Home Cultura SOTTO ‘L VELAME DELLI VERSI STRANI

SOTTO ‘L VELAME DELLI VERSI STRANI

0

di Filippo Maria Leonrdi

Il Sommo Poeta fu anche un linguista ante litteram nonché un profondo conoscitore delle dottrine esoteriche, per cui non dobbiamo meravigliarci che egli abbia sfruttato la versatilità della lingua cosiddetta volgare, ancora non fissata in una forma definita, per veicolare significati nascosti tramite giochi di parole e rimandi polisemici. D’altra parte lui stesso ci ha avvisato:

O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,

mirate la dottrina che s’asconde

sotto ‘l velame de li versi strani (1).

Uno di questi “versi strani” è quello in cui descrive la cosiddetta “lonza”, un animale dal pelo maculato che possiamo identificare con il leopardo o con la lince, simbolo della lussuria nel contesto allegorico della Divina Commedia.

Come abbiamo spiegato altrove (2) già dal Duecento, proprio nell’area toscana, era stato introdotto un termine per indicare la “lince”, ma fino all’epoca di Dante la terminologia non si era ancora stabilizzata, oscillando tra le forme alternative loncia, lonça, lonze, leuncia, leonza, etc. che rappresentano diversi tentativi di adattamento del termine francese lonce (moderno once), a sua volta derivato dal greco lynx. Pertanto, considerato che la forma specifica lonza compare soltanto dopo il 1300, siamo indotti a sospettare che tale termine sia una invenzione dello stesso Dante Alighieri, con intenzionale assimilazione fonetica al termine già esistente in Italia e nel dialetto toscano, che indicava la lombata.

La correlazione tra la lince e la lombata è giustificata dal fatto che il suddetto taglio di carne si ricava dai lombi, simbolo tradizionale della lussuria ovvero della passione carnale (3) ed è confermata dallo stesso Dante nel terzo sonetto della tenzone con Forese Donati:

Ben ti faranno il nodo Salamone

Bicci novello, e’ petti de le starne,

ma peggio fia la lonza del castrone,

ché ‘l cuoio farà vendetta de la carne (4).

Qui è evidente che la lombata, detta appunto “lonza”, rappresenta la lussuria in contrapposizione al “castrone” che invece allude all’impotenza sessuale. Da notare che in questo sonetto Dante cita il nodo di Salomone ma ne storpia volutamente il nome in Salamone, o più precisamente ne riprende la forma già storpiata da Forese nel precedente sonetto, alludendo con un gioco di parole al salame che è legato con una cordicella durante l’essiccazione. Ma Dante associa il salame alla lombata, anch’essa legata con una corda durante la cottura in arrosto, con un sottile rimando al simbolismo tradizionale dove la corda che cinge i lombi rappresenta la castità, come ad esempio nel vestiario dell’ordine monastico francescano. Dante ne parla proprio in riferimento alla lonza:

Io avea una corda intorno cinta,

e con essa pensai alcuna volta

prender la lonza a la pelle dipinta (5).

In effetti Dante doveva conoscere bene questo simbolismo, poiché si ritiene che facesse parte del Terz’Ordine francescano, così come rappresentato da Giotto in un affresco sopra l’altare della Basilica Inferiore di Assisi.

Ora consideriamo un altro esempio in cui Dante Alighieri sceglie una parola stravagante per sottintendere un significato nascosto. Celebre il passo del Purgatorio in cui Ulisse giustifica la sua curiosità:

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza (6).

All’epoca di Dante c’erano almeno quattro varianti della stessa parola: la forma latineggiante cognoscenza, usata per esempio da Bonvesin, Andrea da Grosseto, Armannino; la forma conoscenza usata da Ruggieri Apugliese, Restoro d’Arezzo, Guido Orlandi, Rinaldo d’Aquino, Jacopone, Rustico Filippi; la variante caunoscenza che si trova in Giacomo da Lentini, Rinaldo d’Aquino, Bonagiunta Orbicciani, Guido delle Colonne; la variante canoscenza usata da Giacomo da Lentini, l’Abate di Tivoli, Federico dall’Ambra e Guido Guinizelli (7).

Nelle opere di Dante Alighieri si trovano tutte le varianti, ma nella Divina Commedia, la forma conoscere o riconoscere ricorre 58 volte mentre il termine canoscenza compare un’unica volta. Questa eccezione ci induce a pensare che l’autore abbia voluto attirare l’attenzione su una parola “strana” che in realtà nasconde un altro significato. Se si tratta di un gioco di parole, probabilmente riprende il latino canere che significa “cantare”, con riferimento all’arte poetica, considerato che la stessa Divina Commedia è suddivisa in Canti. Dunque canoscenza potrebbe indicare un tipo di conoscenza legato al canto, ovvero al potere incantatorio del linguaggio che è la chiave segreta della poesia. Un indizio è fornito dal Guinizelli che accosta chiaramente le parole “cantare” e “canoscenza”:

D’ora ’n avanti parto lo cantare

da me, ma non l’amare,

e stia ormai in vostra canoscenza

lo don di benvoglienza,

ch’i’ credo aver per voi tanto ’narrato:

se ben si paga, molto è l’acquistato (8).

Nel medesimo episodio del Purgatorio in cui si riferisce alla canoscenza, ci pare che Dante abbia voluto inserire un ulteriore gioco di parole nel descrivere il naufragio di Ulisse:

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,

ché de la nova terra un turbo nacque,

e percosse del legno il primo canto (9).

In questo caso la parola canto significa “angolo” e dunque l’espressione “primo canto” si riferisce alla prua della nave, che è appunto il primo angolo dello scafo. Ma la parola “canto” associata alla nave, allude chiaramente all’episodio dell’Odissea in cui Ulisse, durante la navigazione, è propriamente incantato dal canto delle sirene:

“Io son”, cantava, “io son dolce serena,

che’ marinari in mezzo mar dismago;

tanto son di piacere a sentir piena!

Io volsi Ulisse del suo cammin vago

al canto mio; e qual meco s’ausa,

rado sen parte; sì tutto l’appago!” (10).

NOTE:

(1) Dante Alighieri, Inferno IX, 61-63.

(2) Filippo M. Leonardi, Il significato allegorico della lonza nella divina commedia, Nuovo Giornale Nazionale, 11 marzo 2023.

(3) Ioan. Henrici Meibomi, De flagrorum usu in re Veneria & lumborum renumque officio, Ex Officina Elseviriana, Academ. Jur. Typograph., Lugd. Batavorum, 1693.

(4) Dante Alighieri, Rime, LXXV, Tenzone con Forese Donati, 3. Dante a Forese.

(5) Inferno XVI, 106-108.

(6) Purgatorio XXVI, 118-120.

(7) TLIO Tesoro della Lingua Italiana delle Origini > http://tlio.ovi.cnr.it/TLIO/

(8) Guido Guinizelli, Madonna il fino amor ched eo vo porto, 84-89 > Poeti del Duecento, a cura di Gianfranco Contini, Ricciardi, Milano-Napoli, 1960.

(9) Purgatorio XXVI, 136-138.

(10) Purgatorio XIX, 19-27.

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui