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La piazza senza idee, la sinistra senza progetto

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La piazza senza idee, la sinistra senza progetto

Dal carovita agli scontri, dalle bandiere palestinesi alla mobilitazione sindacale. Una parte dell’opposizione cerca nelle piazze la forza che non riesce a costruire sul terreno delle proposte. E i giovani rischiano di diventare lo strumento di una politica che ha bisogno di nemici più che di soluzioni

C’è un filo che collega gli scontri nelle città italiane, le manifestazioni contro il Governo Meloni, la mobilitazione per Gaza e la strategia della CGIL.

Non significa che tutte queste iniziative siano la stessa cosa, né che chi scende in piazza condivida le idee dei gruppi più radicali. Significa, però, che dietro la moltiplicazione delle proteste si intravede una questione politica che merita di essere affrontata senza ipocrisie.

Ma voglio prima citare un mio breve post scritto sui social pochi mesi dopo le elezioni di settembre 2022 vinte dal Centrodestra guidato da Giorgia Meloni; mentre gli autorevoli analisti prevedevano una breve durata del Governo e una fugace esperienza della Meloni nel ruolo di Presidente del Consiglio, io, fatti due conti e fiutando un po’ l’aria, scrissi che alla sinistra non sarebbe rimasto altro che fomentare la piazza.

È quello che sta avvenendo già da un po’ con varie motivazioni.

Il disagio economico delle fasce più deboli esiste, i salari devono fare i conti con il costo della vita e le prospettive di molti giovani restano incerte, c’è anche da dire per completezza che la situazione italiana nel complesso è migliore di quella di altre Nazioni come ad esempio la Francia ma certamente la complessa situazione internazionale produce i suoi guasti.

Sono problemi sui quali un Governo deve essere giudicato per le risposte che offre, ma trasformare la protesta in un’occasione per devastare le città, aggredire le forze dell’ordine e saccheggiare gli esercizi commerciali è qualcosa di ben diverso dalla normale contesa politica.

Gli scontri del 17 ottobre a Milano, Torino, Roma e Bologna hanno mostrato quanto rapidamente una manifestazione possa degenerare quando gruppi di violenti prendono il sopravvento.

Nei giorni successivi, altri disordini hanno accompagnato le proteste, con danneggiamenti e incendi nel centro cittadino.

Le cronache hanno documentato le conseguenze di una giornata nella quale il diritto di manifestare è stato offeso da comportamenti che nulla hanno a che vedere con l’esercizio pacifico del dissenso.

La domanda è semplice: chi paga il conto di questa rabbia?

Lo paga il commerciante che deve riparare la vetrina, il lavoratore che rischia di perdere una giornata, il cittadino che si trova nel mezzo degli scontri.

Lo pagano anche gli agenti feriti, chiamati a garantire la sicurezza pubblica mentre qualcuno scambia la violenza per una forma superiore di partecipazione politica che trova addirittura la giustificazione da parte di esponenti della sinistra, qualcuno ha affermato che in fondo si tratta di energia da liberare!

Il carovita può spiegare una protesta ma non giustifica un’aggressione e il dissenso nei confronti di Giorgia Meloni non autorizza nessuno a considerare le Istituzioni un bersaglio.

Il problema non è manifestare contro il Governo. In una democrazia è legittimo farlo e il diritto di sciopero è garantito dalla Costituzione. Il problema è quando la mobilitazione diventa il surrogato di una proposta politica, quando il bersaglio conta più dell’obiettivo e la contestazione viene presentata come una prova sufficiente della propria superiorità morale.

Quello che manca è la proposta politica dove la sinistra italiana appare attraversata da contraddizioni difficili da ricomporre. Il Partito democratico, il Movimento 5 Stelle e le formazioni dell’area progressista cercano una convergenza che metta insieme istanze molto diverse.

Accanto alle rivendicazioni del lavoro ci sono il pacifismo, l’ambientalismo, il giustizialismo, l’antagonismo e una crescente attenzione alle mobilitazioni identitarie.

