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Milano devastata da figli dell’immigrazione e la sinistra li difende

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Milano devastata

La razzia è il rito d’ingresso nel branco

Saccheggiatori e criminali. I figli dell’immigrazione hanno messo a ferro e fuoco Milano per due giorni.
Vetrine sfondate, negozi svuotati, bombe carta e sassi contro la polizia, il Duomo chiuso e i fedeli nei sotterranei, in mancanza delle catacombe.

Dietro di loro, a correre per non restare indietro, ragazzini italiani che li hanno scelti come modello.

Bambini, molti, col passamontagna in faccia e il telefono in mano per filmarsi.

Quanti weekend devono ancora bruciare prima di chiamarli col loro nome? Criminali.

Sabato il pretesto era il carovita. Domenica non c’era più nemmeno quello.
Non è stata presa d’assalto la prefettura, ma il reparto scarpe: Foot Locker, Decathlon, Under Armour, il Carrefour di via Torino svuotato di gin.

8 fermati su 10 sono minorenni, molti travisati, alcuni di 12 anni, qualcuno di 11. In questura sono finiti soprattutto figli di immigrati nati e cresciuti qui, con famiglie arrivate da Marocco, Albania, Pakistan.

La Procura di Milano ha chiesto il carcere per 11 maggiorenni, quasi tutti appena diciottenni, accusati di devastazione e saccheggio. Rischiano fino a 15 anni.

Chi sono?

“Non di area antagonista, ma soprattutto giovani di origine straniera di seconda generazione”, scrive Il Giorno ricostruendo le indagini. Altro che centri sociali.

Ne hanno portati in questura 271. Sembrano tanti. In piazza, a quanto si legge, erano quasi 2.000.

Tutti gli altri sono tornati a casa e più di qualcuno con la felpa nuova. “Mi sono sempre salvato”, ha detto uno a Repubblica. Ha ragione lui.

Chi cerca una rivendicazione perde tempo. “Oggi è il miglior compleanno della mia vita”. “È roba gratis, fra’”. “C’è la situa, io vado e spacco”.

Non sono parole di rivoltosi, sono parole da primo giorno di saldi.
La razzia è il rito d’ingresso nel branco: chi spacca è dentro, chi esita è fuori, il video è il trofeo.

Il punto vero però è un altro. I padri di molti di loro sono arrivati qui per lavorare: cantieri, turni, la fatica di una lingua straniera. Hanno chiesto poco e dato molto.

Questi figli hanno imparato un’altra lezione: tutto è dovuto, le regole valgono per gli altri, la vetrina che non puoi permetterti è un’offesa personale. Allora si entra rompendo il vetro.

Dell’Occidente hanno preso il culto del marchio, ne hanno rifiutato il lavoro e il rispetto. Dei padri hanno buttato via la pazienza. Restano l’invidia e il branco.

“Spaccare significa protestare contro lo Stato che non ci vede”, ha spiegato uno di loro. Poi gli hanno chiesto se sarebbe tornato: “No, domani ho scuola”.

Si credono invisibili, con la scuola il lunedì e la cittadinanza da chiedere a 18 anni. Lo Stato li vede benissimo, solo che per anni la sinistra gli ha legato le mani. Sono loro a non riconoscerne l’autorità: né come padre, né come legge.

Italiani quando conviene, stranieri quando c’è da rispettare qualcosa.
Come andrà a finire lo mostra la Francia, vent’anni dopo le banlieue: a quanto si legge 2.000 fermati, oltre 600 agenti feriti, il municipio di Limoges in fiamme.

Di Trump si può pensare tutto il male possibile. Quando però ha scritto che l’immigrazione di persone “con l’odio nel cuore” ha distrutto la Francia, ha detto una verità che nessun leader progressista osa pronunciare.

Con una correzione: i nostri il confine non l’hanno mai attraversato. Sono nati al Corvetto e alla Barona. La frontiera saltata è la famiglia, la scuola, una cittadinanza che si regala con un timbro.

Per vent’anni la sinistra ha insegnato a dire inclusione al posto di integrazione. Non per caso.

Integrazione vuol dire che chi arriva compie un cammino: lingua, leggi, regole. È un esame, si supera o si fallisce.

Inclusione rovescia l’onere: non chiede niente a chi entra, chiede tutto a chi c’era già.

L’esame è stato abolito perché i risultati erano un disastro. Meglio buttare il termometro che ammettere la febbre.

A questi ragazzi nessuno ha mai detto la frase più semplice del mondo: qui si sta così, oppure non si sta.

Va detta adesso. In Italia non è obbligatorio restare.

Prima, seconda o terza generazione, il dovere è uno: comportarsi bene. Chi sceglie di vivere contro questo Paese perde il diritto di viverci.

Il permesso di soggiorno non è un’eredità e la cittadinanza non è un regalo di compleanno.

