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RIFLESSIONI SULL’UNIONE EUROPEA

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Leggere il Nuovo Giornale Nazionale è sempre più un piacere. Ma non dipende dal fatto che sento di militare in un’area evidentemente comune. Vi sono molti articoli, secondo me di grande spessore, sui quali esprimere consenso mi sembra superfluo: mi ritrovo perfettamente in quegli scritti. Per altri, condividendo l’impostazione di fondo, vi sono alcune diversità di opinioni – o meglio delle integrazioni da proporre – che credo giusto esporre.
E’ il caso dell’ultimo articolo di Silvano Danesi “L’Unione Europea non è Lazzaro” (nel senso che non può essere resuscitata). Sono d’accordo; e sono d’accordo sulla individuazione delle cause che hanno determinato la discesa verso il fondo. Ma all’asse franco-tedesco e alla soggiacenza alla finanza globalista – come la chiama Danesi – aggiungerei però la *causa di queste cause* che io scorgo nella distruzione del tessuto politico socialista-riformatore avvenuto in modalità diverse nei diversi Paesi e in modo eclatante – quasi un golpe – in Italia.
L’ironia della quasi assoluta coincidenza di date tra il crollo dell’impero sovietico e la nascita dell’Europa di Maastricht – segnalata da Danesi – credo vada messa in relazione proprio alla debolezza di quell’accordo che sin dalla sua prima applicazione ha mostrato criticità e disvalori. Craxi, dal suo esilio, espresse un giudizio senza equivoci sul liberismo che si stava impossessando del sogno unitario europeo. Denunciando a cosa sarebbe andata incontro l’Italia concludeva: «la cosa più ragionevole di tutte era quello di richiedere e di pretendere, essendo noi un grande Paese – perché se l’Italia ha bisogno dell’Europa l’Europa ha bisogno dell’Italia – pretendere la rinegoziazione dei parametri di Maastricht». Ed invece, nel 1996, ci fu la definizione del rapporto di cambio Euro-lira con Ciampi stretto in un gioco incrociato; al punto che, alla fine della trattativa, rifiutò di stringere la mano al sottosegretario alle finanze tedesco. L’Italietta, resa tale dai giudici e non per colpa di Ciampi, messa in un angolo.
Sono quelli i tempi nei quali la Germania aveva visto “sostituire” Brandt e Schmidt; la Francia Mitterrand; la Spagna Gonzales. In Inghilterra Thatcher avviava la sua politica. La luce socialista che aveva illuminato l’Europa veniva spenta: in Italia attraverso la magistratura. Anche il successivo fallimento del riconoscimento delle radici giudaico-cristiane dell’Europa è la quasi naturale conseguenza del rifiuto di quella politica nella quale “le radici cristiane erano di aiuto ma nel senso di Bad Godesberg dove umanesimo socialista e cristiano concorrevano al raggiungimento degli stessi obiettivi”: la politica che quel gruppo di statisti aveva affermato negli anni del grande risveglio socialdemocratico.
C’è uno specifico momento nel quale inizia, a mio parere, il crollo di qualcosa mai costruito. Perché quello che oggi c’è è solo un simulacro, ha ragione Danesi. Concordo che il disperdersi delle tradizioni culturali e delle ragioni della fede sia la causa del degrado della mancata Europa; ma sono convinto che sia anche l’effetto di qualcosa di ancora più grande che è difficile pensare sia capitato per caso.

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  • Redazione

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