E la sinistra parla di un vulnus alla libertà di stampa
Povero Ranucci. Le prefiche lo piangono, la sinistra parla di un vulnus alla libertà di stampa.
Ma di quale libertà stiamo parlando?
Della libertà di intervistare un uomo per cinquanta minuti e mandarne in onda otto secondi?
Della libertà di dire a chi chiede la diretta “non è il nostro metodo”?
Della libertà di aprire la prima serata con un’accusa e relegare l’assoluzione, quando arriva, in un trafiletto?
Perché la deontologia, questo, lo impone. In caso di assoluzione o proscioglimento bisogna darne notizia con “appropriato rilievo”.
Appropriato. Non la prima serata per l’accusa e il trafiletto per chi viene scagionato.
E non è teoria. Il caso Eni-Nigeria: quindici imputati, quindici assoluzioni perché il fatto non sussiste, Paolo Scaroni compreso, lo stesso a cui era stata negata la diretta.
Enoteca d’Italia: tutti assolti, dodici anni dopo la puntata d’accusa. Lo ha ricostruito, caso per caso, un giornale garantista come Il Foglio. L’accusa occupa un’ora di prima serata. L’assoluzione, venti secondi.
Lo afferma anche Piero Sansonetti, uomo di sinistra, che annovera nel suo curriculum la direzione di Liberazione quotidiano di Rifondazione Comunista e dell’Unità, il giornale di Gramsci.
Report, ha detto in TV, non era grande giornalismo d’inchiesta. Era “un luogo fondamentalmente di linciaggio”. L’inchiesta la facevano Bocca e Pansa: si andava sui posti, si sudava, si capiva e poi si raccontava.
Il resto lo descrive come il giornalismo delle buste gialle. Nel suo racconto le carte arrivano dai magistrati o dai servizi, il cronista le copia e ci fa lo scoop. Ai suoi tempi chi lo faceva non era considerato un giornalista. Oggi è il presidio della democrazia.
C’è poi Vincenzo De Luca, che di sinistra lo è stato da governatore della Campania e da sindaco di Salerno. Lui usa una parola più pesante: “camorrismo giornalistico”. E porta la sua esperienza.
Un inviato di Report, ai tempi di Gabanelli, va a intervistarlo. Chiede di essere avvertito prima che parta la registrazione. La telecamera invece gira già e ne spunta pure una seconda, nascosta.
Trenta minuti di intervista ridotti a trenta secondi. Per difendersi, dovette piazzare una terza telecamera e mettere l’integrale sul sito del Comune.
Due uomini di sinistra, a distanza di anni, raccontano lo stesso metodo. Quando a smontare il mito sono loro, il coro dovrebbe rispondere nel merito. Invece, tace e piagnucola.
De Luca ci mette anche la spiegazione e cita Piero Gobetti, il giovane liberale ucciso dai fascisti. “La logica del moralismo è sempre utilitaria”. Non la moralità. Il moralismo.
Per lui chi si erge a portatore di verità divina non ha la morale. Ha l’interesse: il narcisismo, la carriera, lo scoop. Sulla pelle degli altri.
Le vicende di Ranucci le conoscono anche i paracarri e non è di quelle che voglio scrivere. L’amico faccendiere, la bomba che secondo l’accusa era una messinscena, il libro. Basta.
Voglio scrivere di una parola. Libertà.
Perché c’è una domanda che nessuno, nel coro da tragedia greca, si pone. Chi è l’editore di Report?
Un editore privato rischia i propri soldi. Deve convincere il pubblico e gli inserzionisti, ogni giorno, o chiude.
La Rai no. Ha un editore solo e siamo tutti noi. Novanta euro l’anno in bolletta, per legge. Che ci piaccia o no, grazie a Matteo Renzi. Un gettito che sfiora i due miliardi. Chi ha un televisore non può disdire.
E chi paga, in maggioranza, ha pure votato contro quella linea. Il servizio pubblico di tutti trasformato nell’house organ di una parte, mantenuto dai soldi anche dell’altra. Non è libertà di stampa. È una fazione mantenuta da tutti, compresi i suoi bersagli.
