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RIFLESSIONI ESTIVE

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Da sempre per il nostro paese, solare e luminoso, ricco di montagne e mari come pochi altri al mondo, è periodo di ferie, di riposo e di tranquillità. Recede l’efficientismo pressante della vita moderna, parafrasando una vecchio simpatica pubblicità, per lasciare spazio a quel rilassante e benefico sentimento di rilassamento, spesso vilipeso e sottovalutato, che è l’ozio.

Si allungano le giornate e sembra che anche tutti gli altri tempi si espandano, la luce domina sul buio, il sole brucia con un calore che ci tonifica fin nelle ossa, regalandoci salutare vitamina un colorito più sano.  Il tempo lascia spazio a riflessioni e pensieri altrimenti scartati per fretta o stanchezza. L’estate è il periodo principale delle vacanze, in cui la famiglia si riunisce e la qualità della vita diventa argomento principale. Si ha tempo di parlare di altro oltre alle solite bollette e cartelle esattoriali.

A tutti capita di riflettere, stesi sulla sdraio al mare o seduti davanti ad uno strudel con panna in montagna, sull’anno passato, tentando magari anche di lanciare uno sguardo su quello a venire. Sole, mare, montagna e riposo permettono un distanziamento dalla vita comune di tutti i giorni più salutare di interi battaglioni di psicologi. Favoriscono di ritrovare quella dimensione umana che ci protegge dalla alienazione efficentista, economica e produttiva imposta dalla moderna società americanizzata ed alienante. Si esce dal formicaio abitativo delle moderne case, più simili a formicai sovietici che abitazioni civili, in cui veniamo sempre più costretti ad abitare. Si ritrovano gli spazi, colori e comportamenti espansivi, umani e non automatizzati più tipici della società italiana. Se durante l’anno contiamo i centesimi, in vacanza tendiamo ad essere più liberali, meno contriti, meno precisi. A volte magari anche troppo, ma con un senso di liberazione che non ha prezzo.

A volte si tende a glorificare il passato per potersi lamentare meglio del presente. Ovviamente, come nostro costume, ci si lamenta sempre di qualcosa. In prima istanza il caldo, sicuro e fedele compagno dell’estate con le sue temperature tipiche dei solari paesi mediterranei. Negli anni sessanta e settanta il problema era cuocere sotto il sole in autostrada nella macchina senza aria condizionata, oggi è ascoltare il pressante tamburellare della televisione sul cambio climatico. E’ innegabile il progresso positivo: allora il caldo nell’autostrada per Rimini lo potevi combattere solo con la bottiglietta di acqua diventata ormai calda, oggi per il terrore televisivo basta spegnere la TV.

Guardando bene infatti, il passato non era poi sempre così luminoso. Se guardiamo agli anni settanta, avevamo i “compagni che sbagliano”, che sparavano in strada. Avevamo il divieto di utilizzare denaro e carte di credito all’estero, con controlli alla frontiera che superavano di gran lunga quelli della Bulgaria. Avevamo una inflazione che distruggeva i risparmi del ceto medio. Eravamo il primo ed unico paese al mondo in cui un regime comunista rischiava di installarsi in modo legale e non con i carri armati, tanto che si giustificava ormai pubblicamente il furto come “esproprio proletario”. Del resto i Comuni procedevano ad espropri senza compenso con la scusa dell’uso pubblico, privatizzando poi prontamente le cooperative appena fatto il passaggio di proprietà. Inizia il crollo delle Università, prima con una apertura indiscriminata e il “diciotto politico”, che di fatto rendeva senza valore i diplomi. La totale confusione facilitò la promozione di figli ed amanti eccellenti, ma cretini ed inetti, con effetti visibili ancora oggi. Poi si fece il numero chiuso in alcune facoltà, creando ad arte il disastro odierno della mancanza di professionisti. No, non erano anni simpatici e molti fuggirono dall’Italia negli anni settanta.

E’ anche vero che oggi siamo più poveri. Allora un operaio poteva comprare una macchina risparmiando per 6-8 mesi, per poi tenerla per dieci anni o più, aggiustandola con pochi soldi. Oggi anche un impiegato di medio-alto livello deve fare un debito per tre anni per poi vedersi obbligato a cambiare l’automobile ed indebitarsi di nuovo in virtù di qualche cavillo “green” inventato apposta per sostenere l’industria automobilistica. Incidentalmente allora questa industria era, nel bene e nel male, italiana, con posti di lavoro e produzione italiana. Oggi non c’è più una industria automobilistica italiana, ma tutti i guadagni vanno all’estero e la produzione interna è residuale, per cui la follia green diventa solo un enorme schema economica di trasferimento dei soldi dei cittadini italiani a azionisti esterni.

