Home Politica estera Power of Siberia 2, il gasdotto che può disegnare una nuova Eurasia

Power of Siberia 2, il gasdotto che può disegnare una nuova Eurasia

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Power of Siberia 2

La nuova geografia del potere si costruisce anche nelle infrastrutture

Il 31 agosto 2026, a Bishkek, in Kirghizistan, si è aperto il vertice della Shanghai Cooperation Organisation, lo SCO; sul tavolo, l’argomento centrale e più strategico dell’incontro bilaterale tra Vladimir Putin e Xi Jimping è il Gasdotto Power Siberia 2.

La Russia spinge fortemente per sbloccare lo stallo commerciale dell’infrastruttura energetica, focalizzandosi sui seguenti nodi critici: sostituire definitivamente il mercato europeo perso dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, reindirizzando verso Pechino il gas estratto dai giacimenti artici della penisola di Yamal.

Per Xi Jinping il progetto rappresenta un’ottima opportunità per diversificare gli approvvigionamenti energetici e ridurre la dipendenza dal gas naturale liquefatto (GNL) trasportato via mare da Paesi vicini al blocco statunitense.

Pechino non ha fretta e negozia da una posizione di forte vantaggio contrattuale.

L’infrastruttura merita di essere osservata anche da noi con particolare attenzione.

Il Power of Siberia 2 è un grande progetto di gasdotto destinato a collegare i giacimenti russi della penisola di Yamal, che significa fine del mondo, nella Russia siberiana nord occidentale nel Mar di Kara, all’interno dell’Oceano Artico, e si collega alla Cina attraverso la Mongolia.

Il progetto entrerà nei colloqui e non si tratta di un progetto formalmente “della SCO”, ma il fatto che venga portato al centro dell’incontro bilaterale tra i leader russo e cinese nel contesto del vertice ne sottolinea il peso strategico.

Il Power of Siberia 2 non nasce semplicemente per vendere più gas alla Cina, ma dall’incrocio di due esigenze strategiche: da una parte, la Russia deve riconfigurare le proprie esportazioni energetiche dopo la drastica riduzione del mercato europeo; dall’altra, la Cina vuole aumentare la sicurezza e la diversificazione dei propri approvvigionamenti energetici, riducendo l’esposizione alle rotte marittime e ai relativi punti di vulnerabilità.

Il progetto prevede una capacità fino a 50 miliardi di metri cubi l’anno e un tracciato di circa 2.600 chilometri, dalla Russia alla Cina settentrionale attraverso la Mongolia. C’è, poi, un elemento geografico che rende il progetto ancora più significativo.

Il Power of Siberia 2 parte dalla penisola di Yamal, nel cuore della Siberia artica, affacciata sul Mar di Kara, e porta verso sud le risorse energetiche di quella regione fino alla Cina attraverso la Mongolia. È una direttrice che collega fisicamente l’Artico russo al cuore industriale asiatico.

In questo senso, il gasdotto non va considerato isolatamente, fa parte di una più ampia trasformazione della geografia energetica eurasiatica, nella quale Yamal, la Northern Sea Route, i progetti LNG artici e i corridoi terrestri verso la Cina possono diventare componenti di una stessa architettura.

Se la Rotta del Mare del Nord apre una direttrice marittima dall’Artico verso l’Asia, Power of Siberia 2 ne costruisce una parallela sulla terraferma, una linea energetica permanente fra le risorse dell’Artico russo e il mercato cinese.

Yamal è già uno dei grandi nodi della strategia energetica russa nell’Artico; lì si concentrano importanti produzioni di gas e progetti LNG, mentre, più a nord, passa la Northern Sea Route.

La cooperazione russo-cinese nell’Artico comprende, infatti, contemporaneamente, Yamal LNG, Arctic LNG 2 e lo sviluppo della Rotta del Mare del Nord, la cosiddetta Polar Silk Road nella terminologia cinese.

Quindi, possiamo leggere Power of Siberia 2 come un collegamento fra due geografie strategiche:
l’Artico russo → la Siberia → la Mongolia → la Cina.

Per Mosca è una nuova direttrice di esportazione verso Oriente. Per Pechino, è una nuova direttrice di approvvigionamento terrestre.

Ma un grande gasdotto è anche un’infrastruttura geopolitica che collega per decenni giacimenti, reti energetiche, investimenti, industrie e mercati e crea un’interdipendenza fisica che non può essere modificata rapidamente.

