Alle urne Brasile (25 ottobre), Israele (27 ottobre) e USA (3 novembre)
La tre giorni di fuoco inizia domenica 25 in Brasile.
Il primo turno delle elezioni presidenziali in Brasile si è tenuto il 4 ottobre 2026. Poiché nessun candidato ha raggiunto la maggioranza assoluta dei voti validi al primo turno, la competizione si decide al ballottaggio.
Flávio Nantes Bolsonaro (Liberal Party – PL) ha ottenuto il 47,03% dei voti (56.104.503 voti) e Luiz Inácio Lula da Silva (Workers’ Party – PT) ha ottenuto il 45,16% dei voti (53.879.538 voti).
I sondaggi più recenti pubblicati dai principali istituti demografici in vista del ballottaggio del 25 ottobre 2026 indicano un testa a testa estremamente serrato tra Flávio Bolsonaro e il presidente uscente Luiz Inácio Lula da Silva.
I dati evidenziano un pareggio tecnico costante, con Flávio Bolsonaro in leggerissimo vantaggio numerico nella maggior parte delle rilevazioni, ma ampiamente all’interno del margine di errore.
Voti Validi (esclusi Schede Bianche, Nulle e Indecisi)
AtlasIntel / Bloomberg (19 ottobre): Flávio Bolsonaro 51,1% – Lula 48,9% (distacco in calo rispetto al 52,8% contro 47,2% della settimana precedente).
Ipespe / Abrapel (17 Ottobre): Flávio Bolsonaro 51,2% – Lula 48,8%.
CNT / MDA (16 ottobre): Flávio Bolsonaro 50,5% – Lula 49,5%.
PoderData / AYA (16 ottobre): Flávio Bolsonaro 50,0% – Lula 50,0% (pareggio assoluto).
Datafolha (15 ottobre): Flávio Bolsonaro 51,0% – Lula 49,0%.
Voti Totali (Confronto Diretto / Intenzione di Voto)
Datafolha: Flávio 47% | Lula 45% (Bianche/Nulle 6%, Indecisi 2%).
Ipespe: Flávio 48% | Lula 46% (Bianche/Nulle 3%, Indecisi 3%).
Quaest: Flávio 46% | Lula 44% (Bianche/Nulle 9%, Indecisi 1%).
Palver: Flávio 50% | Lula 49%.
I sondaggi indicano che una quota maggioritaria degli elettori che al primo turno hanno votato per candidati di centro-destra (come Ronaldo Caiado o Augusto Cury) si sta spostando su Flávio Bolsonaro.
Va considerato che il Brasile ha anche votato per Camera e Senato.
Alla Camera dei Deputati il Liberal Party (PL) si è confermato la prima forza parlamentare con 121 seggi (22,79%), seguito dalla Brazil of Hope Federation (FE Brasil) con 88 seggi (14,81%) e dalla Progressive Union Federation con 87 seggi (13,69%). Al Senato Federale il Liberal Party (PL) ha conquistato 19 seggi (28,11%), il Workers’ Party (PT) 6 seggi (13,16%) e il Brazilian Democratic Movement (MDB) 7 seggi (5,73%).
Le elezioni legislative del 4 ottobre 2026 hanno confermato un forte spostamento a destra del Congresso Nazionale, mettendo Bolsonaro e l’alleanza di centro-destra in una posizione di netto vantaggio parlamentare.
Oltre alla forza diretta del PL, la destra e il centro-destra conservatore (incluso il potente blocco del Centrão) controllano complessivamente circa il 56% della Camera dei Deputati e il 62% del Senato.
Quali sono le implicazioni politiche?
In caso di vittoria, Flávio Bolsonaro avrebbe un margine di governabilità molto solido e una maggioranza amica per approvare riforme fiscali, penali o modifiche legislative rilevanti.
In caso di rielezione di Lula da Silva, l’attuale presidente si troverebbe di fronte a un Congresso decisamente ostile e a trazione di centro destra.
