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Netanyahu: “O la destra o la Palestina”

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Palestina - Israele

Quando la sicurezza diventa una linea di confine politica

Dalle parole del premier israeliano all’aggressione della fotoreporter americana Heidi Levine in Cisgiordania: il problema della credibilità internazionale, della responsabilità istituzionale e del rapporto fra potere e legalità.

Il 27 ottobre Israele sarà chiamato alle urne in un clima nel quale la questione palestinese occupa una posizione centrale nella competizione politica.

“O la destra o la Palestina”: con questa formula Benjamin Netanyahu ha sintetizzato la propria strategia elettorale, presentando il futuro del Paese come un’alternativa fra la continuità del governo di destra e una possibile maggioranza di diverso orientamento.

Lo slogan merita di essere esaminato oltre la sua funzione propagandistica, la contrapposizione proposta dal premier tende infatti ad associare un eventuale cambiamento della maggioranza parlamentare a una minaccia per il futuro nazionale, riducendo a un’alternativa binaria un panorama politico nel quale le forze di opposizione esprimono posizioni differenti.

La sicurezza diventa, così, non soltanto una priorità strategica, ma anche un criterio di legittimazione del potere e di delimitazione dello spazio politico.

La distanza fra questa rappresentazione e la concreta capacità delle istituzioni di far rispettare la legge emerge con particolare evidenza dalla vicenda di Heidi Levine, fotoreporter americana di lunga esperienza e collaboratrice del Washington Post, aggredita il 16 ottobre mentre documentava la raccolta delle olive palestinese nel villaggio di Abu Falah, in Cisgiordania.

Secondo le ricostruzioni pubblicate dal Washington Post e da altre testate internazionali, Levine è stata gettata a terra e colpita ripetutamente da un gruppo di coloni israeliani; le sono state inoltre sottratte attrezzature fotografiche e il telefono.

La giornalista ha riportato una costola fratturata, quattro vertebre fratturate e lesioni alla mano tali da richiedere un intervento chirurgico. La gravità delle ferite è stata riferita da più fonti giornalistiche, mentre l’accertamento delle responsabilità individuali resta affidato alle autorità competenti.

Levine ha contestato pubblicamente la versione del primo ministro, secondo il quale alcuni giovani israeliani l’avrebbero aiutata a rialzarsi. La fotoreporter ha dichiarato di essere stata soccorsa dai colleghi e ha giudicato offensiva la ricostruzione di Netanyahu.

La divergenza fra le due versioni richiede di essere valutata sulla base delle testimonianze, delle immagini disponibili e degli elementi acquisiti dagli investigatori, senza anticipare conclusioni giudiziarie.

La vicenda ha assunto anche una dimensione diplomatica, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato il 17 ottobre che gli Stati Uniti erano profondamente turbati dalle immagini dell’aggressione, sollecitando Israele a intervenire con maggiore fermezza contro la violenza dei coloni in Cisgiordania.

Anche l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, ha condannato l’accaduto. Quando una giornalista americana denuncia di essere stata gravemente ferita mentre svolgeva il proprio lavoro, la questione investe la libertà di stampa, la protezione dei cittadini stranieri e gli obblighi delle autorità chiamate a garantire la sicurezza nel territorio.

Nello stesso fine settimana sono stati segnalati episodi di violenza che hanno coinvolto anche diplomatici europei. Il 19 ottobre la polizia israeliana ha riferito di aver arrestato dieci sospettati in relazione agli episodi violenti segnalati, compresi quelli riguardanti la fotoreporter e rappresentanti diplomatici.

Le indagini sono in corso, i singoli fatti devono essere distinti e le responsabilità accertate caso per caso, evitando di attribuire indistintamente a ogni sospettato la partecipazione a tutti gli episodi.

La capacità di uno Stato di sostenere la propria posizione internazionale non dipende esclusivamente dalle risorse militari, dalla superiorità tecnologica o dalla solidità delle alleanze.

