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Gli equilibrismi per giustificare le violenze di piazza

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Gli equilibrismi per giustificare le violenze di piazza

Una scuola che non forma più produce giovani che non capiscono di protestare contro il sistema progressista di cui sono figli

L’aspetto più tragicomico delle devastazioni in atto nelle nostre metropoli sono le accorate analisi sociopolitiche tese a razionalizzare la violenza e romanticizzare la furia distruttiva.

E sono mirabolanti le sperticate disamine di questo movimento giovanile che più che apolitico pare acefalo, più che alla rivoluzione mira alla rapina.

Un movimento che ha scaldato i cuori mummificati dei vecchi rimbambiti sessantottini, immemori che la Storia si ripropone solo sotto forma di farsa.

Ma quanto avranno sofferto costoro nell’assistere allo scempio dell’assalto alla libreria Feltrinelli ad opera di tali imberbi imbecilli sprovvisti di cultura rivoluzionaria?

E quanto avranno penato, nel disperato tentativo di giustificare i saccheggi con gli “espropri proletari” del loro “eroico” passato, nel constatare che i negozi svaligiati erano quelli di capi di abbigliamento griffati e di ultima moda?

Quanto avranno patito nel prendere atto che siffatti rivoluzionari di Tik Tok, guerriglieri di Telegram e sovversivi di Instagram, più che sovvertire il sistema, se ne volevano accaparrare una parte?

“Ma bisogna saperli ascoltare” si affrettano a dire oggi, mentre ancora aleggiano i fumi di incedi e lacrimogeni, gli stessi esponenti politici che fino a ieri auspicavano che l’ira dei giovani francesi scavallasse le Alpi per toccare le nostre città.

In verità, è alquanto complicato saper ascoltare qualcuno che affida le proprie idee a un sasso o a un estintore lanciato con intento omicida sulle Forze dell’Ordine.

È difficile comprendere le ragioni di una protesta se viene spiegata da un’orda belluina di maranza liberi di mettere la città a ferro e fuoco e di sfasciare tutto lo sfasciabile.

Arduo intendere le ragioni degli antagonisti incappucciati dei più “rinomati” centri sociali con il loro noto campionario di aggressioni, devastazioni e saccheggi.

Ed è un peccato…

Perché sarebbe stato invece interessante comprendere il disagio giovanile e le loro concrete problematiche legate alla difficoltà di trovare un lavoro stabile, avere una casa accessibile, raggiungere l’indipendenza economica e poter costruire il proprio futuro.

Ma, per poterlo fare, più che la capacità di ascoltare sarebbe necessaria la capacità di esprimersi e, ancor più, quella di analizzare l’origine dei problemi per individuarne le possibili soluzioni.

Forse, a quel punto avrebbero compreso che è anche, se non proprio, l’aristocrazia progressista, che oggi li corteggia, ad aver prodotto il mondo che dicono di detestare.

Forse intuirebbero che più che divenire miseri strumenti di locali forze politiche che sfruttano sommosse e scontri per colpire l’avversario politico, dovrebbero volgere lo sguardo verso le dissennate politiche economiche europee e le miopi e suicide strategie geopolitiche.

Ma tali capacità riflessive si affinano a Scuola.

Ma le scuole cadono a pezzi…

E non è una questione edilizia.

La Scuola non guida più, non forma, non sviluppa la capacità di ragionamento, non insegna il senso di responsabilità, non premia, non condanna, non aiuta, non migliora.

La Scuola è spesso inadeguata.

Come i suoi studenti

Come i suoi docenti.

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