Il risultato è un fronte che trova più facilmente un punto di accordo contro il Governo che su un programma comune da proporre agli italiani.

Che cosa propone questa opposizione sullo sviluppo economico? nmjmm Come intende aumentare la produttività, migliorare i salari e rendere sostenibile il sistema del welfare?

Quale politica energetica vuole realizzare?Come pensa di garantire la sicurezza nazionale in un contesto internazionale instabile?

Sono domande che richiedono risposte articolate e proposte realizzabili e non i soliti slogan elettorali con le promesse di denaro in cambio di voti. Gridare contro Meloni è più semplice, organizzare una manifestazione è più immediato che costruire un progetto di governo credibile.

Ecco perché la piazza rischia di diventare il luogo nel quale le contraddizioni vengono sospese anziché risolte. Basta individuare un nemico comune e le differenze passano in secondo piano.

C’è poi il tema delle nuove generazioni. Le immagini dei ragazzi che affrontano la polizia, coprono il volto e partecipano agli scontri pongono una questione che non può essere liquidata chiamando tutti teppisti.

Occorre capire che cosa spinga una parte di loro a cercare nella radicalizzazione un’esperienza capace di dare significato alla propria vita.

I social network hanno modificato il modo di partecipare alla politica, la visibilità è diventata una ricompensa, la provocazione un mezzo per ottenere attenzione, il conflitto un contenuto da condividere.

Un gesto estremo può produrre in pochi minuti un pubblico che un’attività di studio, volontariato o partecipazione civica richiederebbe anni per essere costruita.

Non è una spiegazione esaustiva della violenza, ma è un elemento che non si può ignorare.

Quando il riconoscimento sociale dipende dalla capacità di suscitare reazioni, anche la trasgressione violenta può diventare una forma di affermazione personale.

Abbiamo una generazione di giovani che vive in buona parte una vita virtuale, dove il mondo è miseramente confinato nello spazio di uno smartphone, dove la mente perde elasticità e capacità di ragionare in modo complesso e dove si sviluppano noia ed irritabilità, dove si finisce per essere dei nickname e non più persone, dove un like sostituisce una emozione.

A questo si aggiunge la difficoltà di una parte dei giovani a trovare prospettive concrete. Il lavoro precario, il costo delle abitazioni e l’incertezza sul futuro alimentano un disagio reale, la frustrazione può essere intercettata da organizzazioni e ambienti politici che offrono risposte semplici e populiste a problemi complessi.

La piazza diventa così un luogo nel quale sentirsi protagonisti. Si indossa un simbolo, si ripete uno slogan, si partecipa a un corteo. Si acquisisce un’identità collettiva e si prova la sensazione di appartenere a qualcosa di più grande della propria esperienza individuale.

Il rischio arriva quando questo bisogno di appartenenza prende il posto della capacità critica. Una persona può sentirsi parte di una causa senza conoscerne davvero la storia, le contraddizioni e le conseguenze delle soluzioni proposte ma in questo caso è poco più che una marionetta.

In molte manifestazioni ritorna l’immaginario del Sessantotto. Il ribelle contro il potere, la contestazione dell’autorità, la convinzione che il sistema debba essere abbattuto prima ancora di sapere che cosa mettere al suo posto.

Il Sessantotto fu una stagione storica complessa, attraversata da rivendicazioni sociali e trasformazioni culturali. Non può essere ridotto a un repertorio di slogan e gesti di rottura.

Oggi, in alcuni ambienti antagonisti, sembra sopravvivere soprattutto l’estetica della rivolta. Il simbolo prevale sul programma, l’indignazione sostituisce l’analisi, la radicalità del linguaggio viene scambiata per profondità intellettuale.

Il problema non è essere giovani, contestare il Governo o appartenere alla sinistra. Il problema è non saper trasformare una convinzione in una proposta concreta. Il problema è anche vedere tanti giovani sfasciare vetrine per rubare lo smartphone di ultima generazione e il giubbotto firmato. E’ forse questa la ideologia politica che certa sinistra vuole spacciare ai giovani e agli italiani?

