I provvedimenti relativi a Covid-19 e le loro tragiche conseguenze
Questi articoli sono tratti dal dossier steso da Silvano Danesi nell’anno più buio del Covid. Dossier che si concluso il 30 luglio 2020.
La strage degli anziani
Facciamo ora un ampio inciso sulla strage degli anziani.
Le case di riposo sono luoghi di concentrazione e di promiscuità di persone anziane non autosufficienti e, in molti casi, affette da patologie debilitanti. Non solo. In molte case di riposo sono presenti nuclei Alzheimer.
È del tutto evidente, in presenza di una pandemia da Covid, che le case di riposo dovevano essere i primi presidi sanitari e assistenziali da mettere in allerta, affinché provvedessero a predisporre le misure necessarie a evitare i contagi.
La domanda che sorge è: “Per quale motivo, nonostante il Ministero della Salute abbia emanato una circolare riguardante il Coronavirus il 12 gennaio e il Governo abbia dichiarato il 31 gennaio lo stato d’emergenza, non si è provveduto a disporre misure specifiche riguardanti le case di riposo, affinché gli ospiti e gli operatori fossero messi in sicurezza?”.
A disastro fatto si aprono inchieste cercando i colpevoli. Non è escluso che ci siano state responsabilità specifiche delle gestioni delle strutture e delle Regioni, ma il vero colpevole è il Governo, che non ha saputo prevenire.
Questo Governo, che continua a praticare la logica della repressione e della punizione, non ha saputo, per colpevole inerzia e incapacità manifesta, prevenire un disastro che poteva essere previsto, essendo il Ministero della Salute a conoscenza della situazione delle case di riposo, della loro dislocazione e concentrazione territoriale e delle regole che presiedono al loro funzionamento. La strage degli anziani ospiti delle case di riposo è una strage annunciata e non evitata.
La questione riguarda l’Italia, ma non solo.
In cinque paesi europei oltre la metà delle morti associate a Covid-19 sono avvenute nelle case di riposo.
Nelle residenze sanitarie assistenziali di Italia, Francia, Spagna, Belgio e Irlanda il Coronavirus si è mosso velocemente, approfittando della debolezza dei suoi ospiti.
A certificarlo sono i dati di uno studio pubblicato dall’International Long-Term Care Policy Network (https://ltccovid.org/2020/04/12/mortality-associated-with-covid-19-outbreaks-in-care-homes-early-international-evidence/) , un gruppo di ricerca accademico che fa parte della London School of Economics.
I dati mostrano che oltre il 42 per cento dei decessi associati al Coronavirus – fino a raggiungere il picco del 57 per cento per la Spagna – si è verificato nelle case di riposo.
Per quanto riguarda l’Italia, secondo i calcoli e le indagini effettuate dai ricercatori, fino al 6 aprile 2020 le morti confermate per Covid-19 avvenute nelle strutture residenziali e sociosanitarie sono state 9509, il 53 per cento dei decessi totali.
Una tendenza simile è stata registrata in Spagna, dove fino all’8 aprile 2020 si contavano 9756 decessi legati alla pandemia nelle case di riposo, il 57 per cento del totale. Sono le percentuali più alte, insieme a quella irlandese (il 54 per cento).
Lo studio condotto da Adelina Comas-Herrera (CPEC, LSE) ed Joseba Zalakain (SIIS) fa notare che “i dati provengono da fonti diverse e quindi non sono comparabili”.
Questo perché le statistiche ufficiali non sono disponibili in ogni stato e quindi in alcuni casi i ricercatori hanno dovuto raccogliere informazioni dalla stampa. Inoltre, “il metodo seguito per registrare i decessi associati al Ccovid-19 nelle case di riposo (e la definizione stessa di casa di riposo) varia tra i paesi e tra le regioni di uno stesso Paese”.
Il quadro mostra un fatto evidente: anni di teorie e pratiche liberiste e di tagli alla spesa sanitaria e assistenziale hanno ridotto il welfare al lumicino, mettendo a rischio la salute e la sicurezza delle persone. La politica ormai pluridecennale dell’Unione Europea mostra qui la sua faccia peggiore, in quanto è il volto feroce della logica finanziaria e calvinista.