Il governo, a quanto si legge, si prepara a stabilire che lo straniero nato qui e condannato per devastazione e saccheggio o per reati contro le forze dell’ordine non possa ottenere la cittadinanza a 18 anni. Giusto.

Per chi l’ha già, oggi la revoca scatta solo per terrorismo. Si aggiungano i reati violenti, la devastazione e il saccheggio, la violenza contro le forze dell’ordine, le aggressioni in branco. Chi ha scelto da che parte stare, fuori.
Mentre Milano bruciava, i cattivi maestri lavoravano.

Ilaria Salis prima ha esultato: “GenZ in rivolta ovunque, hanno ragione!”. Poi si è detta preoccupata per i fermati e ha accusato “una destra autoritaria, animata da uno spirito di vendetta intriso di classismo e razzismo”. Per gli agenti in ospedale, nel suo post, neppure una riga.

Elly Schlein: ascoltarli, non criminalizzarli. Ascoltare cosa, il rumore della vetrina della Rinascente che va in frantumi?

Lorenzo Pacini, assessore del PD nel centro di Milano: “quei danni si riparano”. Un militante di Potere al Popolo, in piazza: “dobbiamo alzare un po’ l’asticella dello scontro”.

Un dottorando di Fisica dell’Università di Bologna ha scritto che i poliziotti, se non vogliono più prendersi un estintore sulla nuca, possono cambiare lavoro: nessuno li ha costretti a scegliere un “mestiere da figli di p…”.

Tomaso Montanari, rettore dell’Università per Stranieri di Siena, su Il Fatto ha spiegato che la violenza vera è un’altra: è il fisco, la legge elettorale, il clima, il bilancio della Difesa. Il sanpietrino sulla fronte di un poliziotto diventa una voce in mezzo a un elenco.

Il capolavoro è il passaggio sulle mani di Meloni, “lorde del sangue” dei bambini di Gaza: “mani che non possono alzarsi a chiedere la condanna di alcunché”. Tradotto: chi governa non ha diritto di chiedere che si condannino i saccheggi.

E la Chiesa? Mentre i fedeli uscivano dai sotterranei del Duomo come sotto un bombardamento, il vicario episcopale trovava la presenza di quei giovani “un fatto interessante”. Ma pensate un po’.

I commercianti barricati con i clienti in lacrime hanno usato un’altra parola: cattiveria.

Il governo manda a Milano 500 militari in più e ieri pomeriggio ha portato il decreto in Consiglio dei ministri. Speriamo che le regole di ingaggio consentano ai militari di intervenire sul serio.

La strada è giusta. Va percorsa fino in fondo, perché le leggi che abbiamo sono figlie di un altro mondo: l’imputabilità a 14 anni viene dal codice Rocco del 1930, la legge sulla cittadinanza è del 1992.

Fermare il 2026 con quelle norme è come inseguire una Kawasaki Ninja H2R in bicicletta.

Chi devasta non è un minorenne, è un delinquente. Un branco che si dà appuntamento, si divide i compiti, assalta e scappa è un’associazione a delinquere, pure se dura un pomeriggio.

Oggi il codice non lo riconosce: per i giudici serve un vincolo stabile nel tempo. Occorre una legge chiara e non interpretabile.

Chi promuove, organizza, finanzia o protegge le razzie ne risponda davanti a un giudice. E per chi istiga il codice c’è già: articolo 414, istigazione a delinquere. Si applichi, a cominciare da chi augura estintori sulla nuca degli agenti.

Il volto coperto in piazza è vietato dal 1975. Chi gira col passamontagna va fermato sul posto, a qualsiasi età. La Celere deve accerchiare invece di inseguire: bastano un paio di volte per far scomparire i vigliacchi dai cortei.

Di quei 271 portati in questura domenica, oltre 200 non sono stati né arrestati né denunciati. Per loro, a quanto si legge, una telefonata a casa e via.

Chi distrugge paga. Chi non può pagare ripaga con le sue mani: pulisce le strade e rimonta le vetrine che ha sfondato.

Per il codice civile i genitori rispondono già dei danni dei figli minori. Paghino fino all’ultimo euro.

Poi si vada oltre: chi non sapeva dov’era il figlio di 12 anni la domenica pomeriggio risponda pure davanti a un giudice penale.

La cattedra non è un palco. Chi la usa per fare militanza risponda in sede disciplinare, fino al licenziamento.

Sui social si chiedono a ripetizione i proiettili di gomma. Il governo, ha scritto il Giornale, valuta di rimetterli in dotazione: è la misura della pazienza rimasta a un Paese che paga i danni e conta i feriti.

In California alla terza condanna grave si rischia l’ergastolo. Basterebbe che in Italia la terza volta non fosse uguale alla prima.

Il prossimo appuntamento l’hanno già fissato: 22 ottobre, giardini di Porta Venezia.

Loro hanno un calendario. La sinistra ha ancora un distinguo.

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