
La si finisca di “prendere a sberle” la democrazia
di Vito Schepisi
Personalmente non ho mai pensato di “prendere a sberle” qualcuno, tantomeno di pensare che, in uno stato democratico, gli individui che fanno scelte diverse, o che la pensano in altro modo, rispetto alle scelte fatte dalle maggioranze, siano inopportuni e tali da essere sottoposti ad una reazione violenta.
La violenza (auspicata o applicata) è la reazione di chi non ha ben presente il principio delle diversità da rispettare.
Il libero pensiero, al contrario dall’obbligo massimalista, rende gli uomini liberi proprio per la possibilità che offre d’innescare un processo di confronto ad ampio raggio, anche quando è serrato ed appassionato, con la realtà delle cose e col pensiero diverso.
E’ per questo che il genere umano è ritenuto razionale e sensibile e … con ampi spazi di crescita civile e di sensibilità sociale.
Chi indulge, pertanto, nel volersi prendere le proprie ragioni ad ogni costo, anche con l’uso della violenza verbale, s’avvicina, invece, alla bestia.
La ragione è nella sensibilità delle persone, non in una più o meno soggettiva sintesi ideologica.
Questo modo si chiama anche civiltà!
Se non ci fossero scelte diverse, dovremmo addirittura incoraggiare gli individui ad esprimersi ed invitarli, invece che a mugugnare, come spesso si fa, anche a contestare le idee, i percorsi politici e le strategie delle maggioranze.
Questo modo si chiama democrazia liberale!
Questa forma di democrazia pluralista, per inciso, è anche quella forma istituzionale laica e pluralista che l’Occidente ha adottato.
Quello per la libertà (che vuol dire anche pluralismo delle opinioni e delle scelte) è l’unico principio ideale che non dovrebbe mai aver bisogno di riletture e riforme.
Nella vita laica e civile ha lo stesso valore dell’universalità che ha in ambito etico-religioso.
Chi si lamenta dalla mattina alla sera per il venir meno (a suo sentire) dei principi costituzionali per la libera manifestazione del pensiero e per il diritto alla protesta e alla libertà di dissentire, è in malafede.
C’è differenza, infatti, tra il manifestare dissenso ed aggredire ed assaltare.
In coloro che fanno ricorso alla violenza del linguaggio – e che ricorrono alla mobilitazione delle piazze contro le scelte del Parlamento, contro forze dell’ordine, contro il bene comune e contro le sedi istituzionali – emerge una sostanziale difficoltà di comprendere il loro porsi contro la democrazia e contro la libertà del pensiero degli altri.
Ogni idea merita rispetto. Non lo merita, invece, la violenza fisica e/o verbale di chi vorrebbe non far esprimere agli altri le idee diverse dalle loro.
La mancata consapevolezza che il nazifascismo non sia stato il solo orrore illiberale del secolo scorso (benché il concetto successivamente sia stato stabilito da ben due risoluzioni del Consiglio d’Europa) ha creato equivoci e limiti interpretativi, danneggiando la coscienza democratica del nostro Paese.
Fingere d’ignorarlo sarebbe persino delittuoso.
I pensieri forti si alimentano tra loro, e se il nazifascismo è stato abbattuto nelle coscienze dei cittadini europei, ed ogni sua espressione è stata giustamente, avversata, non altrettanto è avvenuto con l’altro orrore: il Comunismo.
La riflessione non ha rilevanza banale, perché la condanna dell’uno senza la condanna dell’altro ha esposto l’Occidente ad altri pericoli.
Quel “vorrei prenderti a sberle” pronunciato in un liceo di Luino dalla Presidente dell’ANPI di Varese, avverso un giovane intervenuto per difendere le forze dell’ordine (definite “fasciste” nelle intemerate della rappresentante dell’ANPI), non la dice lunga… la dice tutta!
La sintesi d’una giornata che voleva commemorare gli 80 anni dalla Liberazione dal nazifascismo (25 Aprile) è surreale.
Una commemorazione infarcita di rigurgiti ideologici e condensabile nella spiegazione data dall’esponente dell’ANPI sul senso della Liberazione dal fascismo: “Immaginate di mangiare chicken ogni giorno senza riuscire ad andare in bagno, poi al quinto ecco che finalmente ci riuscite … Questo è il senso della Liberazione dal fascismo”.
Una povertà del linguaggio e del rilievo storico ed ideale!
Ben diverso sarebbe stato ricordare, ad esempio, il monito di Calamandrei: “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”.