Le case di riposo in Italia
Per quanto riguarda l’Italia, come scrivono i ricercatori dell’International Long-Term Care Policy Network, “tra il 1° febbraio e il 6 aprile, ci sono stati in generale 3.859 decessi nelle case di riposo che hanno risposto: circa l’8,6 per cento degli ospiti. C’erano anche differenze regionali, dal 13,1 per cento della Lombardia al 7 per cento del Veneto.
Su un totale di 4.692 case di riposo presenti sul territorio nazionale, quelle pubbliche o convenzionate sono 2.399, pari al 48,87% del totale. Il ché significa che 2.293 case di riposo non sono convenzionate con le Regioni.
Le normative regionali sono diverse tra di loro, ma, in ogni caso, per aprire una casa di riposo è necessaria l’autorizzazione regionale, che prevede degli standard minimi.
Successivamente una casa di riposo autorizzata e non convenzionata può chiedere l’accreditamento, elevando gli standard, al fine di ottenere poi la contrattualizzazione (convenzione), con la conseguenza che la Regione di appartenenza sostiene in parte le spese.
Tutte le case di riposo sono vigilate dalle Regioni. Non sfugge, tuttavia, la differenza di standard tra autorizzate, accreditate e convenzionate.
Le 2.293 case di riposo non contrattualizzate, conseguentemente, potrebbero avere degli standard minimi.
Qui va sottolineato un problema essenziale: gli standard dovrebbero essere uguali per tutte le strutture.
Delle 2.399 case di riposo pubbliche o convenzionate, 1.534 sono nelle regioni del Nord Italia, pari al 63,9%. (vedi tabella sottostante).
È del tutto evidente che, in considerazione del formarsi di focolai in Lombardia e Veneto e della concentrazione delle case di riposo nelle due regioni, il numero dei morti è in ragione del numero di case di riposo e di residenti nelle stesse.
La Lombardia, da sola, rappresenta il 28,22% delle case di riposo pubbliche o convenzionate e il Veneto il 21,71%. Le due regioni rappresentano insieme il 49,98% delle case di riposo pubbliche o convenzionate dell’intero Paese.

La fonte dello studio è un report dell’Istituto Superiore di Sanità, il quale ha condotto un esame nazionale sul contagio nelle strutture residenziali e sociosanitarie.
Il sondaggio è stato inviato a 2166 case di riposo (su un totale di 4629) presenti sul territorio nazionale. Di queste, hanno risposto solo 577, che contano 44.457 residenti: il 26 per cento di quelle invitate a prendere parte alla ricerca, circa il 10 per cento delle strutture italiane.
“In media – secondo il report – sono stati riportati 2,6 medici per struttura, 10 infermieri e 35 OSS (con mediane rispettivamente pari a 2, 8 e 27). Circa l’8% delle strutture, ha dichiarato di non avere medici fra le figure professionali coinvolte nell’assistenza. Complessivamente, considerando le tre figure professionali, sono presenti mediamente 48 operatori per struttura, con una mediana di 37 operatori. Inoltre, fra le figure che operano in struttura, si aggiungono fisioterapisti/terapisti/tecnici della riabilitazione, educatori/animatori, psicologi e assistenti sociali, per una media complessiva di 5 operatori per struttura. A questi, si aggiungono varie tipologie di figure professionali quali, fra le più diffuse, ausiliari socio-assistenziali, responsabili di attività assistenziali, addetti di assistenza di base, oltre che, ovviamente, addetti alle pulizie e ausiliari cucina, manutentori, personale amministrativo”.
Le 572 strutture che hanno risposto alla domanda (cinque strutture non hanno risposto) hanno riportato un totale di 44.457 residenti alla data del 1° febbraio 2020, con una media di 78 residenti per struttura.
“Mediamente – continua il report – sono stati riportati 80 posti letto per struttura, con un range da 10 a 667 posti letto. Considerando il numero medio di posti letto per operatore (somma di medici, infermieri e OSS), si osserva un rapporto medio di 2 posti letto per ogni operatore (range 0.9 –7.8). Considerando solo i medici e gli infermieri, si ottiene una media di 7 posti letto per figura professionale con un minimo di 0.6 e un massimo di 20”.
Questo il quadro generale.
Veniamo ora ai morti.
