzazione si sono voluti occultare i nessi invisibili con le grandi potenze. Come allora, si è voluto credere alla finzione invece della realtà. Una decisione che contraddice il ben più fondato principio di effettività della potestà di governo che distingue lo Stato in se da altri enti. Una decisione che ha portato al riconoscimento di Stati – un ritorno alla concezione costitutiva del riconoscimento – che non esistevano solo de jure ma non de facto poiché non erano sorti come organizzazioni sovrane di comunità territoriali. In pratica, si è trattato di riconoscere Stati che non costituivano la suprema istanza rispetto ad una comunità territoriale.
Invece di attenersi alle realtà storiche, e quindi far giustizia delle apparenze ingannevoli, dopo il 1991 si è deciso in modo esclusivamente politico di privilegiare la legalità formale trasformando in Stati persino gli organi di un’unione di vassallaggio. Così facendo si è voluto rinnegare un elemento costitutivo dell’effettività che è la stabilità di governo e di amministrazione, di mantenere l’integrità territoriale e l’indipendenza politica, e di mantenere l’ordine nei limiti del territorio. Come avvenne già nel 1779 con il riconoscimento degli Stati Uniti da parte della Francia contro l’Inghilterra, il principio cardine non è la legalità formale ma l’effettiva indipendenza, pronunciata e messa in atto nei fatti, che qualifica l’esistenza di uno Stato. Questo principio cardine non è stato rispettato dopo l’auto-dissoluzione dell’URSS nel 1991. L’astratta legalità degli Stati dell’ex-URSS si scontra oggi con innumerevoli dispute territoriali che confermano che l’esistenza dello Stato è principalmente un dato storico manifestamente indipendente dal riconoscimento. Lo conferma anche il processo di costruzione dell’Unione europea che da un lato ha abbattuto i confini tra gli Stati membri e dall’altro non ha mai definito i propri confini esterni o quali popoli siano, o possano essere, europei. Anche nel caso dell’Unione europea i popoli e il territorio (i confini esterni) sono l’oggetto non il fondamento della sua sovranità che, invece, invoca i valori comuni e si manifesta con la supremazia del diritto e della regolamentazione comunitaria. Infine, va ricordato che il riconoscimento di uno Stato non esplica una funzione accertativa della situazione di fatto, e che esso è sempre revocabile. Nel caso di rivoluzioni o nel caso dell’emergere di più realtà statuali che insistono in uno stesso territorio gli eventuali riconoscimenti possono essere condizionali, nell’attesa di una risoluzione concordata delle dispute. La decisione sul riconoscimento è un atto squisitamente politico rispetto all’entità di governo, non rispetto ai popoli che risiedono sul territorio governato o rispetto ai confini territoriali reclamati o dichiarati dall’entità di governo riconosciuta. Questa questione è di grande attualità – si pensi, ad esempio, alle situazioni in Ucraina, in Nagorno-Karabach, in Georgia, o in Transnistria – soprattutto se si vuole davvero promuovere delle mediazioni al fine di raggiungere un armistizio che fermi le attività belliche, temporaneamente, nell’attesa di far emergere una soluzione politica alle dispute che le hanno generate.
Sullo spazio post-sovietico e i suoi nuovi confini, scriveva nel 2015 la relativa voce dell’Enciclopedia Treccani, che si dovevano tenere in considerazione tre elementi: a) l’influenza della specificità geografica dello spazio eurasiatico e della sua realtà multietnica sulla politica estera e l’identità stessa dell’Impero russo, del regime sovietico e oggi della Federazione Russa; b) l’eredità dell’assetto federale staliniano sulle frontiere degli stati nati dopo la fine dell’Urss; c) il senso di provvisorietà, di fluidità, di legittimità incompleta, con cui alcune popolazioni delle repubbliche indipendenti e le élite russe osservano e percepiscono ancora oggi i confini post-sovietici[4].