Questo lo costringerebbe a difficili e continui negoziati di coalizione e gli esporrebbe al rischio permanente di veto su riforme chiave, manovre di bilancio o nomine giudiziarie.
In Israele la partita è fondamentale per le sorti del Medio Oriente
In una lettera è indirizzata al “grande popolo di Israele” su Truth, Donald Trump esprime il suo “pieno e totale sostegno a Bibi Netanyahu nella sua corsa alla rielezione di primo ministro di Israele” nel corso delle elezioni che si terranno il 27 ottobre.
Il premier israeliano domenica aveva scritto un post su X: “Queste elezioni sono cruciali per il nostro futuro: o la destra o la Palestina. O il nostro forte governo di destra o un governo di sinistra di Eisenkot con i partiti arabi, Yair Golan, Lieberman e Bennett”.
Nel post il capo del Likud lanciava un appello al suo alleato più forte: ”Abbiamo ancora due anni di mandato del mio amico Presidente Trump ed è il tempo necessario per portare a termine i nostri grandi compiti su tutti i fronti”.
I termini del confronto in Israele sono questi e sufficientemente chiari.
Secondo un nuovo sondaggio condotto dal Times of Israel, il partito Yashar, guidato da Gadi Eisenkot, leader dell’opposizione, ha accumulato un vantaggio significativo sul Likud del primo ministro Benjamin Netanyahu, ma nessuno dei due schieramenti dovrebbe ottenere la maggioranza alla Knesset.
Da mesi i sondaggi prevedono una situazione di stallo nelle elezioni del 27 ottobre. Ciò mostrerebbe il blocco dei partiti a guida ebraica che si oppongono al premier con 54 seggi, contro i 49 del blocco pro-Netanyahu, entrambi al di sotto della maggioranza di 61 seggi nella Knesset, (composta da 120 seggi) necessaria a formare un governo.
I partiti arabi otterrebbero 13 seggi mentre i Riservisti, un partito non allineato, ne conquisterebbero quattro. La scorsa settimana, la divisione tra i blocchi “pro” e anti-Netanyahu” era di 55 a 51.
Qualche giorno fa, il Likud ha annunciato di aver siglato un accordo per la ripartizione dei voti residui con il partito di estrema destra “Sionismo Religioso” del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich.
Secondo i sondaggi attuali, sia il Likud che il Sionismo Religioso si attestano ben al di sopra della soglia di sbarramento, con una proiezione rispettivamente di circa 21 e 6 seggi.
Ma sia Smotrich che Ben Gvir (che otterrebbero rispettivamente 8 e 6 seggi) rappresentano quella parte oltranzista del suo governo non gradita alla parte più moderata degli elettori.
Infine gli USA, dove tutto può cambiare, ma non la politica estera
Il 3 novembre negli Stati uniti si vota per le elezioni di medio termine.
Per capire che cosa potrebbe accadere alla politica estera di Donald Trump dopo le elezioni di medio termine del 3 novembre 2026, bisogna distinguere tre questioni: il consenso nazionale, la distribuzione dei seggi nelle due Camere e i poteri che la Costituzione assegna al presidente.
La distinzione decisiva è questa: perdere la Camera dei rappresentanti non equivale a perdere anche il Senato. Nel primo caso Trump incontrerebbe soprattutto ostacoli legislativi, di bilancio e di controllo parlamentare; nel secondo (perdita di Camera e Senato) a questi si aggiungerebbe una maggiore difficoltà nel far confermare ambasciatori, alti funzionari e giudici federali.
Il quadro dei sondaggi al 19 ottobre 2026
La fotografia del Congresso alla vigilia del voto è questa.
Camera dei rappresentanti – 435 seggi complessivi con maggioranza repubblicana molto stretta: 218 repubblicani e 214 democratici.
Due seggi sono vacanti e un indipendente si schiera con i repubblicani.
Senato – 100 seggi. La maggioranza dipende da quattro seggi netti: 53 repubblicani e 47 democratici e indipendenti. I quattro indipendenti si aggregano ai democratici per l’organizzazione parlamentare.
