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Sapere non è comprendere: l’illusione di Bonaccini – e non solo

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Sapere ed Essere

Crediamo che la cultura basti a comprendere il mondo. Senza evoluzione interiore, senza saper Essere, però, siamo e restiamo ciechi. Il rischio è scambiare nozioni, dati e attestati per comprensione

Al di là delle solite schermaglie da tifoseria cui, ahinoi, una certa politica ci sta abituando, ringraziamo il Bonaccini poiché le sue improvvide esternazioni e i millemila commenti che stanno generando hanno permesso a un’illusione enorme, silenziosa e pervasiva di venire a galla in tutta la sua infondatezza e pericolosità.

Parliamo di un dogma incrollabile su cui abbiamo costruito l’intera società moderna: l’idea che studiare, accumulare nozioni o collezionare attestati renda le persone automaticamente capaci di comprendere la realtà.

Crederlo è forse il più grande e pericoloso malinteso del nostro tempo.
Pur facendo parte della schiera di strenui sostenitori dello studio e della formazione continua, ci tocca un compito infausto: notare che tutti noi siamo stati educati a considerare la mente come un contenitore.

Siamo convinti che la conoscenza funzioni come l’acqua versata in una tanica: più informazioni, libri, attestati, articoli e dati vi introduciamo, più la nostra visione del mondo diventerà limpida, corretta e profonda.

Eppure, basta guardarsi attorno per vedere il fallimento strutturale di questo paradigma.

E il motivo di tale fallimento è piuttosto semplice: stiamo confondendo l’accumulo di nozioni e dati con la capacità di comprendere.

La cultura, più o meno accademica, da sola, non salva. Aumenta semplicemente l’erudizione.

Se una mente è mossa dalla paura, dall’arroganza o dal bisogno di approvazione, l’istruzione non farà altro che fornirle strumenti più raffinati per giustificare le proprie paure, la propria arroganza e il proprio bisogno di approvazione.

La cultura, usata in tal modo, non serve a sciogliere le catene mentali, anzi, le placca d’oro.

Per spezzare questo inganno e per spiegarlo in maniera relativamente chiara è utile recuperare un’intuizione straordinaria introdotta nella prima metà del Novecento dal filosofo Georges I. Gurdjieff all’interno del pensiero della cosiddetta Quarta Via.

Gurdjieff spiegava che lo sviluppo umano non è un processo a una sola dimensione, ma richiede l’evoluzione parallela di due fattori ben distinti che raramente avanzano di pari passo: il Sapere e l’Essere.

Il Sapere è la dimensione orizzontale. È il patrimonio di dati, informazioni, teorie, competenze e diplomi che accumuliamo nel tempo. È la nostra memoria d’archivio, la nostra biblioteca personale che custodiamo nella testa.

L’Essere è la dimensione verticale. È il nostro livello di maturità interiore, la qualità della nostra attenzione, il grado di presenza a noi stessi, la capacità di governare le nostre emozioni e, soprattutto, il nostro livello di emancipazione dagli automatismi mentali.

Ecco il passaggio chiave che in pochi comprendono: la vera Comprensione non equivale al Sapere. La Comprensione è il punto d’incontro, il risultato dell’equilibrio tra Sapere ed Essere.

Se il nostro Sapere cresce a dismisura – studiamo, accumuliamo nozioni, ci informiamo continuamente – ma il nostro livello di Essere rimane ad uno stadio primitivo, rigido e meccanico, la nostra capacità di comprendere la realtà non crescerà di un millimetro.

Semplicemente, utilizzeremo quell’ingente mole di informazioni per fertilizzare – e confermare – ciò che già credevamo prima.

Diventeremo solo più sofisticati nell’inevitabile cortocircuito, più abili nel manipolare le parole per aver ragione e più sordi alle ragioni altrui.

Questo squilibrio strutturale tra quello che sappiamo e ciò che siamo produce la più sottile e tragica delle illusioni quotidiane: la convinzione di condividere un linguaggio comune.

Poiché usiamo le stesse parole definite nello stesso vocabolario, diamo per scontato che pronunciando termini come “libertà”, “giustizia”, “rispetto” o “democrazia”, l’altro stia intendendo esattamente ciò che intendiamo noi.