La debolezza intellettuale si manifesta quando si ripetono formule ricevute dal proprio ambiente senza sottoporle a verifica. Quando si riconosce il nemico indicato dal gruppo e si rinuncia a comprendere la complessità della realtà allora si arriva all’eccesso gravissimo di sviluppare intorno al totem della bandiera della Palestina un orribile sentimento antisemita.

La scuola pubblica ha, in questo campo, una responsabilità decisiva come anche la famiglia.

La grande maggioranza degli insegnanti svolge il proprio lavoro con serietà, ma episodi di propaganda politica nelle aule devono essere affrontati senza reticenze.

La scuola non appartiene a una parte politica, perché deve insegnare a discutere, verificare le fonti e confrontare le idee.

Un ragazzo deve poter criticare Giorgia Meloni come qualsiasi altro Presidente del Consiglio. Deve anche poter conoscere le ragioni di chi la sostiene, valutare le alternative e arrivare a una conclusione autonoma.

Se la formazione diventa indottrinamento, dove prima dell’educazione civica viene quella affettiva (oggetto non meglio identificato)  la capacità critica lascia spazio all’appartenenza ideologica. È però storia nota che dai tempi del PCI l’istruzione è stato un campo di conquista prima per quel partito e poi per i suoi discendenti. Scuole superiori ed Università gli obiettivi preferiti.

La questione palestinese è diventata uno dei principali punti di aggregazione di una parte dei movimenti giovanili e antagonisti. È un tema che riguarda una tragedia umana reale e che merita un confronto serio.

Proprio per questo occorre distinguere la solidarietà verso i civili palestinesi dalla giustificazione del terrorismo e dalle semplificazioni storiche di comodo.

Il 7 ottobre 2023 Hamas ha compiuto massacri in Israele, uccidendo civili e prendendo ostaggi. Quei fatti non possono essere trasformati e celebrati come un atto di liberazione, la causa palestinese non può essere identificata con un’organizzazione terroristica, così come la popolazione palestinese non può essere ritenuta direttamente responsabile delle azioni di Hamas.

Difendere il diritto di Israele a esistere e a vivere in sicurezza non significa rinunciare a giudicare le scelte del suo Governo.

Sono queste distinzioni che dovrebbero caratterizzare una posizione politica seria.

Quando in una manifestazione si esalta il 7 ottobre, si giustifica Hamas o si nega il diritto all’esistenza di Israele, la solidarietà diventa qualcos’altro. Il problema si aggrava quando una parte del dibattito pubblico minimizza questi comportamenti, mentre attribuisce a chiunque sostenga Israele intenzioni da criminale.

La stessa attenzione deve valere per l’antisemitismo, che non può essere mascherato da critica politica, cosi come il tentativo di confondere gli ebrei con le decisioni del Governo israeliano.

La domanda da rivolgere a chi invoca una Palestina libera è la seguente: libera anche da Hamas, dal fanatismo e dalla repressione? Una libertà che non contempli il diritto dei palestinesi a vivere senza la dittatura di un’organizzazione armata rimane incompleta.

La convergenza tra manifestazioni Pro Pal, proteste sociali e contestazione del Governo apre una questione più ampia.

Chi trae vantaggio da un clima nel quale le democrazie occidentali vengono rappresentate sistematicamente come nemiche dei popoli oppressi e Israele come un avamposto da delegittimare?

È legittimo interrogarsi sugli interessi delle potenze che hanno convenienza a indebolire la coesione occidentale. La Russia, impegnata in un confronto strategico con l’Occidente, ha interesse a sfruttare le divisioni interne alle democrazie europee.

Questo, ovviamente, non dimostra che ogni manifestazione sia diretta da Mosca o finanziata da altri attori stranieri interessati ad indebolire l’Occidente.

Il punto politico resta, perché una società divisa, incapace di distinguere la protesta legittima dalla propaganda e il dissenso dalla violenza, è più vulnerabile alle interferenze esterne.