Allora una giovane coppia poteva comprare una casa di 80-100mq con la stanza per i bambini, risparmiando col doppio stipendio per uno o due anni e poi facendo un mutuo di 20 anni, oggi se non ha soldi di famiglia, è destinata a restare in affitto per tutta la vita in un monolocale da 30-50mq col bambino in salotto. Allora lo stipendio di un marito di ceto medio bastava per sostenere una moglie e due figli, oggi due stipendi di marito e moglie insieme non permettono di crescere un figlio serenamente.

Tutto vero, ma ci sono stati anche grandi e positivi progressi. In prima fila ovviamente la tecnologia, sopratutto informatica, che ci facilità la vita in mille modi che ormai diamo per scontato, dalla telefonia a costi irrisori ad un sistema sanitario globale ed equo, oggi in grande crisi ma ancora funzionante meglio che in quasi tutti gli altri paesi del mondo. Possiamo comprare in tutto il mondo via rete, il crollo dei monopoli di Stato ci ha liberato di buona parte dai cartelli locali gestiti in modo clientelare. Possiamo girare liberamente tutto il mondo senza dover temere l’arresto al momento dell’uscita o del ritorno in Italia per uno scontrino dimenticato in tasca.  Insomma, alla fine credo che, tirate le somme, non possiamo lamentarci.

Allora cosa ci affligge, cosa avvelena la vita oggi? Perché siamo più depressi, ansiosi, agitati e negativi di allora? Abbiamo sostituito le bande rosse con le bande dei clandestini, ma sinceramente il pericolo non è maggiore, ma rientra sempre nella stessa compagine della simpatia storica che il potere legiferante e giudiziario ha per i delinquenti, che vuole salvare, e non per le vittime, che accantona, dimentica, se non a volte attivamente perseguita.

No, non è questo. Oggi manca un’altra cosa, un bene di cui allora eravamo ricchissimi: la speranza, la voglia di vivere, di agire in modo attivo, forte, deciso e reale. Ci manca il valore che davamo al fare e ai valori sociali. Allora l’onestà era un valore, la parola data era un valore, non rubare era un valore, non truffare era un valore. Non aggredire era un valore. C’erano truffatori, ladri e violenti come oggi, ma era diverso l’atteggiamento ufficiale nei loro confronti. Oggi li subiamo, li scusiamo, li tolleriamo quasi fossero una realtà ineluttabile e non una malattia sociale da combattere e, possibilmente, eliminare.

Siamo diventati rinunciatari, negativi in tutto, non va mai bene nulla. La politica ne è un esempio lampante: invece di contrastare chi non condividiamo, con idee e progetti, sbagliati o giusti, folli o sani che siano, oggi si grida al “NO” assoluto, senza contenuto, senza ragionamento. Tutto quello che fa l’altra parte politica, genera un “NO”, a prescindere, senza spazio per la discussione e il confronto.

Ci lamentiamo senza definire bene il perché e ci pieghiamo al declino del nostro Paese – una volta tra le prime potenze del mondo ed oggi annoverato tra gli “altri” – come se fosse un decreto divino, ineluttabile e definitivo. Ci stracciamo le vesti per guerre lontane, paghiamo e ci indebitiamo per conflitti che nulla hanno a che vedere con noi, ma all’interno accettiamo supini e taciti norme imposte costruite ad arte dai nostri competitori per distruggere la nostra economia e socialità pubblica, come il Green Deal e la riforma delle pensioni e il declino della Sanità Pubblica.

Da sempre l’Europa ha avuto un primato nella gestione dell’interesse sociale, con servizi sanitari, pensionistici, scuole e protezioni sul luogo di lavoro, unici al mondo. Oggi, con la scusa di calcoli economici effettuati dalle grandi istituzioni finanziarie e non contrastati da nessuno, ci indottrinano sulla “insostenibilità” del sistema. Bene, 6 mesi di aiuti all’Ucraina costano più del risparmio generato dalla riforma Fornero, i soldi gettati nella ubriacatura dei vari piani di recupero dopo il COVID, 110% in testa, sarebbero stati più che sufficienti per portare la spesa sanitaria almeno ai livelli medi europei adeguando gli stipendi del comparto sanitario e così risolvendo la “mancanza di personale” dovuta ai blocchi di assunzioni e agli stipendi da fame più che ad ogni altra cosa.

