La teocrazia non ammette compromessi
Mi rendo improvvisamente conto di uno dei perché per cui tanta sinistra fa così fatica a vedere il pericolo rappresentato dall’Islam politico.
Ed è una realizzazione che arriva come un tassello che si incastra, improvvisamente, in un quadro che fino a ieri sembrava frammentato.
Se, per anni, hai continuato a ripetere che il personale è politico – che ogni aspetto della vita, dalla scelta del cibo alle relazioni affettive, dalla lingua che usi al modo in cui ti vesti, è intriso di politica – allora, chiaramente, anche la religione è politica.
Non può non esserlo.
Se tutto è politico, allora anche la fede, il culto, la preghiera sono politica. E a quel punto, puoi eccitarti – come “il Manifesto” – perché i musulmani minacciano uno sciopero per ottenere una moschea.
Perché se la religione è politica, allora uno sciopero per una moschea è una rivendicazione politica legittima, non una commistione pericolosa.
Ma è proprio qui che sta l’inganno. È proprio qui che la sinistra si impiglia nelle sue stesse categorie.
Dunque, sarebbe utile – anzi, necessario – smettere di continuare a ripetere questa frase senza senso: no, non tutto è politico.
Ci sono sfere della vita che non sono politiche, che non devono essere politicizzate, che se politicizzate diventano strumenti di potere, non spazi di libertà.
La spiritualità, per esempio, deve restare il tuo spazio tra te e l’Altro – qualunque cosa l’Altro significhi per te: D-o, il trascendente, il mistero, il vuoto.
È un luogo intimo, inviolabile, che non deve essere invaso dalla politica. Perché quando la politica entra in quello spazio, lo deforma, lo strumentalizza, lo svuota. E il risultato naturale di questa invasione è la guerra santa. O, in arabo, il jihad.
Non è una coincidenza. Non è un caso. Se la religione diventa politica, allora il credente non è più solo un credente: è un soldato.
La fede non è più una scelta personale: è un’arma. Il tempio non è più un luogo di preghiera: è un quartier generale.
E chi si oppone a questa visione non è più un dissidente: è un nemico, un infedele, un apostata da combattere.
La sinistra ha passato decenni a politicizzare tutto – il corpo, il desiderio, il linguaggio, il cibo, l’abbigliamento – e ora si trova vulnerabile di fronte a un’istanza religiosa che fa esattamente la stessa cosa, ma con fini opposti.
Perché mentre la sinistra politicizzava per liberare, l’Islam politico politicizza per assoggettare. Mentre la sinistra pensava di abbattere le gerarchie, l’Islam politico ne costruisce di nuove, più dure, più totalizzanti.
E, allora, “il Manifesto” si entusiasma per lo sciopero dei bengalesi, senza capire che sta applaudendo un cortocircuito che porterà alla fine di tutto ciò in cui dice di credere.
Perché se la religione diventa politica, la politica diventa religione. E in una teocrazia, non c’è spazio per la sinistra, non c’è spazio per i diritti, non c’è spazio per la libertà. C’è solo la legge di Allah, interpretata da uomini che parlano in suo nome.
Quindi, è il caso di ripensare quel mantra ed è il caso di riconoscere che non tutto è politico: alcune cose – la fede, la spiritualità, il mistero – devono restare fuori dalla politica, se vogliamo che la politica stessa rimanga un gioco umano, imperfetto, negoziabile.
Perché quando la politica diventa sacra, smette di essere politica. Diventa teocrazia. E la teocrazia non ammette compromessi.