E i bersagli erano sempre gli stessi. È normale che il cane da guardia morda chi comanda, si dirà. Ma a sinistra ringhiava, a destra azzannava.
Secondo i conti di Fratelli d’Italia, messi nero su bianco perfino in una lettera alla Commissione europea, tra il 2022 e il 2026 il 43,5% delle inchieste ha riguardato il governo, il partito della premier o i suoi esponenti.
Fino alle sorelle.
Arianna, quella della premier, indiziata in prima serata per aver incrociato nella sede del suo partito un membro del Garante della Privacy. Nessun illecito, nessun fascicolo.
E la sorella del ministro Giuli, costretta a raccontare in pubblico la malattia di un figlio per difendersi da una fonte anonima.
Al Partito democratico sette servizi in quattro anni. Al Movimento Cinque Stelle uno solo. Numeri mai contestati nel merito. La replica è stata che in trent’anni nessuno ha mai sanzionato Report. Non è una risposta, è un alibi.
Un cane da guardia non sceglie il cortile. Report ne sorvegliava uno solo e lo guardava un pubblico sempre uguale. Per me una tifoseria in cerca di conferme, non di notizie. Che fa rumore per dieci.
Guardiamo il quadro della TV d’assalto.
Striscia la Notizia è sparita dai palinsesti. Le Iene, che facevano tre milioni e mezzo di spettatori, oggi ne fanno un terzo.
Il giornalismo dello scandalo obbligatorio il pubblico lo ha già lasciato ovunque. Ovunque tranne dove lo tiene in vita il canone. Report è l’ultimo esemplare di una specie estinta.
Gli altri, esposti al mercato, hanno pagato il conto. Lui no, perché il conto lo paghiamo noi.
Ecco perché non riesco a piangere.
Non si spegne Report. Report continua, con altri due conduttori, la stessa redazione, la stessa prima serata. Si spegne l’era Ranucci.
E, allora, dove sono il bavaglio e la libertà negata se il programma d’inchiesta resta esattamente dov’era?
E Ranucci? Niente passi di lato. Lui reagisce. Manda gli avvocati, contesta la rimozione, pretende fatti, atti, documenti, il nome di chi ha deciso.
Chiede garanzie. Chiede il rispetto della sua reputazione. Chiede, in una parola, tutto ciò che il suo programma non ha mai concesso a nessuno. Il codice, per lui, vale. Per gli altri valeva il montaggio.
E ha ragione a chiederlo. È questo il punto. Quelle garanzie sono sacrosante. Ma allora erano sacrosante anche ieri, per chi finiva nel suo mirino.
E poi ci sono i paragoni. Per difendere una conduzione, quest’uomo si è messo in fila con i morti della Repubblica.
In un post ha tracciato il filo che lega Moro a Piersanti Mattarella e Mattarella a Falcone e Borsellino. Uomini, ha scritto, che la storia italiana uccide “per eccesso di chiarezza”.
Lui. Il campione del taglio e del montaggio, arruolato tra i martiri della limpidezza.
Poi ha aggiunto Regeni: spostarlo al Cairo, ha detto, significherebbe volerlo morto come quel ragazzo torturato davvero.
Moro, Mattarella, Falcone, Borsellino, Regeni. In due settimane, tutti i martiri disponibili.
Il figlio di Paolo Borsellino, con una classe che a Ranucci difetta, ha commentato che avvicinarsi a quei giganti è problematico per chiunque.
Ecco di quale libertà stiamo parlando. La libertà di drappeggiarsi addosso i lutti di una Nazione per non lasciare una scrivania.
Ai sostenitori, infine, un consiglio: non disperatevi troppo.
Ranucci troverà di sicuro un Bonelli qualunque pronto a candidarlo. È un copione già visto: prima il martire, poi il seggio. E stavolta nemmeno serve la bomba.
Non muore un presidio di democrazia.
E l’unico attentato, in questa storia, resta quello che il suo amico fraterno ha confessato di avergli organizzato davanti casa. Per fargli un favore, sostiene lui. Ranucci, per gli inquirenti, non ne sapeva nulla.
Quello era un attentato. Cambiare il conduttore di Report no, non lo è.