In politica estera ci pieghiamo ad una narrativa antieuropea revanchista da parte delle ex-colonie europee, senza chiarire vigorosamente che queste rimostranze vanno sostanzialmente indirizzate a soli tre paesi in Europa: Inghilterra, Francia e Belgio. I paesi centrali come Italia, Germani, Austria-Ungheria non hanno mai avuto una vera politica coloniale (lasciamo perdere i tentativi all’ultimo momento quando già le colonie stavano cadendo, di Libia ed Etiopia per l’Italia, Namibia per la Germania e comunque nulla per l’Austria, che non incidono per nulla.) Le giuste rimostranze di Traore in Burkina Faso contro la Francia, le condanne del Congo contro il Belgio e i ricordi non certo simpatici della depredata India contro l’Inghilterra non possono giustificare il tentativo di iniettare ad arte un senso di colpevolezza generico della nazione Italiana nei confronti de queste realtà storiche ormai lontane.

Già può essere più comprensibile la sudditanza economica agli Stati Uniti da Cassibile in poi, ma sono passati più di 80 anni e sarebbe ora di voltare pagina. E’ vero, qualcuno ci ha provato, da Craxi a Sigonella, e sappiamo come è finito, a Schoeder e la Merkel con Nordstream e l’apertura verso est, e anche qui sappiamo come è finita. Negli ultimi anni Bruxelles è stata occupata da una politica debole, strutturalmente clientelare USA ed allineata agli interessi interventisti mondiali rappresentati da Clinton ed Obama. Una politica ufficialmente di sinistra ma in realtà piegata sui soli interessi dei grandi fondi di investimento americani. Così ora, invece di pretendere di giocare un ruolo autonomo, europeo e continentale sulla scena sempre più fluida e pericolosa della realtà mondiale, stiamo cadendo nella assurda divisione tra politica globalista finanziaria da una parte e nazionalismi dal sapore risorgimentale dall’altra. Due estremi entrambi mortali per l’Europa.

In questa crisi mondiale scatenata dalla ascesa dei paesi terzi e non più contenibile dalla dottrina globalista monocentrista, è venuto per l’Europa il momento di agire. L’Europa deve trovare il coraggio di alzarsi – come Europa ben s’intende! – per occupare quel posto nella geopolitica che ancora le compete come grande potenza mondiale continentale.

Ammettiamolo, sopra ogni altra cosa è un problema di persone. Se riduciamo tutto all’economia, cadiamo nell’errore strutturale del marxismo, del materialismo storico. Almeno dalla comparsa dei “kamikaze” islamici, che si immolano per una idea, pur balzana e francamente ridicola con le 40 vergini, avremmo dovuto capire che l’idea maxista della unicità motivazionale dell’economia è sbagliata. Esiste un modo ideale, emotivo, irrazionale che la affianca e che genera quelle masse manipolabili che poi fanno fisicamente attentati, uccisioni e rivoluzioni. Analogamente in politica abbiamo dato spazio a sistemi puramente mercantili per distribuire il potere. In sostanza chi vende meglio il suo prodotto vince, indipendentemente dal valore reale del prodotto. Così abbiamo selezionato al potere uomini di mercato, venditori di tappeti (di cui l’attuale Presidente USA è un rappresentante eccellente e oggettivamente molto bravo), che vanno bene per le azioni tattiche e immediate, ma falliscono nella più semplice delle visioni strategiche.

A noi manca un politico che abbia il coraggio di rispondere per l’Europa, come fece il bravissimo ministro degli esteri indiano Jaishankar recentemente con una giornalista polemica: alla domanda se l’India si allineava alla Russia o agli USA, rispose sereno: “Noi non siamo con o contro nessuno, siamo solo per l’India”.

Con queste riflessioni di una giornata estiva calda per natura, in cui non ho nemmeno usato un monopattino a batteria, visto che anche lui potrebbe inquinare e distruggere il mondo, mi permetto un pensiero da sdraio o strudel, un umile suggerimento: compattiamo l’Europa in un unico organismo potente e decisivo. Liberiamoci allo stesso modo dai servi degli interessi stranieri antieuropei che oggi comandano a Bruxelles, come dai nazionalismi arcaici regionalisti. Riconquistiamo la luminosa fiducia e l’orgoglio di essere noi stessi, di essere Europei. Torniamo al coraggio di amare e dare valore ai tremila anni di cultura ineguagliata di questa Europa che è ancora tanto forte, da doverla precipitare in guerre non sue per contrastarla! Cacciamo i gufi, i catastrofisti, in riduzionisti, gli avvocati delle “felice decrescita”, gli avvocati del “no” a prescindere, per tornare ad avere rispetto per noi stessi, per la nostra storia e per il nostro futuro.

E soprattutto facciamo uno sforzo a cacciare i politici venditori di parole, gli eroi da bazar mediorientale, per andare alla ricerca di persone che abbiano quel che più è odiato dai “wokies” globalisti: capacità e merito.

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  • Redazione

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