La competizione del XXI secolo si gioca sulle connessioni fisiche tra continenti
L’invito diretto di Volodymyr Zelensky a Vladimir Putin per negoziati senza la mediazione americana non è soltanto un gesto diplomatico, ma il sintomo di una trasformazione strategica molto più profonda.
La guerra in Ucraina sta progressivamente uscendo dalla dimensione emergenziale per entrare in quella della ridefinizione strutturale degli equilibri eurasiatici.
Il passaggio più importante della vicenda non è infatti il contenuto della lettera pubblicata da Zelensky, ma il contesto geopolitico in cui essa emerge.
Gli Stati Uniti appaiono sempre più concentrati sul fronte mediorientale, sull’Iran, sul Mar Rosso e sul contenimento cinese nell’Indo-Pacifico. Mosca percepisce questo spostamento di priorità e tenta di trasformarlo in vantaggio strategico.
Non è casuale che Putin abbia parlato di “linee per la pace” discusse con Donald Trump in Alaska. Il riferimento è altamente simbolico, l’Alaska rappresenta il punto di contatto geografico tra le due grandi masse strategiche del Pacifico settentrionale, ma soprattutto evoca un possibile ritorno a una logica da grandi potenze che trattano direttamente sopra la testa dell’Europa.
La proposta di un incontro diretto Mosca-Kiev serve a diversi obiettivi contemporaneamente.
Per Zelensky significa dimostrare all’Occidente di non essere il soggetto che ostacola i negoziati. Per Putin significa invece accreditare l’idea che la guerra possa essere risolta attraverso una nuova architettura di sicurezza continentale nella quale la Russia venga riconosciuta come potenza inevitabile e permanente dello spazio europeo.
Non a caso, nello stesso intervento pubblico, Putin ha insistito sulla necessità di rafforzare le difese aeree russe. È un dettaglio solo apparentemente tecnico, in realtà indica che il Cremlino non considera il conflitto vicino alla conclusione, ma si prepara a una lunga fase di pressione militare intermittente, dove deterrenza, logoramento economico e superiorità industriale conteranno più delle offensive simboliche.
Ancora più significativo è il richiamo alla figura di Gerhard Schröder come possibile mediatore tra Russia e Unione Europea, non è certo nostalgia personale, ma un messaggio politico. Mosca tenta di recuperare il vecchio asse energetico-industriale russo-tedesco che ha dominato l’Europa per vent’anni prima della guerra.
La Russia sa che il vero terreno decisivo non è più il Donbass, ma la frattura crescente tra interessi strategici europei e strategia americana. Anche se la Russia continua a presentarsi come il principale antagonista strategico dell’Occidente, il vero campo di frattura si sta ormai spostando altrove, dentro la crescente divergenza tra gli interessi europei e quelli di Washington, tra la sicurezza continentale dell’Europa e la proiezione globale americana.
Ed ecco che torna al centro degli interessi il progetto del tunnel nello Stretto di Bering, rilanciato ancora una volta da Mosca nel pieno della nuova competizione sull’Artico.
Russia e Stati Uniti hanno infatti annunciato la firma di un memorandum per proseguire la progettazione di un collegamento ferroviario e stradale sotto lo Stretto di Bering.
L’intesa è stata resa pubblica da Kirill Dmitriev, inviato del Cremlino per gli investimenti e direttore del Fondo russo per gli investimenti diretti (RDIF), riportando al centro uno dei più antichi e simbolici progetti geopolitici della modernità.
A rendere quasi mitologica questa idea sono soprattutto due minuscole isole sospese tra Siberia e Alaska, la Grande Diomede, territorio russo, e la Piccola Diomede, appartenente agli Stati Uniti.
Le separano appena tre chilometri di mare eppure tra loro passa una delle linee più simboliche del pianeta, il confine internazionale del cambio di data. Da una parte è già domani, dall’altra è ancora ieri. Ventitré ore dividono temporalmente due isole che quasi si toccano con lo sguardo.
È probabilmente una delle rappresentazioni più perfette della geopolitica contemporanea, due mondi vicinissimi geograficamente ma separati da sistemi strategici, visioni storiche e temporalità politiche opposte.
Non a caso proprio qui, dal XIX secolo, nasce il sogno di collegare Asia e America attraverso un’infrastruttura permanente sotto lo Stretto di Bering.
Già nel 1849 il governatore americano William Gilpin immaginava una gigantesca ferrovia intercontinentale capace di unire Eurasia e Nord America; all’inizio del Novecento l’ingegnere francese Léon Loicq de Lobel ipotizzò addirittura un tunnel sottomarino sfruttando le Diomede come piattaforme intermedie.
Un progetto riemerso poi negli anni Cinquanta con l’ingegnere Tung-Yen Lin e rilanciato oggi dalla Russia mentre il disgelo artico ridisegna le future rotte commerciali del pianeta. Il vero tema non è il tunnel in sé.
Il vero tema è che, ancora una volta, sono le isole a decidere il mondo. Accade nel Pacifico con Taiwan, accade nel Mar Cinese Meridionale, accade in Groenlandia e accade anche qui, nello stretto che divide Russia e Stati Uniti. Le Diomede non contano per la loro dimensione, ma per la loro posizione: controllano passaggi, rotte polari, proiezione militare e soprattutto la futura architettura strategica dell’Artico.
Il tunnel evocato dal Cremlino appare quindi meno come una semplice opera ingegneristica e molto più come un messaggio geopolitico.
In un sistema internazionale sempre più frammentato, Mosca tenta di riposizionarsi al centro delle future connessioni tra Asia, America e nuove rotte artiche, mentre il mondo si prepara a spostare il proprio baricentro strategico verso il Nord del pianeta.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