Dipende anche dal funzionamento delle istituzioni, dall’applicazione delle norme e dalla possibilità di dimostrare che le violazioni vengono perseguite indipendentemente dall’identità o dall’orientamento politico di chi le commette.

Le aggressioni attribuite a coloni israeliani in Cisgiordania sono da tempo oggetto di denunce da parte di organizzazioni per i diritti umani e di attenzione da parte della stampa internazionale.

Le loro conseguenze superano la dimensione umanitaria: incidono sulla sicurezza delle comunità palestinesi, sulla stabilità del territorio, sulle prospettive di una soluzione politica e sulle relazioni di Israele con i partner occidentali.

Quando vengono coinvolti giornalisti e rappresentanti diplomatici stranieri, il problema raggiunge direttamente la sfera internazionale, perché investe anche la tutela di persone che svolgono funzioni di informazione e rappresentanza.

Questa valutazione non autorizza a estendere la responsabilità di singoli aggressori all’intera società israeliana, né a ignorare le minacce concrete che il Paese deve affrontare.

Impone, al contrario, di distinguere gli attori e le condotte, evitando che la necessità di proteggere la popolazione diventi una giustificazione generale per comportamenti illegali.

La sicurezza nazionale e la responsabilità individuale non sono principi incompatibili: la prima perde credibilità quando la seconda viene applicata in modo selettivo.

Da qui deriva una contraddizione politica per Netanyahu, se la sicurezza è presentata come il criterio decisivo per scegliere il governo, occorre spiegare come possa essere garantita quando cittadini palestinesi, giornalisti e osservatori internazionali denunciano aggressioni che richiedono l’intervento delle autorità.

E quale efficacia possa rivendicare una strategia di sicurezza se non è accompagnata da un’azione altrettanto determinata contro le violenze commesse da cittadini israeliani in Cisgiordania.

Non si tratta di stabilire equivalenze fra fenomeni differenti o di ignorare le responsabilità di altri attori regionali. Si tratta di applicare un criterio coerente: il diritto alla sicurezza non può tradursi in un’esenzione dalla legge, così come la difesa dell’identità nazionale non può legittimare la violazione dei diritti altrui.

Anche per Washington la questione è concreta, gli Stati Uniti restano un interlocutore essenziale per la sicurezza israeliana, ma il rapporto bilaterale comprende anche la gestione delle crisi regionali, la tutela dei cittadini americani, il coordinamento con gli alleati europei e la sostenibilità diplomatica delle decisioni di governo.

Le dichiarazioni di Rubio confermano che la violenza in Cisgiordania costituisce un tema di attenzione nei rapporti fra i due Paesi; non sono, da sole, sufficienti a dimostrare un mutamento strutturale della politica americana nei confronti di Israele. Rappresentano tuttavia un richiamo pubblico alla responsabilità delle autorità israeliane.

Le elezioni del 27 ottobre definiranno la maggioranza chiamata a governare il Paese, ma non potranno modificare gli obblighi permanenti delle istituzioni: accertare le responsabilità, proteggere la libertà di stampa e assicurare che la legge venga applicata senza discriminazioni.

Questi compiti non dipendono dall’esito elettorale né possono essere subordinati alla convenienza della comunicazione politica.

In Medio Oriente la sicurezza è una necessità concreta, ma è anche una fonte di legittimazione politica, ed è per questo che la distinzione è decisiva, la forza militare può contribuire a contenere una minaccia, ma non può sostituire il funzionamento della giustizia.

Per Israele, come per qualsiasi Stato che rivendichi il sostegno dei propri alleati e il riconoscimento della propria affidabilità internazionale, la prova non consiste soltanto nella capacità di difendersi, ma anche nella volontà di perseguire le violazioni della legge senza eccezioni dettate dall’appartenenza politica.

È su questa coerenza, più che sull’efficacia di uno slogan elettorale, che si misura la solidità della sua posizione internazionale.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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