
di Piergiorgio De Grazia
Dopo un anno e mezzo di guerra, prepotentemente entrata nella discussione pubblica del Vecchio Continente, la situazione appare insieme chiara ed enigmatica. Dagli aggiornamenti alla radio che ascoltiamo in auto la mattina, fino alle sintesi di quanto accaduto durante la giornata proposte dai TG delle venti, siamo immersi nel racconto delle vicende di un conflitto che, malgrado mantenga immutati gli attori, sembra animato da un vivace dinamismo. In questo contesto c’è forse spazio per una breve riflessione, basata non tanto su un elenco cronologico degli eventi e delle tappe, bensì su due piani di descrizione distinti: quello geopolitico e quello legato all’informazione. Sarà dunque meglio procedere con ordine.
La notte tra il 23 ed il 24 febbraio dello scorso anno, in seguito a settimane di grande tensione al confine con l’Ucraina, la Federazione russa dava principio, con bombardamenti e spostamenti di truppe, alla cosiddetta “Operazione militare speciale”. De facto una guerra più che telefonata, dei cui segnali preliminari erano coscienti tutte le cancellerie occidentali. Che lo scontro militare sarebbe avvenuto lo sapevano queste ultime, come del resto chiunque possedesse quel poco di sagacia o di cinismo, se più adatto, che basta per non escludere la guerra come mezzo di risoluzione delle dispute internazionali. Così va la real politik, specialmente se parliamo di grandi potenze/imperi come la Russia.
Immediatamente dopo l’inizio dell’invasione, i nostri media hanno cominciato con la tutt’ora ininterrotta telecronaca, acclarando sin da subito che si sarebbe trattato, come effettivamente si tratta, di uno scontro tanto propagandistico quanto militare, tra blocchi contrapposti. Da una parte le versioni del Cremlino, secondo cui la Russia sarebbe ricorsa allo scontro come ultima ratio. Secondo i canali di comunicazione russi infatti, la guerra sarebbe stata l’unica azione praticabile per difendersi dalla tenaglia della NATO. L’aggressione era inoltre inevitabile al fine di tutelare i filorussi del Donbass, dopo anni di sistematiche violazioni degli accordi di Minsk da parte del regime di nazisti drogati messo su in Ucraina dall’Occidente, in chiave antirussa. Dall’altra parte della barricata la nostra versione occidentale. Non di meno costituita da iperboli ed analisi eufemisticamente poco rigorose, basate su un intrinseco complesso narcisistico di superiorità morale e su una sistematica squalificazione intellettuale del Presidente russo Putin, posto sullo stesso piano di Hitler ed etichettato irrimediabilmente come pazzo.
L’Italia è un esempio emblematico di questo conflitto di informazione, parallelo a quello armato. Se in Russia è vietato parlare di guerra, pena fino a dieci anni di reclusione, se non ci si attiene alla definizione ufficiale di Operazione militare speciale, a casa nostra sembra quasi vietato parlare di pace. Dalle liste di proscrizioni per coloro bollati come putiniani, ai programmi televisivi in cui gli invitati che propongono un’alternativa al pensiero unico pro armi vengono denigrati e sbeffeggiati, pare proprio che anche qui da noi non tutte le idee siano libere di circolare. Come al solito, verrebbe da dire, il pensiero che esce dal coro viene sanzionato. Certamente non come in Russia dallo Stato, bensì dai soliti censori del bene e del male, ovvero gli amanti della democrazia, a patto che la si pensi come loro.
Democrazia che in questo caso coinciderebbe con un cieco invio di armi, sanzioni autolesionistiche verso un ex partner strategico ed un conseguente aumento del costo della vita: il quale ricade, puntuale come un orologio, su cittadini e imprese. Se infatti ci spostiamo nuovamente dal piano dell’informazione a quello puramente militare/geopolitico, si noterà come, in coincidenza dell’invasione, Europa e Stati Uniti hanno iniziato una gara a chi fornisce più armi agli alleati ucraini. Questo forsennato riarmo del Paese aggredito procede, però, ignorando completamente certe questioni.