“In totale – si legge nel report – 3.859 residenti sono deceduti dal 1° febbraio alla data della compilazione del questionario (26 marzo – 6 aprile). La percentuale maggiore di decessi, sul totale dei decessi riportati, è stata registrata in Lombardia (47.2%) e in Veneto (19.7%). I dati sul numero totale di decessi si riferiscono a 576 strutture, poiché una struttura non riporta risposte alla maggior parte delle domande. […]. Il tasso di mortalità, calcolato come numero di deceduti sul totale dei residenti (somma dei residenti al 1 febbraio e nuovi ingressi dal 1 marzo), è complessivamente pari al 8.4%. Tra il totale dei 3859 soggetti deceduti, 133 erano risultati positivi al tampone e 1310 avevano presentato sintomi simil-influenzali. In sintesi, il 37.4% del totale dei decessi (1443/3859) ha interessato residenti con riscontro di infezione da SARS-CoV-2 o con manifestazioni simil-influenzali. Il tasso di mortalità fra i residenti (residenti al 1° febbraio e nuovi ingressi dal 1° marzo), considerando i decessi di persone risultate positive o con sintomi simil-influenzali, è del 3.1% ma sale fino al 6.8% in Lombardia. Da un ulteriore approfondimento, risulta che in Lombardia e in Liguria circa un quarto delle strutture (rispettivamente il 23% e il 25%), presenta un tasso di mortalità maggiore o uguale al 10%”.
Cosa è mancato nella gestione dell’emergenza nelle case di riposo?
Nel report si legge: “Delle 547 strutture che hanno risposto alla domanda, 470 (85.9%) hanno riportato la mancanza di Dispositivi di Protezione Individuale, mentre 97 (17.7%) hanno riportato una scarsità di informazioni ricevute circa le procedure da svolgere per contenere l’infezione. Inoltre, 65 (11.9%) strutture segnalano una carenza di farmaci, 192 (35.1%) l’assenza di personale sanitario e 62 (11.3%) difficoltà nel trasferire i residenti affetti da COVID-19 in strutture ospedaliere. Infine, 136 strutture (24.9%) dichiarano di avere difficoltà nell’isolamento dei residenti affetti da COVID-19 e 37 (6.8%) hanno dichiarato altro, specificando fra le principali difficoltà quelle di reperire i DPI e l’impossibilità di eseguire tamponi”.
Non va sottovalutato il dato del contagio relativo al personale.
“Su 560 strutture che hanno risposto a questa domanda 97 (17,3%) – si legge nel report – hanno dichiarato una positività per SARS-CoV-2 del personale della struttura. La regione che presenta una frequenza più alta di strutture con personale riscontrato positivo è la Lombardia (34.6%), seguita dalla provincia di Trento e Liguria (entrambe 25%), Marche (16.7%), Toscana (15.8%), Veneto (14.6%), Friuli Venezia Giulia (13.3%) e valori inferiori al 10% o uguali a zero per le altre regioni. Questa variabile risente delle politiche adottate da ciascuna Regione, e a volte da ciascuna ASL o distretto sanitario, sull’indicazione ad eseguire i tamponi”.
La Lombardia è stata messa dai media sotto particolare osservazione, con una campagna accusatoria, strumentale a fini politici, ma la strage degli anziani non è solo lombarda e, come si è visto, addirittura europea. La campagna accusatoria si è focalizzata sul Trivulzio, in quanto evoca Mani Pulite. La strumentalità è evidente se si pone la Lombardia nel contesto generale.
Tra il 1° febbraio e il 1° marzo ci sono stati 1.443 morti nelle RSA, dei quali il 37,4% per Covid (Studio dell’Istituto superiore di Sanità). In Lombardia sono morti 60 ospiti e 874 sono risultati contagiati con sintomi.
In Emilia-Romagna i morti sono stati 24 e i sintomatici 152. In Toscana i morti sono stati 15 e 86 gli asintomatici. Tuttavia l’Emilia-Romagna risulta essere la prima regione per spedalizzati provenienti da RSA (363) seguita dalla Lombardia (261).