I democratici devono ottenere un guadagno netto di 4 seggi alla Camera e 4 al Senato per conquistare entrambe le Camere, secondo la fotografia parlamentare riportata da Reuters il 19 ottobre.
Gli ultimi dati nazionali disponibili mostrano un vantaggio democratico significativo, ma non sono una previsione diretta dei seggi.
Camera
Immagine sondaggi 544
Le percentuali della tabella provengono da rilevazioni e aggregatori differenti, con campioni e metodi non identici. Per il sondaggio del Washington Post è riportato il margine nazionale, non una ripartizione di voti.
La rilevazione Washington Post – ABC – IPSOS, condotta su 2.545 adulti dal 9 al 13 ottobre, trova inoltre:
33% di approvazione del lavoro di Trump fra gli adulti e 66% di disapprovazione;
fra gli elettori registrati e probabili, un vantaggio democratico di 8 punti nel voto congressuale;
il 58% degli elettori registrati preferisce un Congresso democratico che faccia da contrappeso a Trump, contro il 39% che preferisce un Congresso repubblicano a sostegno della sua agenda;
il 65% considera un errore l’intervento militare contro l’Iran e il 68% disapprova la gestione dei rapporti con gli alleati.
Sono dati importanti per la politica estera, ma vanno letti con una cautela: un giudizio negativo su una guerra non si traduce automaticamente in un voto democratico, così come un vantaggio nel voto nazionale non garantisce un numero equivalente di seggi.
Senato: qui il quadro è più incerto
Il Senato è diverso dalla Camera perché si vota soltanto su una parte dei seggi e ogni Stato costituisce una competizione autonoma. Il vantaggio nazionale democratico può quindi non bastare.
Il Cook Political Report, aggiornando le sue valutazioni il 16 ottobre, mostra un Senato con numerosi seggi già relativamente sicuri per le due parti, ma con un gruppo ristretto di competizioni decisive.
La sua analisi del 23 settembre descriveva il controllo della Camera alta come sostanzialmente in equilibrio e indicava un intervallo possibile di guadagni democratici da uno a cinque seggi.
La distinzione essenziale è che il voto nazionale misura il clima politico, mentre per il Senato occorre contare i risultati di un piccolo insieme di Stati competitivi. Anche una serata elettorale favorevole ai democratici alla Camera potrebbe non bastare a consegnare loro la Camera alta.
Che cosa cambierebbe per la politica estera di Trump?
Il punto costituzionale centrale è che il presidente americano conserva ampi poteri esecutivi in politica estera anche quando il Congresso è controllato dall’opposizione.
Il Congresso, però, controlla i finanziamenti, può autorizzare o limitare l’uso della forza, esercita la supervisione sull’esecutivo e il Senato ha poteri di conferma sulle nomine e sui trattati.
Scenario A – I repubblicani perdono soltanto la Camera
Controllo legislativo diviso – Trump manterrebbe il sostegno del Senato repubblicano, mentre i democratici controllerebbero la Camera, le sue commissioni e la relativa agenda.
Effetti sulla politica estera
Ucraina e Russia: Trump conserverebbe ampio spazio per trattative dirette, iniziative diplomatiche e decisioni esecutive. La Camera democratica potrebbe contestare la sua linea, chiedere documenti e testimonianze e cercare di condizionare i fondi destinati all’assistenza militare. Non potrebbe però, da sola, imporre una strategia alternativa.
NATO ed Europa: la Camera potrebbe contestare eventuali riduzioni del sostegno agli alleati o chiedere garanzie legislative. Il presidente conserverebbe comunque una notevole capacità di negoziare con gli alleati e di modificare il tono e le priorità della diplomazia americana.
Iran e Medio Oriente: aumenterebbero le audizioni sull’impiego della forza, sui costi delle operazioni e sui rapporti con Israele e gli altri partner regionali. Le iniziative per limitare le operazioni militari incontrerebbero però l’ostacolo del Senato repubblicano e, in caso di legge approvata da entrambe le Camere, del veto presidenziale.