Nell’aprile 2023 due esponenti di rilievo dei governi americano e cinese hanno dichiarato, sebbene in modalità diverse, che il fallimento dell’approccio globalista è conclamato. Il 21 aprile 2023, l’ambasciatore cinese in Francia, Lu Shaye, ha dichiarato che in riferimento alla sovranità degli Stati riconosciuti dopo la dissoluzione dell’URSS “i paesi dell’Unione Sovietica non hanno uno status effettivo nel diritto internazionale perché non esiste un accordo internazionale per concretizzare il loro status di paesi sovrani”. E in merito alla crisi del 2014 in Crimea ha dichiarato che “dipende da come si percepisce questo problema. C’è la storia. La Crimea era prima di tutto della Russia. Fu Nikita Krusciov che offrì la Crimea all’Ucraina durante l’Unione Sovietica nel 1954”[5]. Il 27 aprile 2023, Jack Sullivan, consigliere per la sicurezza dell’amministrazione Biden, ha ammesso che è fallito lo sforzo degli Stati Uniti che dopo la seconda Guerra mondiale hanno voluto superare la frammentazione del mondo costruendo un nuovo ordine economico mondiale. “C’è bisogno di forgiare un nuovo consenso perché gli ultimi decenni hanno rivelato crepe in quelle fondamenta. Un’economia globale mutevole ha lasciato indietro molti americani che lavorano e le loro comunità. Una crisi finanziaria ha scosso la classe media. Una pandemia ha messo a nudo la fragilità delle nostre catene di approvvigionamento. Un clima che cambia ha minacciato vite e mezzi di sussistenza. L’invasione russa dell’Ucraina ha sottolineato i rischi di un’eccessiva dipendenza. Gran parte della politica economica internazionale degli ultimi decenni si basava sulla premessa che l’integrazione economica avrebbe reso le nazioni più responsabili e aperte, e che l’ordine globale sarebbe stato più pacifico e cooperativo, che portare i paesi nell’ordine basato sulle regole li avrebbe incentivati ad aderire alle sue regole. Non è andata così. In alcuni casi lo ha fatto, e in molti casi non lo ha fatto”[6].
Emerge che il pasticcio creato dall’esaltazione globalista post-1991 ha squinternato i principi di ordine che fino ad allora erano rimasti validi e sostanzialmente condivisi da tutti gli Stati. Oggi non esiste più un’interpretazione semantica condivisa di principi quali “sovranità”, “Stato”, “riconoscimento” e “integrità territoriale”. Inoltre, gli agenti del sistema internazionale non sono più solo gli Stati ma anche enti non statali, non nazionali e transnazionali. Quando furono stabiliti i principi del diritto internazionale nel 1945 si contavano circa 50 Stati mentre oggi sono più di 200, la popolazione mondiale era inferiore ai 3 miliardi mentre oggi è stimata a circa 8 miliardi prevalentemente distribuiti per l’80% fuori dagli Stati c.d. occidentali e largamente concentrata in megalopoli, gli enti non statali erano poco più di una decina di imprese americane mentre oggi sono più di 300 provenienti dai cinque continenti, le organizzazioni della società civile non esistevano mentre oggi sono alcune decine quelle globali alle quali si aggiungono reti informali di informazione che trascendono il controllo degli Stati. A questo vanno aggiunte le organizzazioni criminali transnazionali e le organizzazioni private che forniscono servizi in settori che erano prerogativa esclusiva degli Stati, quali la difesa, la sicurezza, la salute pubblica, l’educazione, e la moneta.
L’attuale crisi del sistema internazionale – la post globalizzazione – è caratterizzata dalla frammentazione dei sistemi normativi che agiscono, con tutti i mezzi, inclusa la forza, per penetrare società e territori. La proiezione della normatività è la nuova frontiera della sovranità. Gli esponenti cinese e americano, in modo diverso, riconoscono la necessità di costruire nuove basi per dare stabilità al mondo creando nuove regole condivise e realistiche. E’ urgente aprire un dialogo per raggiungere un’interpretazione semantica condivisa di principi quali “sovranità”, “Stato”, “riconoscimento” e “integrità territoriale”, tenendo conto della realtà del presente, della storia, e del digitale. Un percorso che non sarà facile e probabilmente neppure veloce. La costruzione di un nuovo ordine dovrà tener conto del passato e del presente per progettare un futuro desiderabile e realizzabile. In assenza di nuove regole condivise, di un nuovo consensus, le vecchie regole sono sopraffatte dal realismo brutale di cui l’esercizio della sovranità è capace.
Una prima situazione reale da tenere in considerazione è che sin dagli anni ’70 il capitalismo (il grande capitale finanziario e industriale) ha iniziato un processo di “secessione” dagli Stati. Un fenomeno che l’infrastruttura digitale del mondo rendo sempre più facile ed efficiente. Fino ad allora, il capitalismo, benché esercitato anche in forma privatistica, dipendeva dagli Stati, anzi si “amalgamava” con essi (il famoso aforisma “ciò che è bene per la Exxon è bene per gli Stati Uniti”). Con la spinta liberista, il capitalismo globalizzatosi ha prodotto 5400 “zone extra territoriali” nel mondo, bucando i territori degli stati-nazione e creando zone di eccezione che applicano leggi diverse e senza controllo democratico. Un processo di “secessione” che il capitalismo ha generato per creare “situazioni reali e politiche alternative su piccola scala” rispetto agli Stati. Ciò è avvenuto anche attraverso un fenomeno “soft” di privatizzazione – ad esempio, ritirando i propri figli dai sistemi pubblici di educazione, convertendo la moneta in oro o in criptomonete, ecc… – che ha creato “enclavi protette” gestite in autonomia e spesso secondo modelli politici simili ad una corporation (una tendenza già visibile in città del nord e sud America, ma anche in India o in Nigeria). In pratica, è un processo di opt out, di defezione da ciò che è collettivo. L’idea fondante di queste “zone extraterritoriali”, citando, ad esempio, Stephen Moore, l’ex capo economista dell’amministrazione Trump, è che “il capitalismo è ben più importante della democrazia”[7].