Se guardiamo i dati di marzo e dei primi giorni di aprile, a Modena si sono registrati ben 250 morti, a Bucine (Alessandria), 25 infettati e 5 morti, a Cingoli (Macerata) 3 morti, a Sissa (Parma) infettati il 40 per cento degli ospiti. A Saragna (Parma) 8 morti sui 50 ospiti. A Villa Matilde Bazzano (Bologna) 30 morti su 70 ospiti. A Solato (Lecce) 10 morti e 50 contagiati.
Nel Lazio i dati non sono migliori. A Villa Noemi positivi 29 ospiti su 34. Ad Acilia 23 positivi. Nella RSA Madonna del Rosario di Civitavecchia 165 positivi e 18 deceduti. Al Maria Immacolata di Nerola 56 infettati su 63. Al Nomentana Hospital 60 positivi su 80 ospiti.
In Emilia si è spento il 3,1% degli anziani ricoverati. A Reggio Emilia infettati 160 anziani e 22 deceduti su 660 ospiti. A Bologna al Parco del Navile 14 defunti (1 positivo, 1 negativo e gli altri non chiari). A Villa Rodriguez (San Lorenzo) su 72 ospiti 53 contagiati e 1 morto.
All’Istituto Sant’Anna e Santa Caterina 18 decessi. A Rimini, all’Azienda dei Servizi alla persona Valloni Marecchia 18 morti su 64 ospiti, con 59 positivi. In Toscana, nella RSA Comeana 6 morti e 33 contagiati (17 ospiti e 16 operatori). A Gallicano (Lucca) 23 contagiati (13 ospiti e 10 operatori). Nella RSA Villa San Biagio 53 contagiati su 55 ospiti.
In Campania a Villa Camelie di Ercolano su 19 ospiti 5 morti. Casa di Mela 7 morti, 39 contagiati su 42 ospiti. Fondazione opera giovanile Juventus don Donato Ippolito: 8 morti e 92 contagiati tra ospiti e personale. In Puglia a San Giuseppe a Canosa 43 positivi su 68 ospiti. Focolare di Brindisi, 102 Covid (59 ospiti e 43 operatosi9 e 4 morti. Opera Don Uva di Bisceglie, positivi 46 (37 ospiti e 9 operatori).
La Fontanella (Soleto), 12 morti e 90 contagiati. Nelle Marche, con 100 morti registrati alla Casa di Riposo Mordini di Castelfidardo 23 morti, a Recanati 10, a San Marcello di Ancona 11, a Pesaro 23. In Calabria alla Domus Aurea di Chiaravalle Centrale (Catanzaro) 72 positivi e 72 morti. A Villa Torano Castello 50 infetti.
A che serve questo elenco incompleto, provvisorio e approssimativo? Serve a dire che in molte realtà si sono aperti fascicoli giudiziari, secondo una logica punitiva ex post.
Può anche essere che nelle varie realtà ci siano state delle disattenzioni colpevoli, sia da parte delle singole realtà, sia da parte delle Regioni, ma il vero colpevole è da identificare nella totale assenza di prevenzione e nell’insopportabile comportamento del Governo che, pur a conoscenza della viralità, non ha avvertito il sistema delle case di riposo al fine di predisporre le adeguate misure preventive. Conte e Speranza non hanno scuse.
La demenziale proposta di confinare gli anziani fino a Natale.
Non contenti di non aver provveduto in tempo a mettere in sicurezza il sistema, alcuni eminenti rappresentanti delle cosiddette task force tecniche, hanno avviato, tra marzo ed aprile, il demenziale ritornello del confinamento degli ultrasessantacinquenni fino a Natale.
Demenziale perché si va in pensione a 67 anni. Demenziale perché gli anziani non possono essere assimilati agli ospiti delle case di riposo.
Demenziale perché il welfare in Italia è in gran parte garantito dal volontariato che, a sua volta, è in gran parte sostenuto dal lavoro degli anziani.
Gli anziani sono cittadini della Repubblica con pieni diritti che nessun idiota può conculcare. Gli anziani hanno bisogno di aria, di sole, di movimento, di motivazioni, di socialità, di impegno solidale. Volerli confinare non solo è un’idiozia, ma è un criminale intento di finire la strage che si è consumata nelle case di riposo.
Dopo aver affrontato la questione delle case di risposo, torniamo alle questioni generali.
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