Innanzitutto l’Occidente non ha mai avallato proposte di pace non pretestuose, ponendo sempre e solo condizioni inaccettabili e ridicole agli occhi di Mosca. La cosa che appare più grave è che rischiamo concretamente di credere alle nostre stesse menzogne. La Russia non capitolerà nelle ormai proverbiali poche settimane, essa non si trova in procinto di implodere sotto il peso delle nostre sanzioni, ma soprattutto: l’esercito di Putin ha le risorse per continuare la guerra, forse a tempo indeterminato. Questa ultima considerazione rende palese che l’invio di armi non è propedeutico alla pace, ma piuttosto ad una esacerbazione del conflitto e quindi all’aumento esponenziale delle vittime. Tutto ciò, ricordiamo, nella remota ipotesi di una fantomatica vittoria ucraina nel breve periodo: certo auspicabile guardando dall’ottica di Kiev, ma che pare assai poco probabile viste le carte in tavola.
Ma allora, viene da chiedersi, siamo forse noi occidentali i cattivi di questa nefasta storia? La risposta, come al solito, è più complessa della domanda. Va cercata col supporto dell’apparentemente abbandonato, ma imprescindibile, pensiero critico: vi è la viva necessità di andare al di fuori degli schemi proposti di bianco o nero. Bisogna fuggire dalla atavica dicotomia di buono o cattivo. Insomma, qui, al fine di capire, occorre utilizzare gli strumenti opportuni e perciò ragionare con gli elementi propri della situazione data. Nel nostro caso allora, quelli della real politik di Bismarkiana memoria di cui sopra. Muovendoci dal presupposto che le grandi potenze danno poca importanza all’ideologia, ma invece seguono i propri interessi generali e particolari, intravediamo degli accenni di risposta.
Se alla Russia la guerra serve per difendere la propria linea rossa circa la possibilità, mai così prossima, di una Ucraina interna all’alleanza atlantica, specularmente, chi sostiene Kiev ha i suoi interessi in questo scontro. Difatti, per l’Occidente, qui inteso nelle figure di Stati Uniti e della pedissequa Europa, proseguire ed esacerbare il conflitto è utile ad alcuni fini strategici non trascurabili. Inasprire il conflitto consentirebbe infatti di: indebolire la Russia a livello militare, economico e di immagine internazionale, studiarne il potenziale bellico ed il funzionamento pratico della macchina militare, e ultimo, ma non meno rilevante, accaparrarsi, nelle vesti delle aziende private dei rispettivi Paesi, gli assai lauti guadagni provenienti dalla ricostruzione di una Ucraina da rifare letteralmente da capo.
Del resto, è il caso di dire con un po’ di malizia, per gli scopi accennati poc’anzi che l’Ucraina è la vittima sacrificale perfetta. Il Paese di Zelensky in effetti, nonostante sia confinante con Paesi membri della NATO, non fa parte della alleanza atlantica: ciò è estremamente significativo. Si noti, in vero, come la non appartenenza dell’Ucraina alla NATO offre al blocco occidentale un’opportunità d’oro per osservare la Russia in azione, limitandosi a mandare avanti gli ucraini, senza una compromissione diretta. Come si è scritto, questa logica di guadagno, qui strategico qui più nettamente economico, non andrebbe infarcita di morale. Questo è certamente vero e valido, nella misura in cui si tenta di fornire delle analisi le quali, per essere obiettive, ci occorrono scevre da un naturale coinvolgimento emotivo.
In sostanza, per capire la geopolitica bisogna vestire i panni degli attori che vi partecipano, adottarne il cinismo. Pare chiaro come non sia possibile mescolare l’umanità con le analisi strategiche. Se per levarci di dosso i freddi abiti del cinismo utilitaristico occorre uscire dal campo della politica internazionale, a questo punto usciamone pure. Tolti quei panni che trasudano disprezzo per la dignità umana, mettiamoci allora in quelli della fratellanza e dell’empatia: un po’ stretti ed ingombranti in tempo di guerra, ma necessari in quanto persone. Centinaia di migliaia di individui non hanno il lusso di perdersi in troppe considerazioni, in quanto la follia della guerra la vivono a proprie spese. Ricordando che adesso si parla guardando in faccia quelle vittime, non i dati e le dietrologie geopolitiche, viene un grande senso di stanchezza.
Riconnettendosi alla realtà cruda, non ovattata dalla lontananza geografica, ci si imbatte nelle foto delle città distrutte, dei morti e dei feriti. Pensando alle vittime di questa guerra, come di tutte le altre, viene alla mente che la pace non può essere solo una opzione bistrattata, ma l’unica umanamente percorribile. In un clima in cui chi parla di pace viene etichettato come nemico del popolo, non ci rimane che sederci dalla parte del torto, dato che gli altri posti sono già occupati.