Le “zone extraterritoriali” a volte non sono più grandi un’area di deposito (stoccaggio o fabbrica) che funziona come “nodo di scambio” logistico, di assemblaggio, di innovazione, collegato e interconnesso con altre zone extraterritoriali che costituiscono il circuito del mercato globale non soggetto a legislazioni, tasse e tariffe doganali. In altri casi, le “zone extraterritoriali” sono mega progetti urbani (ad esempio, New Sondgo City in Corea, Neom in Arabia Saudita, Fujisawa in Giappone, ecc…). A questi esempi si aggiungono anche le c.d. “zone di innovazione” che sono interconnesse tra loro e con una catena mondiale di “zone duty-free” (una delle più antiche è Jabel a Dubai fondata nel 1985, e più di recente quelle create nel Regno Unito post-Brexit). Nel 2021, lo stato americano del Nevada ha avanzato la proposta di creare una “zona” nella quale le corporations si possono stabilire scrivendo una propria legislazione speciale.
Anche la Cina, dalla fine degli anni ’70 ha creato sul proprio territorio un buon numero di “zone extraterritoriali” denominate, però, “speciali” per non rassomigliare alle umilianti “concessioni” del XIX secolo. Da quando la Cina ha deciso di importare il “modello Hong Kong”, nei fatti, più che un monolite, la Cina, che ha al suo interno un insieme di “zone”, sembrerebbe un “autoritarismo frammentato”, perché gestito in autonomia dalle corporations. Non a caso, negli ultimi anni, e soprattutto dopo il 2013, debutto della Belt and Road Initiative (BRI), il governo centrale cinese ha imposto una stretta sulla governance delle corporations e delle “zone speciali”. Questo recupero, sebbene parziale, della sovranità dello stato cinese era necessario per proiettare, senza perderne il controllo, la sovranità (commerciale, tecnologica e normativa) fuori dai confini nazionali lungo le vie della seta. Le “zone extraterritoriali” cinesi nel mondo sono oggetto di monitoraggio, ad esempio dal sito globalchina.com (la mappa globale è impressionante sebbene ufficialmente il Ministero del Commercio ne conti solo una ventina), e alcuni analisti le descrivono come un “ecosistema sinizzato all’estero”. La sovranità cinese è proiettata a livello globale anche attraverso l’estensione della legislazione cinese (china rule of law) nelle “zone extraterritoriali” dove, in accordo con le autorità locali, si crea una nuova legislazione ivi applicabile[8]. Come vedremo, il concetto cinese di sovranità non è statico e astorico, bensì si adatta alle condizioni reali (principio di effettività) e alle necessità del tempo, “inglobando” anche le eccezioni che sono le “zone extraterritoriali” che piuttosto sarebbero delle zone di “ultra statualità”[9].
In conclusione, la vasta rete mondiale di “zone” creatasi dopo il 1991 è una dicotomia tra la spinta unificante degli stati-nazione, la presunta mondializzazione del modello liberaldemocratico e l’interconnessione tra zone economiche auto governate[10].
Nella Parte 2 di questo articolo entreremo più in dettaglio nei concetti di “sovranità”, “integrità territoriale” “Stato” e “riconoscimento”, presentandoli in una storia globale e comparativa, che a nostro giudizio è oggi quantomai utile per costruire un nuovo consensus e un nuovo ordine internazionale.
[1] https://www.ft.com/content/b18e073e-f280-4189-82a1-536f39eb3ebb
[2] http://fr.china-embassy.gov.cn/fra/zgyw/202302/t20230221_11028694.htm
[3] Anti Foreign sanction Law, approvata nel 2021
[4] https://www.treccani.it/enciclopedia/lo-spazio-post-sovietico-verso-nuovi-confini_(Atlante-Geopolitico)/
[5] https://www.lemonde.fr/international/article/2023/04/24/les-propos-de-l-ambassadeur-de-chine-en-france-sur-la-crimee-provoquent-un-tolle-en-europe_6170741_3210.html
[6] https://www.whitehouse.gov/briefing-room/speeches-remarks/2023/04/27/remarks-by-national-security-advisor-jake-sullivan-on-renewing-american-economic-leadership-at-the-brookings-institution/
[7] https://edition.cnn.com/2019/04/12/politics/stephen-moore-kfile/index.html
[8] “Strengthening legislation in the field of foreign affairs and accelerating the establishment of a complete system of foreign related laws and regulations”, Legislative Affairs Commission, NPCSC, del 30 maggio 2022
[9] Keller Easterling, “Extrastatecraft: the power of infrastructure space”, Verso, 2016
[10] Quinn Slobodian, “Crack-up capitalism”, Penguin, 2023