Anche la questione dei movimenti islamisti richiede precisione. Esistono organizzazioni radicali che mirano a condizionare le società europee e che possono sfruttare le tensioni internazionali per rafforzare la propria influenza.

La libertà religiosa, la solidarietà verso i civili e il diritto di manifestare sono principi da difendere. Il fondamentalismo, l’antisemitismo e la giustificazione della violenza devono essere contrastati con la stessa fermezza.

Il vero interrogativo riguarda le alleanze politiche che si formano nelle piazze e la capacità della sinistra di distinguere tra una legittima causa umanitaria e organizzazioni che negano i principi della democrazia.

Il ruolo della CGIL merita una riflessione altrettanto netta. Il 17 ottobre il segretario, Maurizio Landini, ha partecipato alla manifestazione romana e ha annunciato uno sciopero generale per il 20 novembre, in vista della manovra di bilancio. Nello stesso giorno, in altre città italiane, si verificavano scontri e danneggiamenti.

La coincidenza certamente non dimostra un legame tra la mobilitazione sindacale e gli incidenti. Lo sciopero è un diritto costituzionale e la CGIL ha piena facoltà di contestare le politiche economiche del Governo.

Ma resta da chiedersi quale idea di rappresentanza del lavoro stia perseguendo il sindacato quando la propria iniziativa si intreccia sempre più con la costruzione di un fronte politico contro l’esecutivo.

Landini denuncia precarietà, bassi salari e difficoltà delle famiglie. Sono temi sui quali il sindacato ha il dovere di intervenire. Ma il suo ruolo dovrebbe consistere nel negoziare, formulare proposte e misurare i risultati ottenuti per i lavoratori e non firmare contratti da fame come fatto in passato.

Quando ogni decisione del Governo diventa l’occasione per una nuova mobilitazione generale, il sospetto è che la protesta rischi di diventare una strategia permanente.

Il sindacato può legittimamente opporsi al Governo, ma deve anche dimostrare che le sue iniziative producono risultati e non servono soltanto ad alimentare la contrapposizione politica.

I lavoratori hanno bisogno di salari adeguati, servizi efficienti e prospettive occupazionali. Non hanno bisogno che ogni problema venga trasformato in una prova dello scontro tra due campi contrapposti.

La CGIL dovrebbe dimostrare di essere capace di rappresentare l’interesse concreto dei lavoratori anche quando questo richiede un confronto nel merito, lontano dalla propaganda e dalle convenienze elettorali.

La sinistra italiana si trova davanti a una contraddizione. Da una parte rivendica la difesa dei lavoratori, dei diritti e delle libertà. Dall’altra, una parte del suo mondo politico sembra cercare nelle mobilitazioni più radicali una scorciatoia per ricostruire consenso.

Il risultato è un insieme di posizioni difficili da conciliare: assistenzialismo economico, ostilità verso lo sviluppo di alcune infrastrutture vitali, contrarietà a determinate politiche di difesa, giustizialismo selettivo e alleanze con ambienti che, su questioni fondamentali, sostengono valori incompatibili con la libertà individuale.

È un minestrone politico nel quale convivono istanze diverse, unite soprattutto dall’opposizione al Governo Meloni. Una coalizione può naturalmente riunire sensibilità differenti ma quando manca una visione condivisa del Paese, il nemico comune finisce per diventare il principale fattore di coesione.

La questione delle spese militari ne è un esempio. Si può discutere della loro entità, delle priorità e dell’impiego delle risorse. È legittimo chiedere trasparenza e valutare le alternative. Ma la sicurezza nazionale non può essere liquidata come una spesa superflua.

L’Italia deve tenere conto degli impegni internazionali assunti e delle responsabilità che derivano dalla propria appartenenza alla NATO e all’Unione europea. E questo vale per tutti, per la sinistra, come per i 5 stelle o l’ex generale Vannacci!

Lo stesso vale per le politiche economiche, promettere più servizi, più sussidi e maggiori trasferimenti senza spiegare come finanziarli non è una strategia di governo.

La Nazione ha bisogno di un confronto che parta dai numeri, dalle priorità e dai risultati. La piazza può essere uno strumento democratico per porre questioni e chiedere risposte.