Nulla di più falso e fuorviante.

La realtà è che nessuno di noi ascolta o parla in modo neutrale. Ciascuno decodifica le parole e gli eventi del mondo attraverso i filtri del proprio livello di Essere.

Un esempio?

Un individuo dominato dal bisogno di controllo tradurrà la parola “sicurezza” come la necessità di erigere muri e punire mentre un altro individuo dominato dalla paura del conflitto tradurrà la stessa parola come la necessità di compiacere tutti ed evitare gli scontri.

Entrambi leggono gli stessi giornali, magari hanno lo stesso titolo di studio, vivono, però, in due universi psicologici del tutto inaccessibili l’uno all’altro.

Crediamo di dialogare, ma stiamo soltanto preparando un’enorme millefoglie indigesta fatta di stratificazioni di monologhi interiori.

Non comprendiamo la persona che abbiamo di fronte – che sia il nostro partner, un collega di lavoro o un politico alla televisione – e, di conseguenza, le dinamiche che muovono il mondo in cui viviamo ci sfuggono.

Per evitare che queste riflessioni rimangano soltanto un altro strato di “sapere teorico” da archiviare nella nostra biblioteca personale, ecco tre piccoli test pratici per valutare direttamente sul campo la nostra capacità di ascolto e il nostro vero livello di reattività automatica.

1. L’esercizio della pausa prima di reagire – La prossima volta che leggeremo un post sui social o ascolteremo una dichiarazione politica che ci fa salire il sangue al cervello, imponiamoci di non rispondere, non commentare e non giudicare per almeno due minuti.

Osserviamo il prurito interiore che ci spinge ad arrabbiarci, dare ragione o prendere le distanze. Chiediamoci: “Sto comprendendo davvero il contesto e il punto di vista dell’altro o sto semplicemente reagendo come in un riflesso pavloviano?”

2. L’ascolto privo di “traduzione immediata” – Quando parliamo con qualcuno che sostiene un’idea opposta alla nostra, proviamo ad ascoltarlo evitando di preparare mentalmente la nostra contro-replica prima che abbia terminato di esporre la propria visione.

Cerchiamo di disattivare l’interprete simultaneo, sempre attivo nella nostra testa, che incolla senza posa le etichette “ha ragione” o “ha torto”. Noteremo quanto sia faticoso e quanto poco siamo abituati ad accogliere l’altro senza filtri.

3. La verifica del significato condiviso – Durante una discussione, al lavoro, con gli amici o in famiglia, facciamo una pausa e chiediamo sinceramente al nostro interlocutore: “Quando usiamo questa parola, tu cosa intendi esattamente?”. Le risposte, quasi sempre, sono letteralmente sconvolgenti.

E, ora, ci permettiamo una provocazione. Siamo abituati all’idea che per guidare un’auto o una barca serva una patente, un esame di teoria e una prova pratica per dimostrare di essere lucidi, competenti e capaci di non provocare e prevenire incidenti.

Per votare, decidere le sorti di una comunità o governare un Paese, invece, ci basta aver compiuto diciotto anni e possedere un documento d’identità valido.

E se, anziché valutare candidati ed elettori in base a programmi, chiacchiere, promesse o aspettative personali, introducessimo un “esame di livello dell’Essere”?

Un test attitudinale per misurare il grado di presenza interiore, la capacità di ascolto e il livello di libertà dai propri condizionamenti prima di consegnare nelle mani di qualcuno una scheda elettorale.

Quanti voterebbero?

Ovviamente è una provocazione ironica (o forse no).

Ma nell’attesa che qualche illuminato inventi la “patente per il senso critico”, non ci resta che allenarci da soli: proviamo ad applicare gli esercizi per un paio di giorni.

Potremmo scoprire che il mondo, là fuori, è molto diverso da come il nostro ego ci ha sempre raccontato che fosse.

Autore

  • Mariarosaria Murmura

    Maria Rosaria MurmuraMariarosaria Murmura abita comunicazione e formazione come ponti verso l'essenziale, promuovendo una consapevolezza che attinge alle radici dell'umano. Autore di narrativa e saggi, dedica la sua ricerca alle Tradizioni e alle Vie iniziatiche, temi che approfondisce in seminari e conferenze.

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