Cina e commercio: la Camera potrebbe indagare sugli effetti dei dazi e contestare alcune scelte economiche internazionali, ma avrebbe difficoltà a trasformare le critiche in una modifica legislativa vincolante.
La linea estera di Trump potrebbe proseguire, sebbene con più attriti.
Scenario B – I repubblicani perdono Camera e Senato
Controllo democratico del Congresso
I democratici controllerebbero entrambe le Camere, compresi i presidenti delle commissioni e la programmazione dei lavori. Trump conserverebbe comunque la presidenza e il potere di veto.
Effetti sulla politica estera
Ucraina e Russia: il Congresso potrebbe diventare un centro di opposizione alla politica di Trump verso Mosca. Potrebbe cercare di vincolare l’impiego di fondi, imporre obblighi di rendicontazione e promuovere nuove misure di sostegno a Kiev. Per diventare legge, tuttavia, le iniziative dovrebbero superare l’iter parlamentare e l’eventuale veto presidenziale.
NATO ed Europa: aumenterebbero le possibilità di iniziative bipartisan o democratiche per rendere più difficile un disimpegno americano dagli impegni atlantici. Una legge approvata dal Congresso potrebbe limitare alcune opzioni del presidente, ma non ogni dichiarazione o decisione diplomatica sarebbe automaticamente bloccata.
Iran e Medio Oriente: il Congresso potrebbe sottoporre le operazioni militari a un controllo più severo, cercare di limitare finanziamenti e autorizzazioni e imporre nuove condizioni alla conduzione della guerra. Il risultato concreto dipenderebbe dal testo delle leggi, dai voti disponibili e dal potere di veto.
Nomine e diplomazia: il Senato potrebbe ritardare o respingere nomine di ambasciatori e alti funzionari, ostacolando il ricambio del personale diplomatico e della sicurezza nazionale. Questo sarebbe uno dei poteri più tangibili in mano all’opposizione.
Cina, dazi e sanzioni: si aprirebbe un conflitto più intenso sull’uso dei dazi, sulle restrizioni commerciali e sulla gestione dei rapporti con Pechino. Il Congresso avrebbe strumenti legislativi e di bilancio, ma non potrebbe sostituirsi automaticamente al presidente nelle trattative quotidiane.
Non tutte le intese internazionali sono trattati costituzionali. Molti accordi vengono conclusi attraverso altri strumenti giuridici, e il presidente può condurre negoziati diplomatici senza dover ottenere preventivamente un voto del Senato su ogni passaggio.
Inoltre, se il Senato risultasse diviso 50 – 50, il vicepresidente JD Vance potrebbe esprimere il voto decisivo nelle votazioni in cui la Costituzione gli attribuisce tale facoltà. Una divisione perfetta, quindi, non comporterebbe necessariamente il passaggio del controllo ai democratici.
Che cosa osservare da qui al 3 novembre
Per seguire gli sviluppi senza confondere il clima nazionale con i risultati attesi nei singoli Stati, terrei sotto osservazione quattro indicatori:
Il margine democratico nel voto nazionale per il Congresso. Un vantaggio persistente è un indicatore del clima politico, non una conversione automatica in seggi.
I sondaggi nei collegi competitivi della Camera. Sono più direttamente collegati alla composizione della maggioranza.
Le gare per il Senato. Maine, Texas, Ohio, North Carolina, Iowa e Georgia sono fra i punti da seguire con particolare attenzione.
Quale sarebbe l’effetto sulla strategia di Trump?
La conseguenza più importante, quindi, non sarebbe necessariamente un’immediata inversione della linea verso Mosca, Kiev, la NATO o la Cina.
Sarebbe una maggiore difficoltà nel trasformare le decisioni presidenziali in una strategia sostenuta da leggi, finanziamenti e personale confermato dal Senato.
Per valutare quanto questo possa incidere davvero, bisognerà guardare non soltanto a chi vince, ma anche all’ampiezza delle maggioranze e alla disponibilità di singoli senatori a collaborare con la Casa Bianca.