Non può diventare il luogo nel quale ogni contraddizione viene nascosta dietro una bandiera che poi non è mai quella italiana ma quella palestinese!

E soprattutto cara opposizione evita di raccontare balle agli studenti come quella che sono stati tolti fondi alla Scuola per comprare armi.

I giovani hanno diritto di contestare il Governo, di chiedere una politica economica diversa e di mobilitarsi per i civili palestinesi.

Hanno anche diritto a una scuola che insegni loro a ragionare, a una politica che non li utilizzi come strumenti di propaganda e a un sindacato che sappia rappresentare le loro esigenze senza trasformarle in un conflitto permanente.

Ma devono sapere che la libertà comporta responsabilità. Chi aggredisce un agente, saccheggia un negozio o giustifica il terrorismo deve rispondere delle proprie azioni, nessuna causa può cancellare questo principio e ben vengano quindi Leggi più severe per i reati dei minorenni e regole di ingaggio adeguate per le Forze dell’Ordine.

La democrazia non si difende attribuendo sempre ragione alla piazza, si difende garantendo le libertà, applicando le leggi e pretendendo da chi fa politica la capacità di offrire soluzioni.

La sinistra dovrebbe chiedersi se il ricorso continuo alla mobilitazione stia colmando un vuoto di idee. La CGIL dovrebbe interrogarsi sul confine tra rappresentanza sindacale e opposizione politica. La scuola dovrebbe vigilare affinché il confronto non diventi indottrinamento.

Io personalmente mi chiedo se quello che sta accadendo in Francia e in Italia sia frutto della casualità o piuttosto sia una strategia ben organizzata a tavolino per far cadere il Governo e magari benedire la creazione di un Governo di cosiddetta finta unità nazionale. E mi domando ancora; come mai questi baldi giovanotti con l’impeto rivoluzionario si sono mossi proprio alle porte della campagna elettorale per le elezioni politiche del 2027?

Ci sono anche diversi media che stanno esaltando questi movimenti di violenti, i mezzi d’informazione dovrebbero invece condannare la violenza senza cercare attenuanti in base all’orientamento politico di chi la commette.

E i giovani, mi ripeto,  dovrebbero comprendere che partecipare a un corteo non significa automaticamente conoscere la causa che si sostiene.

Una bandiera non sostituisce un programma, uno slogan non risolve un problema e la rabbia, da sola, non costruisce un futuro.

Se la politica vuole davvero offrire una prospettiva alle nuove generazioni, deve restituire valore alla conoscenza, alla responsabilità e alla capacità di confrontarsi con la realtà, senza questi elementi difficilmente si può costruire una società migliore né tantomeno lo si fa insultando in modo vergognoso il Presidente del Consiglio, alla faccia della difesa delle donne! Mi aspetto su questo tema un forte richiamo del Presidente della Repubblica ad un maggiore rispetto almeno istituzionale.

Devo ammettere che citare il Quirinale in un articolo che ha per tema la strategia violenta di attacco al Governo, mi rende impossibile non citare il famoso “scossone” da dare al Governo Meloni evocato da un importante consigliere di casa sul Colle. Ma per carità è solo un flash di memoria, lungi da me il complottismo (che è la difesa di chi i complotti li prepara veramente)

Infine, voglio rivolgere un pensiero a quei genitori dei giovani fermati per gli atti di violenza di questi giorni, qualcuno ha dichiarato che non ha molto da dire ai figli ma vuole solo riabbracciarli, ecco capisco il desiderio di un genitore di riabbracciare un figlio ospitato in galera ma se fossi stato io al posto di quel figlio prima mi sarei beccato quattro salutari schiaffi da mia madre ma in seguito l’avrei certamente ringraziata!

Autore

  • Adolfo Tasinato

    Laurea in Comunicazione e Marketing, Master in comunicazione digitale. Iscritto all'Ordine dei Giornalisti, socio della Associazione Giornalisti 2.0. Scrivo per il Nuovo Giornale Nazionale.

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