Una volta costruita, un’infrastruttura di questo tipo produce una geografia, stabilisce da dove passa l’energia, verso quali mercati si dirige e quali Paesi diventano nodi necessari di quella relazione.

Il Power of Siberia 2 avrebbe inoltre una caratteristica strategicamente importante, sarebbe una connessione terrestre.

Per la Cina significa aggiungere una fonte di gas che non dipende dal trasporto marittimo e dai grandi checkpoint attraverso cui passa una parte rilevante del commercio energetico globale.

Per la Russia significa, invece, consolidare una direttrice asiatica proprio mentre il vecchio sistema di esportazione verso l’Europa si è profondamente ridimensionato.

È qui che il progetto assume un significato che va oltre il rapporto Russia – Cina.

La sua eventuale realizzazione si inserirebbe, infatti, nella progressiva costruzione di una rete eurasiatica fatta di energia, ferrovie, porti, corridoi commerciali, infrastrutture digitali e sistemi finanziari.

La SCO è uno dei luoghi politici nei quali questa evoluzione viene discussa, ma la sua vera dimensione si misura soprattutto nelle infrastrutture che collegano fisicamente gli Stati membri e i loro partner. È una competizione diversa da quella tradizionale.

Non riguarda soltanto il controllo di un territorio, di una base militare o di una risorsa, riguarda il controllo dei flussi: energia, merci, capitali, dati e tecnologia.

Ed è per questo che il Power of Siberia 2 va osservato anche nella prospettiva della sicurezza.

Le infrastrutture energetiche di lungo periodo contribuiscono alla resistenza strategica degli Stati. Una rete terrestre può modificare le dipendenze energetiche, ridurre alcune vulnerabilità marittime e creare nuovi interessi comuni lungo il proprio percorso.

Nel caso del Power of Siberia 2, inoltre, la presenza della Mongolia introduce un terzo attore in una connessione che unisce due delle maggiori potenze eurasiatiche.

La scelta della direttrice, dunque, conta quasi quanto il gas che vi scorrerà.

Russia e Cina non stanno affrontando il progetto da posizioni perfettamente simmetriche.

Mosca ha un interesse particolarmente forte a trovare nuovi sbocchi per il proprio gas, mentre Pechino può negoziare disponendo di un portafoglio energetico molto più diversificato.

È anche per questo che il progetto è rimasto per anni oggetto di trattative, con questioni economiche e, soprattutto, di prezzo ancora determinanti.

Il gasdotto non racconta soltanto l’avvicinamento tra Russia e Cina, ma la crescente asimmetria del loro rapporto: Mosca ha bisogno del mercato asiatico più di quanto ne avesse bisogno quando l’Europa rappresentava il principale sbocco del gas russo; Pechino, invece, può utilizzare la propria posizione di domanda per negoziare condizioni più favorevoli.

Se l’accordo verrà definitivamente chiuso e il Power of Siberia 2 verrà costruito, non avremo semplicemente un altro gasdotto tra Russia e Cina.

Avremo una nuova linea fisica attraverso la quale una parte dell’energia siberiana verrà orientata stabilmente verso l’Asia: la vera questione strategica.

Non domandiamoci se la SCO stia diventando un blocco antioccidentale, troppo semplice e, soprattutto, non tenga conto delle profonde divergenze esistenti fra i suoi membri, a partire da Cina e India.

Osserviamo che mentre le architetture occidentali cercano di consolidare le proprie reti energetiche, logistiche, tecnologiche e finanziarie, sta emergendo in parallelo una rete eurasiatica capace di organizzare una parte crescente dei propri flussi attraverso infrastrutture alternative.

Il Power of Siberia 2 è uno dei casi più concreti attraverso cui osservare questa trasformazione.

Gli equilibri geopolitici possono cambiare rapidamente. Le dichiarazioni dei governi possono cambiare ancora più rapidamente.

Le infrastrutture, invece, hanno una memoria molto più lunga. Un gasdotto progettato per funzionare per decenni non è soltanto un collegamento energetico: è una scelta geografica, economica e strategica.

Ed è forse questa la cosa più importante da osservare oggi, mentre a Bishkek si riuniscono i leader della SCO.

La nuova geografia del potere non si costruisce soltanto nei vertici internazionali si costruisce nelle infrastrutture.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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